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di Julius Evola
E' un fatto
difficilmente contestabile, che l'attivismo costituisca la parola
d'ordine dell'ultima civiltà. L'esaltazione e la pratica dell'azione,
quindi di tutto ciò che è sforzo, slancio, lotta, divenire,
trasformazione, perenne ricerca, inesausto movimento, si vede affiorare
da ogni dove. E non solo noi oggi abbiamo il trionfo dell'azione, ma
abbiamo anche una filosofia sui generis al servigio di essa, che con una
critica sistematica e con un forte apparecchio speculativo volge a
crearsi alibi d'ogni genere e a gittare a piene mani il disprezzo sui
valori proprii a ogni diverso punto di vista. Così, nelle cose l'occhio
del moderno si abitua a trascurare sempre più l'aspetto
"essere" per affissarsi invece sull'aspetto
"divenire", "sviluppo", "storia":
"storicismo" e "divenirismo" vanno a battere il
ritmo all'"attivismo" e noi vediamo che nelle stesse scienze i
principii che ieri si ritenevano immutabilmente validi e intrinsecamente
evidenti oggi vengono considerati come assunzioni ipotetiche da
controllarsi in funzione del divenire della conoscenza scientifica; noi
vediamo che nelle stesse religioni un'esegesi di tipo nuovo non tiene
nessun conto delle pretese di assolutezza e di trascendenza che i dogmi
e le "rivelazioni" presentavano e tende a non vedere in tutto
ciò che dei momenti di un divenire, di una storia immanente
dell'aspirazione religiosa, non esitando, su questa base, a procedere
alle umanizzazioni più contaminatrici. In filosofia la cosa è ancora
più evidente.
Pragmatismo, volontarismo, attualismo, ecc., sono correnti che, sia pure
in forma varia, convergono tutte in un unico motivo il quale non fa che
tradurre in sede speculativa il motivo stesso della vita immediata d
oggi, il suo tumulto, la sua febbre di velocità, la sua meccanizzazione
volta a contrarre ogni intervallo di spazio e di tempo, il suo ritmo
congestivo e privo di respiro che nei popoli anglosassoni e soprattutto
americani giunge poi al suo limite.
Qui il tema attivistico perviene realmente a un acme parossistico e
quasi diremmo pandemico, assorbe la totalità della vita secondo
un'accelerazione che sembra non conoscere più freno, mentre gli
orizzonti si riducono sempre più sensibilmente a quello buio e impuro
di realizzazioni affatto temporali e contingenti, dove la demonìa del
collettivo si fa onnipotente su esseri privi di ogni sostegno
tradizionale, tetanizzati da una irrequietudine che oltrepassa tutti i
limiti, dominati da forze scatenate sotto molti aspetti subpersonali e
prive di volto che li sospingono verso l'"ideale animale" di
una nuova civiltà arimànica. Per tale via, le cose sono giunte a un
punto tale, che per coloro, i quali non sono ancora del tutto dimentichi
di quelle antiche tradizioni, che fecero la nostra vera nobiltà
spirituale, l'arrestarsi e il rendersi un conto preciso della situazione
col riportarsi a un punto di vista più alto si impone. E in realtà è
possibile muovere una critica e una reazione contro l'accennato
orientamento del mondo moderno non in nome della stasi o dell'astrazione
intellettualistica o estetizzante, bensì proprio in nome della stessa
azione: mostrando che il mondo moderno, in fondo, di ciò che sia
veramente azione non sa quasi più nulla - quel che esso esalta, è
soltanto una forma inferiore d'azione - e che appunto in ciò stanno la
deviazione e il pericolo. In realtà, vi è azione e azione; vi è un
attivismo sano e un attivismo che è semplicemente febbre, esaltazione,
vertigine senza centro, tanto che, lungi dal testimoniare una forza,
come volgarmente si crede, esso indica soltanto un'impotenza e
un'incapacità.
Oggi, sotto specie delle varie filosofie della "vita", del
"divenire" e dell'"irrazionale", è appunto di
questa seconda specie di attivismo che trattasi; e per questo occorre
che il ritorno a una più alta concezione dell'azione ristabilisca
l'equilibrio e arresti un processo, le cui deleterie conseguenze son già
fin troppo visibili. Noi abbiamo perduto il senso di ciò che nelle
nostre tradizioni classiche significava spiritualmente l'opposizione fra
mondo "naturale" e mondo "intelligibile". Il
movimento - in tali dottrine - era considerato come il principio delle
cose di natura inferiore, però il movimento come la "perenne fuga
delle cose che sono e non sono" (Plotino), come impotenza a
compiersi e a possedersi in una legge e in un limite, a realizzarsi come
atto perfetto. L'altro mondo - il "mondo intelligibile" - non
era il mondo della non azione, ma era invece quello dell'azione
perfetta, quello di un azione che si differenziava dal modo proprio alla
"natura" in quanto era priva di desiderio e sufficiente a sè
stessa: in quanto azione assoluta, avente in sè stessa il proprio
oggetto e il proprio principio. Un ideale sovrannaturale, aristocratico
dell'azione faceva dunque da anima a tale visione antimoderna: né a
essa soltanto.
Chi prendesse contatto con alcuni insegnamenti tradizionali dell'Oriente
ariano si stupirebbe forse dinanzi all affermazione, che tutto ciò che
è movimento, attività, divenire, cangiamento, è proprio a un
principio passivo e feminile, mentre al principio virile e
"solare" vien riferita l'immobilità, l'immutabilità, la
fissità. E così non si renderebbe nemmeno troppo conto di che cosa
possa significare l'altra affermazione, che "il Saggio discerne la
non-azione nell'azione e l'azione nella non-azione". In ciò non si
esprime affatto un quietismo, ma appunto la stessa consapevolezza di un
ideale superiore, aristocratico dell'attività, rispetto al quale
l'azione comune diviene quasi un non-agire. E' l'idea che in termini
metafisico-teologici si ritrova poi nella stessa dottrina aristotelica
del motore immobile. Chi è causa e signore effettivo del moto, non si
muove egli stesso.
Egli suscita e dirige il moto, desta l'azione ma, egli, non agisce, nel
senso che non è "trasportato", non è preso dall azione, non
è azione, bensì una superiorità calmissima, impassibile e imperativa,
da cui l'azione procede e dipende. Ecco perché‚ il suo comando
possente e invisibile si è potuto chiamare un "agire-senza-agire".
Dinanzi a questo ideale di azione dominata, chi agisce preso dallo
slancio, dalla passione, dall'immedesimazione, dal desiderio,
dall'inquieto bisogno non agisce veramente, ma è un agito. Per quanto
paradossale possa sembrare questa espressione, il suo è un agire
passivo. Ecco perché, rispetto al mondo trascendente, superiore,
regalmente freddo, puramente determinativo, "immobile" dei
"Signori del moto" lo si assomiglia appunto a femina: egli si
muove, fa, crea, corre ma la ragione, la causa assoluta della sua azione
cade fuori di lui. Orbene, una volta compreso questo ideale tradizionale
dell'azione e della non-azione, se si esamina il senso proprio alle
dottrine attivistiche, diveniristiche, bergsoniane, ecc. in voga al
giorno d oggi, di massima ci troviamo dinanzi precisamente a questa
forma inferiore e passiva di azione: ciò che oggi si esalta, è uno
slancio cieco e istintivo, onde si va senza sapere perché si vada,
senza avere potere di essere diversamente da quel che si è, di
dominarsi, di crearsi in sè stessi un centro, un limite, una luce, una
ragione assoluta. E' l'agire per agire, come era spontaneità e "elan
vitae", come necessità immediata e mai risolvibile - quand'anche
il tutto non si riduca a una volontà più o meno consapevole di
stordirsi e di distrarsi, a un'agitazione e a un rumore che tradisce la
paura per il silenzio, per il distacco interno, per l'assoluto essere
degli individui superiori - mentre dall'altra parte essa sostiene e
fomenta in ogni modo la rivoluzione dell'uomo contro l'eterno.
Per quanto necessariamente tronche, queste considerazioni bastano per
dare il senso del punto centrale di riferimento. Al tumulto della vita
moderna, alla molteplicità scatenata delle forze e delle passioni che
essa ha evocate sia nell'ordine della società che in quello stesso
della natura su cui, attraverso la tecnica, l'uomo oggi fa sempre più
profonda presa, dovrebbero corrispondere forze di centralità: di
ascesi, di comando, di assoluto dominio spirituale, di assoluta
individualità e di assoluta visione - forze che oggi meno che in
qualsiasi altro tempo ci è dato di constatare d'intorno. E questo
difetto è vano sperare che possa essere veramente rimosso, quando si
continui a ridurre l'azione all'unico tipo dell'azione materiale e
"passiva", spinta dall'esterno e volta verso l'esterno; quando
non si veda altro che essa e si ritenga che l'azione interiore, l'azione
segreta che non crea più macchine, banche e società, ma uomini, asceti
e guerrieri, esseri superbi dominatori delle proprie anime, svincolati
da ogni sete, liberati, non sia azione ma rinuncia, astrazione,
perditempo. Finché tale sia il criterio non c'è da aspettarsi che una
sempre più alta vertigine sempre più lontana da qualsiasi centro e a
qualsiasi controllo che non sia quello della reciproca dipendenza di
parti di un mostruoso ingranaggio lanciato a vuoto, senza nessuno che
possa più nulla. Se nella sua febbre di correre, di andare sempre più
in là come degli assetati o degli inseguiti il mondo moderno non
realizza che le estreme conseguenze del romanticismo, ciò che di nuovo
potrà stabilire un equilibrio e non estinguere, ma integrare,
centralizzare, rendere maschia, solare e attiva l'azione, non può
essere che una rievocazione di quel che, in senso lato, si può chiamare
l'esperienza classica: amore del cosmos contro il caos; della forma
contro l'informe, dell'ethos contro il pathos, della chiarità contro la
penombra, del distinto e del "dorico" contro il promiscuo,
l'inquieto e il senza limite.
L'ideale di un nuovo classicismo dell'azione e del dominio, animato da
nuovi contatti col supertemporale, preparato dai valori di un ascesi
virile e di una superiorità aristocratica al semplice
"vivere", è ciò che oggi ci occorre. Esso varrà a creare
lentamente centri, qualità e individualità nuove - nuove per essere
"tradizionali" nel senso più profondo e vivo del termine -
dinanzi a cui, per una legge naturale irresistibile, non potranno non
piegarsi e non subordinarsi in un migliore futuro le forze senza centro,
senza persona e senza luce emerse attraverso il mito dell'azione nei
tempi ultimi.
Fonte: http://www.juliusevola.it/documenti/template.asp?cod=178
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