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XXV Aprile 2005 - 60° anniversario della liberazione



di Marco Bazzato


Costituzione Italiana art.11

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.


Capita per gli Stati come per i corpi umani, il bel colore della faccia fa credere al medico che non vi sia nulla di guasto dentro.
Cardinale Richelieu, Testamento politico

Eccoci idealmente riuniti a festeggiare la patria il 60° anniversario della liberazione Italiana dal Nazi-fascismo, la sconfitta dell'Italia nella II guerra mondiale e la nascita delle "moderne" istituzioni democratiche come vengono intese ancor oggi.
La ricorrenza ha perso il fascino che aveva sino a metà degli anni 80, forse perché i tempi sono distanti e molti combattenti d'allora riposano nei prati d'una vita diversa, o perché le giovani generazioni vivono questa commemorazione storica come troppo distante dalla realtà quotidiana, e preferiscono ignorarla non per ignoranza, ma perché la libertà di cui l'Italia gode ha perso il fascino della novità, entrando a far parte del patrimonio comune degli Italiani, o perché vedono lo specchio ipocrita d'un mondo contemporaneo che da un lato rende onore ai combattenti, ma dall'altro, lo stesso paese assurge le vesti di liberatore armato a seguito di un esercito invasore che si beffa del diritto internazionale.
Il XXV aprile ricordiamo le vittime della follia nazifascista, della dittatura armata ed il trionfo della libertà pagata con il sangue degli Italiani, vittime prima nel ventennio fascista nel farsi trascinare in guerre di conquista coloniali dimostratesi una disfatta, e che ora impavidamente complice la memoria a corrente alternata ci vede complici della libertà esportata con le armi.
Da cosa ci si è  liberati? Certo dal tiranno e dalla dominazione di cui eravamo vittime, ma questa libertà non è stata sempre esportata come vessillo che forte delle esperienze passate sbarrasse la porta ad ogni genere di prigionia non solo fisica ma anche intellettuale e culturale. L'Italia è ancora  prigioniera dopo 60 anni delle contrapposizioni ideologiche: fascismo ed antifascismo, dove entrambe le tirannie totalitarie ora assumono nomi diversi più adatte all'evoluzione della lingua e dei costumi, ma il risultato è invariato, la presunta nazione civile un tempo culla della civiltà ora giace in una disperazione culturale, etica ed economica, dove  nemmeno nell'immediato dopoguerra aveva avuto una popolazione esausta e demotivata che vede nella libertà acquisita 60 anni fa ormai solo un ombra sbiadita d'un inventività agonizzante a margini dei discorsi retorici che fanno bella mostra sulla prime pagine dei giornali.
L'omaggio hai caduti di tutte le guerre assume una connotazione beffarda, la corona al milite ignoto, che come un partigiano combatte per la liberazione della sua patria invasa da potenze straniere è come una beffa del destino che si fa gioco dell'intelletto di chi ascolta le cerimonie pubbliche,  che dovrebbe alzarsi ed andarsene in segno di sdegno, perché i padri della nostra patria hanno come figli ogni combattente nel mondo che ora come allora abbracciano quelli ideali di giustizia e pace, che non sono patrimonio della cultura o della potenza egemone dell'attimo su scala locale o mondiale, ma sono patrimonio di quanti vedono nel rispetto dell'individuo l'imperativo assoluto di rendere il genere umano continuatore dei valori di libertà per cui ogni Stato e nazione si batte quando qualunque sia il nemico invade in forma palese od occulta il paese, vuoi con forze armate,  con armi economiche o leggi che tendono a rinchiudere la dignità umana entro recinti definiti e che poco s'addicono al concetto di democrazia per cui ogni cittadino, non solo Italiano ha il dovere di rendere merito e far crescere, nel nome d'un collettivismo culturale che sappia abbracciare le differenze come valore d'interscambio e non come un nemico su qui puntare le armi e distruggere, nel nome d'un ideologia sia essa neoliberista, conservatrice o spinta al progressismo più esasperato che nella contrapposizione teorica degli opposti, ingenera in ogni sua forma  schiavitù umane, sociali, perché anziché essere portatrici di valori universali, assurgono al ruolo di guida despota tendente a schiacciare ogni seme di dissenso dal pensiero dominante.
Il XXV Aprile deve essere in segno di rispetto per chi combatté per la libertà Italiana nel passato, ma medesimo omaggio e comunanza di valori va trasmesso e diffuso senza l'enfasi del provincialismo bieco, chiuso nella rocca di posizioni ideologiche e faziose che discriminano il combattenti per la libertà nella propria terra, marchiandoli come sovversivi, nella stessa misura con qui i nostri partigiani venivano  considerati dall'invasore che avevamo in casa.
Sorge il dubbio se la ricorrenza del XXV Aprile oggi abbia ancora intatto il valore che aveva all'albore e nei decenni successivi alla liberazione, visto che lo spirito di libertà nazionale del dopo 8 settembre ha generato graminacee maligne d'egemonia economica in antitesi con gli ideali per cui i combattenti di sessant'anni fa difendevano armi in pugno il tricolore come vessillo della patria, e che ha portato alla costituzione dello Stato Italiano, disattendendo però troppo spesso il ripudio alla guerra come soluzione delle contese, rendendo lettera morta l'articolo 11 della Carta Costituzionale,  sfregiando i padri fondatori della Carta Costituzionale Italiana.

Marco Bazzato
Sofia (BG), 23.04.2005
Marco.bazzato@libero.it

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Fonte: Marco Bazzato