HOME

ARTICOLI

LIBRERIA

FORUM

CONTATTI

NOTE

Dipenderà dagli USA il futuro assetto ONU



di Gerardo Morina


Presentato ufficialmente ieri a New York e soggetto all’approvazione degli Stati membri, il futuro assetto dell’ONU è contenuto nelle 101 raccomandazioni meticolosamente elencate dalla Commissione di 16 saggi incaricata dal segretario generale Kofi Annan di studiare una riforma radicale delle Nazioni Unite al fine di adattarle al mondo del dopo-11 settembre. Si tratta dunque per ora solo di suggerimenti e di proposte, fra le quali – questione cruciale e delicata – spicca l’affermazione del diritto degli Stati all’autodifesa, compreso quello all’autodifesa «preventiva» in caso di un attacco imminente. A condizione però, sottolinea il rapporto della Commissione, che tale diritto possa – e in alcuni casi debba – essere legittimato dal Consiglio di Sicurezza. Questione cruciale e delicata, perché proprio su questo il mondo si è diviso, quando, al momento di entrare in guerra con l’Iraq, Washington ha adottato una sua dottrina di guerra preventiva e unilaterale, non esitando a scavalcare le Nazioni Unite. Saranno dunque in particolare gli Stati Uniti, visti da una parte del mondo come «i grandi trasgressori», a dimostrare la validità delle proposte, decidendo se continuare a ignorarle o se dar prova di adeguarvisi. Se Bush opterà per la prima strada non ci sarà da stupirsi. Il secondo mandato ricevuto dagli elettori potrebbe infatti convincere il presidente che la politica unilaterale paga e non vi è alcun motivo per cambiarla. È un atteggiamento che l’America, unica superpotenza, si può permettere di mantenere, ponendo essa per prima condizioni alle stesse Nazioni Unite, magari ricorrendo alla carta finanziaria, ovvero graduando a suo piacimento i contributi, già oggi poco solerti, versati ad un’organizzazione internazionale ritenuta ostile. Né si può escludere che Bush possa parallelamente essere tentato di proseguire nella politica che privilegia come prioritarie le intese bilaterali con Paesi importanti dello scacchiere geopolitico, come Russia e Cina, e relegando così l’ONU a un ruolo marginale. Il tutto nella convinzione, profondamente radicata in special modo tra i «neoconservatori » dell’attuale amministrazione americana, in base a cui sia la rottura con l’ONU e la conseguente scelta unilaterale USA fossero inevitabili (dopo l’inutilità dimostrata dalle Nazioni Unite attraverso le ripetute Risoluzioni contro Saddam Hussein) sia che la guerra combattuta in Iraq debba essere considerata una guerra «giusta». Tesi,queste, che trovano numerosi sostenitori, primo fra tutti Michael Glennon, docente di diritto internazionale presso la Fletcher School of Law & Diplomacy alla Tufts University, il quale, nelle sue collaborazioni a «Foreign Affairs» ha spesso affermato che il principio di non intervento sancito dalla Carta delle Nazioni Unite è stato violato talmente tante volte negli ultimi sessant’anni da non potere più essere considerato un principio di diritto internazionale, divenendo, nel linguaggio giuridico, «desueto». Un altro studioso come Robert Kagan (celebre il suo «Paradiso e potere: America ed Europa nel nuovo ordine mondiale», uscito nel 2003) si preoccupa nel suo ultimo saggio («Il diritto di fare la guerra», Mondadori, 2004) della crisi di legittimità che ha investito gli Stati Uniti, crisi iniziata però molto prima che si verificasse la rottura transatlantica sulla guerra in Iraq. Tale crisi, spiega Kagan, va fatta risalire al termine della guerra fredda,quando «i pilastri su cui si era basata la legittimità della leadership americana caddero rovinosamente insieme al Muro di Berlino e alle statue di Lenin. E nell’era post-guerra fredda c’era ben poco che potesse prendere il loro posto. L’islam militante e radicale non può in alcun modo sostituire il comunismo come minaccia ideologica per la democrazia liberale dell’Occidente». E se è vero, sostiene ancora Kagan, che oggi gli Stati Uniti stanno attraversando una crisi di legittimità, «la principale ragione è da ricercare essenzialmente nel desiderio dell’Europa di riprendere in qualche misura il controllo sul comportamento americano».Ma il Consiglio di Sicurezza ONU e il sistema giuridico internazionale da esso presieduto rappresentano veramente, si chiede Kagan, « il Sacro Graal della legittimità internazionale, come sostengono oggi con insistenza gli europei?». Per tornare a Bush. Nel suo secondo mandato il presidente potrebbe in alternativa voler tentare di rimediare alla sua crisi di legittimità, riavvicinandosi all’ONU, anche se solo per motivi utilitaristici. I quali sono: primo, l’unilateralismo è bello ma è anche costoso in termini finanziari e di truppe; secondo, occorre risolvere al più presto la crisi post-bellica in Iraq; terzo, nuove e importanti sfide attendono la comunità internazionale, a cominciare dalle ambizioni nucleari di Iran e Corea del Nord. E a tali scopi, in fondo, un aiuto dalle Nazioni Unite non sarebbe poi così da disprezzare. (02/12/2004)

***

 


 

Fonte: www.cdt.ch