|
di Christian Rocca
L’atto d’accusa più potente contro le Nazioni Unite
non è né di George W. Bush né degli ideologi neoconservatori. La
dichiarazione che meglio di ogni altra definisce il fallimento dell’Onu
è del Segretario Generale Kofi Annan. In occasione del sessantesimo
anniversario del genocidio degli ebrei, lo scorso 24 gennaio, Annan ha
detto che «dai tempi dell’olocausto, con grande ignominia, il mondo
ha fallito più di una volta nel prevenire o nel porre fine a dei
genocidi, per esempio in Cambogia, in Ruanda e nell’ex Jugoslavia».
Quel compito era stato affidato all’Onu. Pochi giorni dopo quelle
parole, una Commissione Onu ha spiegato che il massacro in Darfur, cioè
lo sterminio dei cristiani da parte degli islamici ispirati dal regime
sudanese, non era da qualificarsi come genocidio, nonostante tutti
abbiano sostenuto il contrario. Questo del Sudan è soltanto l’ultimo
dei fallimenti dell’Onu, un’organizzazione nata proprio per impedire
e prevenire un altro olocausto ma che, di fatto, non ha mai funzionato.
Le Nazioni Unite sono fallite. Bisognerebbe prenderne atto, dirlo
chiaramente, non sprecare tempo con riforme e alchimie istituzionali che
non cambieranno di una virgola la sostanza, che è questa: rispetto alle
grandi questioni, come la sicurezza e la pace, l’Onu è un ente
inutile, anzi dannoso. È un’organizzazione che ha tradito lo spirito
dei suoi fondatori, che ha rinnegato i principi contenuti nella propria
Carta istitutiva. Le Nazioni Unite andrebbero salutate, poi chiuse e
infine sostituite con qualcosa di diverso, magari con un’Alleanza
delle democrazie o, ancora meglio, con un’Organizzazione mondiale
delle democrazie. Non va cestinato tutto, ovviamente. Ci sono agenzie,
fondi e programmi umanitari che funzionano. Non tutti e non sempre, ma
vanno rafforzati, sostenuti, finanziati e soprattutto meglio gestiti.
Sono da chiudere il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale, i
principali complici del caos internazionale. In quasi sessant’anni le
Nazioni Unite hanno giustificato il terrorismo, alimentato
l’antisemitismo, premiato le nazioni che limitano i diritti umani,
sprecato miliardi di dollari e ora sono implicati anche in scandali di
corruzione (oil for food) e sessuali (in Congo).
Se non si agisce subito c’è il rischio che l’irrilevanza politica
del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale travolga anche le
agenzie umanitarie, come ha già dimostrato la crisi nell’Asia
meridionale colpita dal maremoto. Ventiquattro ore dopo il disastro, un
funzionaricchio delle Nazioni Unite ha sfruttato l’occasione per
accusare l’America di essere stata “spilorcia”, di non aver voluto
aiutare le popolazioni devastate dallo tsunami il 26 dicembre 2004. La
risposta americana e degli altri paesi donatori è stata quella di
creare una coalizione ad hoc per gli aiuti, sul modello di quella che
aveva liberato l’Iraq. Senza l’Onu.
Non è ripicca, ma un nuovo modello d’azione internazionale. È la
terza volta che succede nel giro di un anno e mezzo. La leadership
americana ha organizzato prima la liberazione dell’Iraq e subito dopo
anche la Proliferation Security Initiative, la coalizione dei paesi
preoccupati di fermare la corsa alle armi di sterminio da parte degli
Stati ostili all’Occidente. Con gli Stati Uniti ci sono un centinaio
di paesi e, tra gli altri, anche l’Italia e la Francia.
La posizione dell’amministrazione Bush
Il primo dicembre 2004, ad Halifax, in Canada, George Bush è stato
molto chiaro: «Le Organizzazioni multilaterali possono fare un grande
bene nel mondo. Ma il successo del multilateralismo non si valuta
soltanto dal metodo seguito, ma dai risultati raggiunti. L’obiettivo
delle Nazioni Unite e delle altre istituzioni deve essere quello della
sicurezza collettiva, non quello del dibattito infinito». Concetto
ribadito dal nuovo Segretario di Stato, Condoleezza Rice: «Uniremo la
comunità delle democrazie per costruire un sistema internazionale che
si basi su valori condivisi e sullo Stato di diritto. E rafforzeremo la
comunità delle democrazie per combattere le minacce alla nostra
sicurezza e alleviare l’assenza di speranza che alimenta il terrorismo».
Il punto è che in sessanta anni non c’è stata crisi importante che
abbia visto Consiglio di Sicurezza e Assemblea Generale protagonisti nel
difendere la sicurezza globale. Ci sono state tre eccezioni, ciascuna
delle quali con parecchie riserve: la guerra di Corea, ma solo perché
il Consiglio di Sicurezza allora era boicottato dai sovietici, l’Iraq
nel 1991 e Haiti nel 1994, entrambi come conseguenza del crollo
dell’impero comunista. L’elenco dei disastri provocati è iniziato
nel 1948, quando l’Onu non difese la propria risoluzione su Israele e
su Gerusalemme, ed è arrivato a riconoscere il diritto al terrorismo
con la risoluzione 2708 del 1970 che ha autorizzato chi lotta per
l’autodeterminazione a combattere con «ogni mezzo necessario a
disposizione». Ci sono stati colpi di Stato in mezzo mondo,
sponsorizzati ora dal Cremlino ora da Washington, ma l’Onu non ha mai
mosso un dito.
Il punto è che le Nazioni Unite non hanno strumenti per far rispettare
le proprie decisioni. Non ne hanno nessuno. Il Segretario Generale,
Javier Pérez de Cuéllar, descrisse il Consiglio di Sicurezza come un
organo «incapace di intraprendere azioni decisive per risolvere i
conflitti internazionali». Nonostante le apparenze, George W. Bush ha
avuto fin qui un approccio più conciliante con il Palazzo di Vetro
rispetto ai suoi predecessori. Avrebbe potuto ignorarlo, farne a meno,
ridurlo a ente inutile, specie dopo che il Consiglio di Sicurezza aveva
deciso di non dare seguito alla sua stessa risoluzione, la
diciassettesima, quella che dava “l’opportunità finale” al regime
di Saddam e che prevedeva “gravi conseguenze” per la “violazione
concreta” della decisione del Consiglio di Sicurezza numero 1441. Ma
non lo ha fatto. Liberata Baghdad con una “coalizione dei
volenterosi” formata per l’occasione, Bush è subito tornato all’Onu
invece che procedere da solo. Così prima ha ricevuto la legittimazione
dell’occupazione (risoluzione 1483), poi il riconoscimento del governo
provvisorio e l’invio di una missione dell’Onu (risoluzione 1500) e,
infine, il calendario del processo democratico ed elettorale (1511). Nel
2003, Bush ha salvato due volte la credibilità dell’Onu: prima
facendo rispettare le decisioni prese dalle Nazioni Unite, perché «quando
l’Onu promette gravi conseguenze, devono seguire gravi conseguenze».
Poi coinvolgendo il Palazzo di Vetro in Iraq. Se non lo avesse fatto,
l’Onu sarebbe rimasto fuori dal processo di democratizzazione del
Medio Oriente e quindi condannato all’irrilevanza politica
nell’area.
Mezzo secolo di insuccessi
In alcuni casi l’Onu non è stato soltanto irrilevante, ma ha anche
contribuito a creare disastri e a diffondere l’antisemitismo. Quando
nel 1967 il dittatore egiziano Gamal Abdel Nasser, uno che non
nascondeva “l’obiettivo di distruggere Israele”, chiese all’Onu
di ritirare i Caschi blu presenti nell’area ottenne subito quello che
voleva, nonostante avesse già schierato 80 mila uomini e 550 carri
armati al confine con lo Stato ebraico. Il genocidio ruandese è frutto
del ritiro delle truppe Onu da Kigali e delle scelte dell’allora capo
del Dipartimento delle Operazioni di Peacekeeping, cioè Kofi Annan.
L’11 gennaio del 1994 il generale belga che guidava il contingente Onu
in Ruanda, Romeo Dallaire, inviò un telex al vice di Annan, Iqbal Riza,
per avvertire che gli hutu erano pronti a “sterminare” i tutsi. In
quel fax c’era scritto che gli hutu avrebbero potuto «uccidere mille
persone in venti minuti». Lo fecero. Ma l’Onu rimase a guardare. La
stessa cosa capitò in occasione dei settemila morti di Srebrenica, nel
luglio del 1995. I generali dell’Onu invitarono i bosniaci musulmani a
raggrupparsi in alcune città, tra cui Srebrenica, in modo da facilitare
le operazioni di difesa, ma permisero agli assassini serbi di passare
indisturbati. Pensate al Ruanda, ricordatevi la Bosnia e ora pensate a
che cosa potrebbe accadere se a Baghdad le operazioni di difesa della
popolazione fossero affidate alle Nazioni Unite.
Certo, c’è stato qualche timido successo negli anni Novanta, ma
soltanto quando l’intervento è servito a mantenere la pace in
situazioni dove le parti in conflitto avevano già deciso di cessare i
combattimenti (in Cambogia, a Timor Est, in Salvador, in Mozambico, in
Namibia). Il peacekeeping, infatti, è possibile soltanto quando le
parti belligeranti fermano il conflitto e accettano l’ingresso dei
Caschi blu. I Segretari Generali che hanno preceduto Kofi Annan possono
vantare altrettanti fallimenti. Uno per tutti: l’austriaco Kurt
Waldheim. Fu eletto nel 1971, ma solo nel 1986, durante la campagna
elettorale che lo elesse presidente dell’Austria, si scoprì che aveva
partecipato (o perlomeno ne era al corrente) a crimini di guerra nei
Balcani. Era stato un nazista, ma lo aveva nascosto. C’è chi sostiene
che Waldheim fosse ricattato dai sovietici, i quali gli chiesero di
chiudere un occhio sulle violazioni dei diritti umani e su tutte le
altre cose che avrebbero potuto imbarazzare l’Impero comunista. L’Onu,
insomma, era guidata da un nazista imbroglione. Niente male per il
governo del mondo. Durante il mandato di Waldheim fu approvata la
famigerata risoluzione che comparava il sionismo al razzismo.
Le Nazioni Unite sono un’idea americana, lo strumento ideato per
promuovere i valori e i principi di libertà e di democrazia su scala
globale. Il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, il primo
gennaio del 1942, fu il primo a usare la definizione “Nazioni
Unite”, un mese dopo l’attacco di Pearl Harbour. Lo fece per
presentare l’alleanza angloamericana contro il nazifascismo. Gli
architetti dell’Onu, allo stesso modo, erano uniti dall’aver fatto
la guerra alla Germania nazista, l’archetipo del male assoluto del
Ventesimo secolo. A differenza della Lega delle Nazioni, che aveva
soltanto il potere di imporre sanzioni, il Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite è stato disegnato proprio per poter usare “ogni mezzo
necessario”, inclusa la forza militare, per contrastare le
aggressioni. Alla conferenza di Washington, nella residenza di Dumbarton
Oaks, Roosevelt spiegò così ai cronisti che cosa aveva in mente: «Se
qualche aggressore cominciasse a perdere la testa e cercasse di
acchiapparsi qualche territorio oppure invadesse i suoi vicini», la
nuova organizzazione «lo fermerebbe prima ancora di iniziare». L’Onu
fu fondata per fare quello che non è mai riuscita a fare: proteggere la
sicurezza degli Stati membri ed evitare, anche con azioni preventive, le
aggressioni militari.
L’Onu nacque in un momento di straordinaria moral clarity, di
chiarezza morale, in cui i fondatori seppero distinguere
senza-se-e-senza-ma tra l’aggressione dei nazifascisti e il proprio
ruolo di liberatori. Sono nate in un mondo che subito dopo è cambiato
radicalmente, non appena l’Occidente s’è reso conto che il gigante
sovietico faceva partita a sé. La Guerra Fredda ha congelato l’Onu
fino a farle perdere ogni funzione vitale. In quegli anni l’Onu non ha
mai funzionato e il Consiglio di Sicurezza si è riunito poco.
Caduta l’Unione Sovietica è sembrato, per un momento, che il ruolo
dell’Onu potesse davvero diventare quello di governo mondiale e di
difesa della pace e della sicurezza. Dopo 45 anni di paralisi, il
presidente americano George H. W. Bush (padre) cominciò a parlare di
“nuovo ordine mondiale” e sembrò che il Consiglio di Sicurezza
potesse finalmente lavorare in armonia. L’invasione irachena del
Kuwait fu prontamente condannata, ma Javier Pérez de Cuéllar rifiutò
di concedere alla coalizione internazionale la bandiera dell’Onu: «Non
è stata una guerra dell’Onu – disse successivamente al Parlamento
di Strasburgo – Il generale Schwarzkopf non aveva il Casco blu».
Questa improvvisa centralità del Consiglio di Sicurezza è durata poco,
nonostante il presidente Bill Clinton nel 1992 avesse deciso di
concentrare il suo primo mandato sulle questioni di politica interna e
quindi fosse pronto a delegare all’Onu la soluzione dei problemi
internazionali. L’allora Segretario Generale, Boutros Boutros-Ghali,
vide in questa nuova attitudine americana una «straordinaria opportunità
di espandere, adattare e rinvigorire il lavoro delle Nazioni Unite». Ma
già nel 1993 la morte di 18 rangers americani in Somalia ruppe
l’idillio. Poi ci furono il genocidio in Ruanda e la mattanza
nell’ex Jugoslavia. Gli Stati membri condividono la responsabilità di
non aver impedito la carneficina. In Bosnia, mentre le fazioni
combattevano, il Consiglio di Sicurezza impose l’embargo alla vendita
delle armi. La conseguenza è stata disastrosa. Gli aggressori serbi non
subirono alcun danno dall’embargo, perché avevano a disposizione
l’arsenale del vecchio esercito jugoslavo. Invece i bosniaci
musulmani, le vittime, erano a corto di armi già prima dell’embargo.
Il divieto di acquistarle li privò di ogni possibilità di difesa.
Il record di fallimenti e di tradimenti dello spirito fondativo dell’Onu
non impedisce a molte persone, specie in Europa, di continuare a vedere
questo moloch burocratico e inefficace e disastroso come la panacea di
tutti i mali, come lo spirito santo che detta legge, come la cassazione
suprema. È come se l’egida dell’Onu fosse un segno divino da
aspettare, accettare e non discutere mai, invece che il semplice marchio
su una decisione che ciascuno dei 191 governi membri, compresi quelli
che non rappresentano i loro popoli, contribuisce a prendere. Le scelte
possono essere giuste o sbagliate, possono essere rispettose della Carta
istitutiva dell’organizzazione oppure discostarsene. Il bilancio è
impetuoso: le Nazioni Unite troppo spesso si sono allontanate da quei
principi.
da
Ideazione, marzo-aprile 2005
Fonte: http://www.ideazione.com/quotidiano/6.altro/2005/2005-03-14_rivista_rocca.htm
|