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Ma i germi c'erano già



di Nicola Tranfaglia


QUANDO la mattina del 14 luglio 1938 venne reso noto ufficialmente il Manifesto che un gruppo di scienziati razzisti avevano steso su precisa direttiva del regime fascista (tra gli autori, il senatore professor Nicola Pende, direttore dell' Istituto di Patologia medica dell' Università di Roma, era forse quello che godeva di maggior prestigio e autorità accademica), non furono pochi gli italiani a restare sorpresi e angosciati. L' impressione di chi non era vicino al partito fu inevitabilmente quella di un' improvvisa e sciagurata omologazione tra la politica fascista e quella nazionalsocialista, tra la dottrina di Benito Mussolini e quella di Adolf Hitler. E se fino a quel momento il fascismo italiano era potuto apparire agli apolitici, agli indifferenti, agli opportunisti, come la versione bonaria e casalinga di un sistema politico che sembrava avere garantito l' ordine e la stabilità, ora i conti non tornavano più. Il regime si preparava ad assumere, anche di fronte ai più sprovveduti, un tratto che lo rendeva simile alla dittatura demoniaca abbracciata dai tedeschi. Subito dopo la pubblicazione del documento degli scienziati (metà dei quali era costituita da giovani assistenti universitari come Lino Businco o Guido Landra, e l' altra metà era rappresentata invece da docenti ormai affermati, da Nicola Pende a Sabato Visco ad Edoardo Zavattari), non mancarono discussioni negli ambienti fascisti. Lo stesso Pende si lamentò con il segretario di Mussolini perché sul testo iniziale erano state apportate modifiche da funzionari della Cultura popolare e probabilmente da Mussolini medesimo. Ma il ministro della Cultura popolare Alfieri convinse senza troppe difficoltà sia Pende sia Sabato Visco (anche lui aveva protestato per le stesse ragioni) ad accettare il fatto compiuto, pena spiacevoli rappresaglie del regime nei loro confronti. In dieci proposizioni che volevano scimmiottare lo stile sintetico e scultoreo del Duce, gli autori del Manifesto affermavano che le razze esistono, che ce ne sono di grandi e di piccole, che si tratta di un concetto puramente biologico, che gli italiani sono ariani puri, che gli ebrei non appartengono alla razza italiana e che ormai è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti. Un documento di pochi giorni successivi comunicava agli italiani che il segretario del Partito, Starace, aveva ricevuto gli studiosi autori del Manifesto, li aveva elogiati e aveva svolto da par suo alcune considerazioni. La prima è quella secondo la quale il regime non è nuovo ai fasti del razzismo: con la creazione dell' Impero la razza italiana è venuta in contatto con altre razze; deve quindi guardarsi da ogni ibridismo e contaminazione. Leggi razziste in tal senso sono state già elaborate e applicate con fascistica energia nei territori dell' Impero. La seconda più importante è che gli ebrei si considerano da millenni, dovunque e anche in Italia, come una razza diversa e superiore alle altre, ed è notorio che, nonostante la politica tollerante del Regime, gli ebrei hanno, in ogni Nazione, costituito coi loro uomini e coi loro mezzi lo stato maggiore dell' antifascismo. A CHI sapesse leggere, i due documenti (che avrebbero preceduto di pochi mesi la Dichiarazione sulla Razza del Gran Consiglio del Fascismo redatta personalmente da Mussolini in data 7 ottobre 1938, cui seguono poche settimane dopo i provvedimenti sulla difesa della razza del governo fascista) parlavano con estrema chiarezza. Vi si diceva che la creazione dell' Impero (e dunque l' avvicinamento crescente alla Germania hitleriana) aveva agito da acceleratore della scelta razzista e che una giustificazione forte di quella scelta era l' identificazione tra ebreo e antifascista, da tempo elaborata dalla propaganda fascista e confermata di recente dalla guerra di Spagna, nella quale molti ebrei antifascisti (a cominciare da Carlo Rosselli, fatto uccidere l' anno prima da Ciano e Mussolini) si erano impegnati in difesa della repubblica e contro Franco, appoggiato da Mussolini e Hitler. Del resto, pur tra sfumature di giudizio di non scarsa importanza, la maggioranza degli storici è oggi d' accordo nel far risalire non al 1938 ma a due, tre anni prima, al 1935-36, la decisione del dittatore e del gruppo dirigente fascista di abbandonare la tolleranza che aveva contraddistinto il regime negli anni precedenti e di passare decisamente dalla parte dell' antisemitismo militante, di cui la Germania nazista rappresentava oggettivamente il punto di riferimento maggiore. Questo non significa, naturalmente, che prima di allora non ci fossero nel movimento e nel regime fascista tracce di antisemitismo. Al contrario, un filone ben identificabile ne percorre tutta la storia, anche se non è maggioritario. Lo squadrismo molti lo hanno dimenticato adotta dall' inizio, soprattutto in certe regioni (la Toscana, ad esempio) slogans razzisti, collega bolscevismo ed ebraismo (come del resto aveva fatto Mussolini nel ' 19), si serve degli stereotipi antisemiti per condurre i suoi strumentali attacchi antiborghesi. I giornali della destra cattolica fanno spesso eco a questa campagna; ma c' è soprattutto una rivista, La vita italiana diretta dall' ex sacerdote Giovanni Preziosi e finanziata dal governo fascista, che martella in continuazione sull' internazionale ebraica, introduce i Protocolli dei savi di Sion e altri documenti falsi della campagna antisemita internazionale. Nel 1923 scoppiano a Tripoli gravi incidenti tra fascisti ed ebrei; e più volte negli anni successivi si ha notizia di una potenzialità discriminatoria nei confronti delle comunità israelitiche. Le occasioni sono diverse, gli attacchi più o meno duri, ma emerge sempre il sospetto, la diffidenza, a volte l' odio che l' ideologia nazionalfascista nutre verso una minoranza dalle proporzioni esigue (l' uno per mille circa della popolazione totale), ma fornita di una tradizione culturale propria, fatalmente in contrasto con il rozzo imperialismo fascista. L' avvento al potere di Hitler in Germania segna un indubbio rafforzamento di queste tendenze. E questo non tanto, come pure a lungo si è scritto e si continua a scrivere, per un' interferenza tedesca nelle cose italiane (che è stata documentata bene da Meir Michaelis ma che non appare, in questo periodo, decisiva) ma piuttosto per la forza d' attrazione che il modello totalitario nazista esercita su Mussolini e su tutti i dirigenti del regime (con l' eccezione, a quanto pare, di Italo Balbo). Già il 26 maggio 1933 Farinacci, su Il regime fascista, chiede l' introduzione del numero chiuso per gli ebrei in Italia (ne stavano arrivando molti, dalla Germania e dall' Austria). Nei mesi successivi Il Tevere di Telesio Interlandi intensifica la sua campagna contro lo scarso patriottismo degli ebrei, fino a individuare nell' arresto di un gruppo di antifascisti di Giustizia e Libertà, avvenuto a Torino nel maggio del 1934, la conferma delle sue accuse. A costo di apparire ingenui, scrive il foglio romano, ricorderemo che il meglio dell' antifascismo passato e presente è di razza ebraica: da Treves a Modigliani, da Rosselli a Morgari, gli organizzatori del sovversivismo antifascista furono e sono della gente consacrata. L' argomento appare convincente a gran parte della stampa italiana, che nei due anni successivi riprende e amplifica il sillogismo. L' uscita del volume Gli ebrei in Italia di Paolo Orano e del pamphlet Contra Judaeos dello stesso Interlandi, insieme con la nascita della rivista La difesa della razza affidata sempre a Interlandi, sono altri ingredienti importanti del concerto organizzato da Mussolini e dal partito per sensibilizzare gli italiani a quel che si prepara. Tra le carte del ministero della Cultura popolare si trovano le veline che i giornali ricevono in quei mesi a proposito della campagna razzista. Eccone un piccolo saggio: 20 maggio 1938. I libri di autori israeliti non debbono esser recensiti. 13 agosto. I giornali svolgano con continuità la propaganda razziale. 27 agosto. D' ora innanzi anziché parlare di ebraismo e antiebraismo, usare l' espressione giudaismo e antigiudaismo. 31 agosto. In merito alla questione razziale si è diffusa in alcuni ambienti l' errata opinione che si debba avere qualche battuta di arresto e che non si arriverà a conclusioni pratiche. Niente di tutto questo. La campagna va proseguita e intensificata.... Si potrebbe continuare. Ma a questo punto vale la pena cercar di rispondere all' interrogativo di fondo che ancora oggi, a cinquant' anni dal Manifesto e dalla successiva persecuzione, anima storici e uomini della strada. L' antisemitismo fascista fu un fenomeno autoctono o di importazione? E' spiegabile soltanto con l' alleanza con la Germania, o c' è stato dell' altro? Le ricerche svolte in questo dopoguerra (a cominciare da quelle di Renzo De Felice), pur con diverse prospettive di metodo e di orientamento generale, mi sembra abbiano risposto in maniera chiara alla domanda. Per la discriminazione, e poi la persecuzione antisemita in Italia, fu decisiva l' alleanza con Hitler; ma, quando ciò avvenne, il campo era ben arato: nell' imperialismo fascista c' era già in incubazione il germe razzista. - (12 luglio 1988)

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