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di Johan Galtung
Un
famoso pianificatore del Pentagono (Ralph Peters, colonnello
dell'Esercito americano durante gli anni '80 e '90, ndr), ha affermato
che il fine delle Forze armate degli Stati Uniti sia quello di rendere
il mondo sicuro per favorire l'interesse commerciale e l'offensiva
culturale americana, aggiungendo: "Toward this end there will be a
fair amount of killing" ("Per questo scopo avremo un numero
non trascurabile di morti").
Per questo, a partire dal secondo dopoguerra, in seguito a 70 interventi
militari, gli Stati Uniti si sono resi colpevoli della morte di un
numero di persone compreso tra 12 e 16 milioni.
Io non sono antiamericano: sono contro l'imperialismo americano, e
quindi contro la guerra che provoca. Nel 1980 ho sviluppato una teoria
sulla fine dell'impero sovietico che aveva come fondamento la
"sinergia delle contraddizioni sincronizzate" e che prevedeva
il crollo dell'Urss entro 10 anni, preceduto dalla caduta del muro di
Berlino. Nell'ex-Unione Sovietica erano presenti sei contraddizioni
sincronizzate: quella tra l'Unione Sovietica stessa e gli Stati
satelliti, tra la nazione russa e le altre nazioni dell'impero, tra aree
urbane e rurali, tra borghesia socialista e classe operaia socialista,
tra liquidità e mancanza cronica di beni di consumo, tra miti e realtà.
E' possibile che un sistema possa dominare con le baionette una
contraddizione, ma quando tutte crescono e tra di loro si crea una
sinergia, allora bisogna cambiare il sistema per evitarne il crollo.
Due mesi prima rispetto alla mia previsione, nel novembre del 1989, è
stato abbattuto il muro di Berlino; subito dopo si è smembrato l'impero
sovietico. Al momento gli Stati Uniti hanno ben 15 contraddizioni.
Cinque anni fa, nel 1999, ho azzardato che l'impero americano non
sarebbe andato oltre il 2025. Da quando è stato eletto Bush, ho ridotto
di cinque anni questa previsione: nelle teorie sistemiche ciò si chiama
"acceleratore di sistema".
Quando tra quindici o venti anni un presidente americano dichiarerà
alla televisione che gli Stati Uniti ritireranno le proprie truppe di
occupazione, elimineranno tutte le loro basi militari dislocate
all'estero, e parteciperanno alle Nazioni Unite come uno Stato uguale a
tutti gli altri, allora potremo prevedere due cose: o che toglieranno il
collegamento durante il suo intervento, o che ci sarà un golpe militare
fascista. Ciò è possibile. Siamo stati vicino a questo negli anni '30,
durante la presidenza Roosevelt.
Ciò che dobbiamo fare fin da ora, è insegnare al popolo americano i
valori dell'uguaglianza, far capire loro che non esistono popoli scelti,
che viviamo tutti sullo stesso pianeta e che insieme possiamo migliorare
le cose. Per fare questo c'è bisogno dell'Onu, non dominata da una sola
potenza e nemmeno da un Consiglio di sicurezza dotato di poteri
esclusivi.
Gli americani non colgono il nesso strettissimo tra economia e guerre.
Sono convinto che negli Usa ci sia bisogno di un processo pubblico di
verità e riconciliazione. E' importante ricordare che l'emancipazione
dei cittadini tedeschi dall'eredità del passato nazista è avvenuta
proprio in seguito a un percorso analogo che essi hanno compiuto non
soltanto grazie all'ammissione delle proprie colpe, ma anche grazie alla
pubblicazione di testi scolastici in cui la parola "Auschwitz"
ricorre molto spesso. In questo modo le generazioni che si sono
succedute hanno avuto la possibilità di capire e di imparare. Una
scossa positiva negli Stati Uniti favorirebbe il processo di liberazione
che sta avvenendo, ad esempio, in America latina, processo che vedo
destinato a sfociare nella costituzione degli Stati Uniti dell'America
latina, una nuova entità istituzionale e politica, ma senza la bomba
atomica.
Un modello federativo per Africa e M. Oriente
L'idea di Abramo di indicare una terra promessa per un popolo eletto è
interessante, ma, come dicono gli arabi, nessuno ha firmato questo
patto, né esiste una registrazione o un rapporto stenografico che lo
attesti. Credo nella legittimità dell'esistenza di uno Stato israeliano
e di uno palestinese, ma non ritengo che la soluzione dei "due
popoli, due Stati" sia la migliore. Oltre a un "bilancio
militare" esiste anche un "bilancio di pace". Israele è
troppo forte, la Palestina troppo debole. Dovremmo piuttosto pensare a
un modello federativo, a creare cioè una comunità di Paesi
mediorientali, di cui facciano parte uno Stato palestinese riconosciuto,
Israele, Siria, Libano, Giordania e Egitto, e in cui proprio le nazioni
arabe possano rappresentare un legittimo contrappeso rispetto a Israele.
Dopo mille anni senza traccia alcuna di una cultura delle sinergie,
questa soluzione permetterebbe, sul modello della Comunità europea del
1958, l'affermazione di un'economia cooperativa, confini aperti per la
libera circolazione delle persone, oltre che degli investimenti,
nell'intera regione. Del resto, la pace in Europa occidentale non si è
fatta sulla base di un trattato tra Germania e Lussemburgo. E' stato
creato un contrappeso alla Germania, ed esso era rappresentato da
Olanda, Belgio, Lussemburgo, Francia e Italia.
Ho tenuto moltissimi seminari, conferenze, incontri in Medio Oriente, e
ho accumulato una lunga esperienza da cui ho tratto insegnamenti
preziosi.
Occorre agire dal basso, coinvolgendo in modo ampio e costante quante più
persone e gruppi possibili della società civile della regione, perché
discutano tra loro sul Medio Oriente in cui vorrebbero vivere. La pace
sta nel futuro, non in un dibattito senza uscita sulle colpe del
passato.
Il modello federativo che ho proposto per il Medio Oriente vale anche
per l'Africa centrale. Qui, dove è molto forte il peso
dell'imperialismo europeo, vedo infatti la possibilità della
costituzione di una confederazione bioceanica che comprenda Tanzania,
Uganda, Rwanda, Burundi, Rd Congo e Congo Brazzaville. Parlo di una
confederazione con confini aperti, dall'Oceano Indiano all'Oceano
Atlantico, attraversata da una ferrovia, a patto che non venga costruita
dagli europei: essi non conoscono la direttrice Est-Ovest, ma solo
quella Nord-Sud. Ciò rappresenta il loro "crimine
geografico". Il Sudafrica ha già fatto questo. Per quanto
riguarda, inoltre, l'intero continente, dobbiamo sostenere con forza il
processo di unità africana, fortemente osteggiato da Europa e Stati
Uniti. Noi occidentali non abbiamo alcun diritto di mantenere le
divisioni, ma solo il dovere delle scuse, della ricompensa e della verità
nei confronti delle popolazioni africane che abbiamo colonizzato e
sfruttato.
La terza guerra mondiale
Spostiamoci ora nella zona più delicata del mondo, quella che comprende
Cina, India e Russia. Proprio qui gli Stati Uniti stanno preparando la
terza guerra mondiale. Gli strateghi americani della Casa Bianca e del
Pentagono seguono una dottrina imperiale concepita da un geografo
britannico nei primi anni del '900, e che si può sintetizzare così:
chi domina l'Europa orientale domina l'Asia centrale; chi domina l'Asia
centrale domina l'isola mondiale (cioè la regione che comprende Europa,
Asia e Africa); chi domina l'isola mondiale domina il mondo.
Questa tesi, evidentemente folle, gode di grande considerazione a
Washington. Essa viene riproposta nientemeno che nel più importante
documento che attesta l'attuale linea geopolitica americana, il
documento JCS570/2. Questo rappresenta la risposta all'interrogativo di
Roosevelt riguardo a quale linea di politica estera avrebbero dovuto
tenere gli Stati Uniti dopo la conclusione della seconda guerra
mondiale. L'esigenza era quella di rendere il mondo sicuro per i
commerci americani. A questo scopo furono individuate tre aree
geografiche su cui imporre un rigido controllo: l'Europa occidentale,
l'Asia orientale e l'America latina del nord. Il progetto fu
concretizzato e formalizzato attraverso la sigla di tre distinti
trattati militari, rispettivamente la Nato, l'Ampo e il Tiap. Tornando
alla regione di Cina, India e Russia, appare subito evidente che essa
presenta il 40% dell'intera popolazione mondiale e che si situa
precisamente nel bel mezzo dell'espansione della Nato, da una parte, e
dell'Ampo dall'altra. Se a questo poi aggiungiamo che gli Stati Uniti
stanno prendendo il controllo della regione grazie alla costruzione di
numerosi avamposti militari, ad esempio nelle repubbliche islamiche
dell'ex-Unione Sovietica, e che i tre Paesi in questione prevedibilmente
raggiungeranno un accordo per il controllo comune della zona, avremo
tutti gli elementi per comprendere la delicatezza della situazione.
L'idea poi di fare dell'Afghanistan e dell'Iraq due Stati unitari è
un'illusione occidentale. Sul territorio iracheno convivono quattro
nazionalità: curda, turcomanna, sunnita e sciita. Su quello afghano ben
undici. Un modello federale è l'unica alternativa praticabile per
questi due Paesi.
Johan Galtung
Da "Missione Oggi" di febbraio
Fonte: http://www.liberazione.it/notizia.asp?id=3632
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