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Il
neopapa Benedetto XVI s'è presentato con un duro attacco contro la «dittatura
del relativismo», suscitando adesioni e repulsioni quasi nella stessa
misura. Questi ultimi critici, in particolare, hanno sottolineato come
l'opposto del relativismo sia l'assolutismo, cosa del tutto indigesta alla cultura liberale
borghese. I primi, invece, gli entusiasti, hanno ammesso come il mondo
moderno - in particolare quello occidentale - si trovi in un grave stato
di decadenza morale e, se vogliamo, spirituale,
il quale annulla, se non manda in difetto, qualsiasi progresso possa
compiersi sul versante scientifico-tecnologico. La mia impressione è
che entrambe le "scuole di pensiero" abbiano le loro buone
ragioni per giungere alle conclusioni cui giungono: pertanto qui di
seguito, tenterò d'offrire una mia personale sintesi delle due
posizioni contrapposte. LA CRISI DEL RELATIVISMO
CULTURALE Personalmente, non avrei dubbi a definirmi un relativista.
Credo fermamente, infatti, nel relativismo culturale: a mio parere ogni
popolo con la sua tradizione è non solo pienamente dignitoso e degno
d'esistere, ma persino un patrimonio dell'umanità intera. Attualmente
il fenomeno della globalizzazione, ch'è non solo economico ma anche
culturale, pone un serissimo pericolo, privo d'eguali nella storia, alla
sopravvivenza della varietà tradizionale umana, diffondendo e spesso
imponendo in tutto il mondo un singolo modello civilizzazionale, di
sapore nordamericano, che comprende la struttura economica capitalista,
la struttura politica liberale, e la struttura etica borghese. In
effetti, il relativismo culturale è qualcosa che, pur essendo spesso
formalmente dichiarato, è oggi del tutto ignorato. I nostri
intellettuali o supposti tali non si sognerebbero mai - Fallaci a parte
- d'individuare un popolo o una cultura o, peggio, una razza, come
superiore alle altre; eppure nel momento in cui tutti o quasi indicano
come necessità storica, e cosa alquanto bella per le magnifiche
sorti e progressive del genere umano, la diffusione del libero
mercato e di quella che loro chiamano "democrazia", ebbene
essi si spostano decisamente nel campo dell'assolutismo. Infatti, nel
momento in cui individuano il modello socio-economico-politico
occidentale come modello vincente, superiore,
ineluttabile, ne fanno un
idolo assoluto, valido ovunque, per chiunque, in qualunque situazione e
tempo. Poco importa poi che davvero s'abbia una visione mistica - come i
neocons nordamericani - o più semplicemente, come Popper, si pensi
essere "il meglio in circolazione", poiché laddove non si
pongano al modello limiti spazio-temporali, e soprattutto lo si
trasfiguri da struttura economica, politica e sociale a valore
criptoreligioso, allora s'è divenuti degli assolutisti beceri della
peggior specie. La globalizzazione, in fondo, non è che il colonialismo
del nostro tempo. E ne riprende non solo gli aspetti strutturali - la
dialettica centro-periferia, il controllo politico occidentale, la
colonizzazione culturale del Secondo e Terzo Mondo - ma pure quelli
collaterali, quale il dibattito teorico di contorno. Un tempo,
gl'intellettuali borghesi discutevano dandosi due possibilità: o gli
indigeni delle colonie sono antropologicamente "cattivi",
"più bestie che uomini", e dunque vanno trattati con la
sferza; ovvero essi sono ontologicamente uguali a noi, ma meno progrediti,
meno sviluppati, e perciò
vanno convertiti alla religione, alla cultura e all'economia
occidentale. Oggi, di fronte alla globalizzazione - e in particolare
riguardo all'attuale crociata contro l'Islam - le sole due opzioni che
si sentono ricorrenti sono: o gli Arabi, i Cinesi, ecc. sono di per sé
"inferiori", "barbari", e perciò vanno sottomessi
alla direzione occidentale; oppure essi sono esattamente come noi, solo
"fuorviati" da cattive tradizioni e religioni (o
interpretazioni d'esse), medievali (regredite), e di conseguenza devono solo essere aperti ai
nostri splendidi valori occidentali, "democratici" (in realtà
parlamentaristi) e liberali. Com'è facile notare, in un caso e
nell'altra, la possibilità che gli altri
vadano bene così come sono, non è neppure contemplata. La scelta è
sempre tra distruggere e addomesticare, ma mai lasciare in pace. Io dico
che un vero e sano relativismo culturale dovrebbe gioco forza condurre a
optare per questa terza posizione; perciò esso non è veramente
praticato, poiché opporrebbe un ostacolo formidabile alla
globalizzazione. ASSOLUTISMO DEL RELATIVISMO C'è però un'altra forma di relativismo, il quale gode
oggi d'una grande fortuna, e cioè il relativismo
etico. Esso, infatti, non solo non pone grossi ostacoli alla
globalizzazione, ma anzi la supporta. Infatti, laddove ogni valore
morale sia relativo, rimane un solo possibile principio universale, ch'è
quello di permettere la libera scelta etica: vale a dire, il relativismo
etico stesso. Ecco allora che il relativismo si traduce nel suo
contrario ontologico, in un valore assoluto, da imporre nel mondo.
Laddove non v'è relativismo etico vige l'assolutismo; laddove vige
l'assolutismo, va portato il relativismo. La contraddizione intrinseca
d'un simile modo di ragionare è palese, ma non di meno esso è portato
avanti imperterrito. Perché il relativismo etico corrisponde, appunto,
all'etica occidentale: pertanto, esportare il relativismo (che espressione orribile!) significa
imporre i valori occidentali, considerati sufficientemente
"relativi" (naturalmente i giudizi addotti dalla nostra intelligencija sono puramente strumentali). Io definisco questo modo
di porsi e agire l'assolutismo del
relativismo. Tale approccio va rifiutato, a mio avviso, per due
motivi principali e sufficienti. Uno è quello strettamente pragmatico,
per cui farsi campioni di un tal genere di relativismo (non contesto
affatto la sua validità, entro certe condizioni) e auspicarne la
diffusione, coincide col rendersi anche noi neocolonialisti. I popoli
debbono avere la libertà di darsi valori assoluti, perché s'essi non
possono neppure scegliere ciò in cui vogliono credere, allora significa
che stiamo avvicinandoci a un punto nella storia in cui la libertà
umana toccherà il fondo dell'abisso in cui sta precipitando. IL RELATIVISMO
DELL'ASSOLUTISMO Ecco allora che all'assolutismo
del relativismo si può rispondere col suo opposto: il relativismo dell'assolutismo, se mi permettere l'espressione. Per
spiegare cosa intendo con tale espressione, debbo prima esplicitare la
seconda ragione per cui, dicevo, il "relativismo assoluto" è
inaccettabile. Questa è che se, invero, non esistono valori assoluti
nel mondo, perfettamente eguali nella coscienza umana, essi però
sussistono non in essenza ma nella forma. E cioè, in qualunque cultura
di qualunque epoca noi troveremo ad esempio una concezione di giustizia.
Essa, certo, varierà in modo anche sorprendente. Eppure, non possiamo
negare che le categorie di "giusto" e "sbagliato"
siano connaturate alla natura umana. Insomma, la giustizia esiste assoluta
in forma, in significante, ma nell'essenza, nel significato, subisce
infinite sfaccettature relative
alle sue coordinate spaziali, temporali ed etnoculturali. Del resto,
sarebbe impossibile raggiungere una giustizia in tutto e per tutto
assoluta, senza ammettere la possibilità della perfezione per l'uomo -
ciò che è assolutamente giusto
non sarebbe di conseguenza assolutamente perfetto?
- cosa che mi sento d'escludere. Per questo società assolutiste sono, a mio parere, del
tutto accettabili - fermo restando che possono essere giudicate in base
ad altre varianti, quale il comportamento dei governanti sui governati,
che prescinde il carattere assoluto o meno del sistema di governo.
Concretamente, ritengo che la Repubblica Islamica dell'Iran abbia tutto
il diritto d'esistere, senza rischiare d'essere da un momento all'altro
aggredita dagli Yankees. Non dico che debba piacerci; anzi nego
decisamente che il modello sia applicabile alla cultura europea, a
quella americana, a quella russa e a molte altre. Però essa si confà
alla cultura iraniana e non sarebbe giusto modificarla perché non piace
a noi. S'essa deve cambiare,
che lo decida il naturale divenire della società iraniana: un divenire
specifico e, si spera, libero. Qualcuno obietterà: bene,
con questo tuo "assolutismo relativo" garantiresti la libera
autodeterminazione politica e culturale per i popoli, ma i singoli dove
li mettiamo? Critica corretta che non intendo attaccare. Ma voglio
soltanto ragionare come segue: qual è il senso dell'unità degli
individui nella collettività? Quella di garantire il bene comune, che
poi in genere, ma non
necessariamente, si ripercuote sui singoli. Non necessariamente,
perché alcuni individui potrebbero doversi sacrificare per garantire il
bene agli altri. Ma non necessariamente anche perché questo bene
non è per forza materiale, ma può essere anche un ideale che la
collettività decide di seguire. Allora l'azione del collettivo tende
verso la realizzazione dell'idea, non verso la distribuzione di benefici
ai singoli che lo compongono. L'individualismo di cui è permeata tutta
la cultura occidentale moderna, considera quello di cui sopra un
abominio, e sancisce che la libertà del singolo viene prima di quella
della collettività, la quale, in fondo (vedi teoria contrattualista),
esiste solo per meglio sostenere gli interessi - in genere
utilitaristici - degli individui. Insomma, la collettività come una lobby! E' una questione di punti di vista, non pretendo di
distribuire la ragione agli uni o agli altri. Ma io, che tale visione
individualista rifiuto (o, meglio, accetto solo a un livello spirituale,
o totalmente solo in caso d'alienazione dalla società), ritengo che il
singolo possa se crede tentare di modificare il registro della
collettività, ma che a quella debba sempre rimettersi in ultima
istanza. Se invece ognuno fa come vuole - e questo succede nelle società
occidentali - la collettività perde ogni significato, e si trasforma in
"Stato", l'entità che, per dirla con Marx, serve a perpetuare
la supremazia degli oppressori sugli oppressi. 12 maggio 2005
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