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Un mondo
sempre più pericoloso e sempre meno frequentabile: per il momento sembra esser
questo il risultato della guerra che il terrore ha dichiarato nel 2001
all’America, e della controffensiva scatenata da Bush prima in Afghanistan e
poi in Iraq. Un regime dittatoriale è caduto grazie al suo intervento, e per
gli iracheni questi sono giorni di liberazione: ogni giorno si scoprono nuove
prove delle atrocità di Saddam, si riesumano corpi di uomini martoriati,
gettati in fosse comuni. Due insurrezioni sciite, una nel ‘91 e una nel ‘99,
furono represse nel sangue dal regime Baath, e ora la verità può venire alla
luce. Ogni liberazione locale è una liberazione anche per le democrazie, nel
mondo globalizzato che viviamo. Ma la guerra del Golfo non
era stata fatta per questo: Bush la presentò come una tappa della guerra contro
il terrorismo, la seconda dopo l’operazione in Afghanistan, e il terrorismo
non solo è di ritorno ma si acutizza. E’ esploso di nuovo a Riad, lunedì 12
maggio, provocando 34 morti. Venerdì notte ha colpito a Casablanca, in Marocco:
sette esplosioni, almeno 41 morti. Fra i bersagli: cittadini israeliani,
spagnoli, ma soprattutto marocchini musulmani. Forse non sono che gli ultimi
spasimi d’un drago in agonia; forse nel lungo termine esso sarà sconfitto. Ma
nel lungo termine chissà chi sarà ancora vivo. Non solo: una parte sempre
più vasta del mondo sta divenendo inaccessibile alle popolazioni occidentali, a
seguito della guerra nel Golfo e di un terrorismo che prescinde da tale guerra,
ma che ad essa ostentatamente intende far riferimento. Sono impraticabili Arabia
Saudita e Medio Oriente. Sono vietati ai voli britannici sei paesi d’Africa
orientale, con punte di pericolosità massima in Kenya, Sudan, Somalia. In Asia
si fanno malsicure Malesia, Indonesia. Le cosiddette piazze arabe e musulmane
non hanno ancora appreso la buona lezione della guerra nel Golfo, e insistono a
sprofondare nei sottosuoli del terrore. In Medio Oriente la pace non arriva, e
Sharon crede di poter profittare della vittoria Usa per non fare concessioni ad
Abu Mazen, il successore di Arafat che più esplicitamente avversa l’Intifada.
Dalla guerra dovevano nascere un Medio Oriente e un Islam ridisegnato, ma il
nuovo disegno non si vede. Il paragone con Hitler o il
fascismo giapponese, spesso invocato da Washington, non funziona come si
credeva. Una cosa era Saddam Hussein, altra è la minaccia terrorista, che Bush
aveva frettolosamente connesso al cambio di regime in Iraq. Saddam costituiva
una minaccia locale, mentre il terrore era ed è una minaccia globale: una
trappola per tutti i cittadini del pianeta, che è congegnata di conseguenza.
Funziona come una cupola mondiale, senza territori fissi. Per batterla occorre
un fronte congegnato anch’esso globalmente, e non sono solo gli europei a
esser impreparati: neanche l’America di Bush lo è. Non è riuscita a creare
alcun fronte comune di resistenza, né tra occidentali né con gli arabi
moderati, negando anzi l’utilità stessa d’un ampio fronte. Non ha voluto
servirsi di organismi multilaterali come l’Onu e la Nato, e si è inimicata
paesi pur sempre preziosi come la Francia. Dice il politologo Pierre Hassner che
Bush ha perso il primo turno (quello della preparazione-propaganda bellica
all’Onu, dove fu Chirac ad avere la meglio), per poi vincere nella guerra vera
e propria. Ma adesso è il terzo turno che conta, e ancora non si sa se la Casa
Bianca supererà la prova. Il terzo turno è quello della politica - Hassner
parla della partita di spareggio, del necessario e decisivo compromesso tra
visione unilaterale e multilaterale - ed è in questa fase che ci troviamo: una
fase in cui la vittoria americana è messa in forse dalla riapparizione del
terrore. Il fatto è che i dirigenti
Usa non sembrano esser capaci di far politica, oggi: né con l’Europa, né con
l’Asia, né con l’Africa, né col Medio Oriente, né con la Russia (il
terrorismo ceceno s’inasprisce man mano che s’allontana l’indipendenza
della repubblica caucasica, e che quest’ultima perde la speranza negli Stati
Uniti). Washington sa fare bene le guerre, questo sì - ha uno spirito di
missione assente in Europa, dispone di strumenti che agli europei mancano - ma
è come se sapesse fare solo questo. In Iraq è andata senza idee sul dopo:
sulla forza di curdi e sunniti, sul massimalismo della maggioranza sciita. E ha
sottovalutato gli effetti disastrosi di questa sua insufficienza.
L’insufficienza consiste nella concentrazione di tutte le energie sullo sforzo
militare, e nella parallela drastica diminuzione di influenza politica globale e
di legittimità. Credendo di poter aggiustare il mondo con le sole proprie forze
e con le sole armi, i governanti Usa hanno creato le basi per una vertiginosa
caduta di potere reale: di potere politico, quello che si esercita nel lungo
periodo. La legittimità stessa della loro guerra è a tutt’oggi latitante:
Bush partì per trovare in Iraq lo smoking gun - la canna di pistola fumante
rappresentata dalle armi di distruzione di massa - e per ora le armi non ci
sono, sempre che non siano state saccheggiate. Ha trovato le fosse comuni, che
sono un ritrovamento essenziale. Ma la legittimità egli la voleva conquistare
sul fronte delle armi irachene, e su quel fronte ha guadagnato poco e perso
molto. Ne consegue un’autentica
abulia politica dell'amministrazione Usa, un difetto di volontà e azione che
subentra non appena le armi sono abbandonate, non appena tocca ricostruire le
nazioni e insediarvi l’imperio della legge. E’ vero, il terrorismo è nato
prima della guerra in Iraq e sin da principio significò due cose: l’inizio di
un’offensiva contro l’Occidente, e il coinvolgimento di quest’ultimo nella
grande guerra civile mondiale dentro l’Islam, tra moderati e radicali. In
questa guerra civile gli americani hanno deciso di immergersi militarmente, ma
non hanno ancora deciso come condurla politicamente, nel momento in cui a
pagarne per primo il prezzo è l’Islam filo-occidentale, in Arabia Saudita e
Marocco. Ottenere risultati nelle
ricostruzioni postbelliche è certo un’impresa difficile e lenta, ma nella
battaglia per la persuasione delle menti arabo-musulmane è cruciale, e
maledettamente urgente. Non è una battaglia vinta, per ora. L’Afghanistan è
stato dimenticato, una volta presa Kabul: 24 province su 34 sfuggono al potere
centrale, e i talebani stanno tornando. In Iraq il caso non è molto diverso:
solo che qui è la capitale a sfuggire al controllo, e Washington è costretta a
cambiare i governatori man mano che si scopre senza ricette. Tutta la salvezza
doveva venire dal governatore Jay Garner: ora deve venire, ma non è spiegato
come, da Paul Bremer. Un’altra cosa vera che
viene detta è che la guerra in Iraq non doveva servire a concludere quella
antiterrorista, ben più lunga e complicata. Ma l’amministrazione a Washington
non fa ragionamenti coerenti in materia, e chi vuol seguire la sua guida non sa
quel che la guida pensi. Pochi giorni prima dell’attentato a Riad, Bush aveva
annunciato: «Al Qaeda è in fuga». E ancora: «Quel gruppo di terroristi che
ha attaccato il nostro paese è lentamente ma sicuramente decimato. Esso non
costituisce ormai più un problema». Negli stessi termini si è espresso Cofer
Black, capo dell’antiterrorismo al Dipartimento di Stato: «La sfida che
avevano di fronte i terroristi era la seguente: o rimettersi in piedi o mettersi
a tacere. La guerra nel Golfo è per loro un fallimento, da questo punto di
vista». Riad e Casablanca non sono
solo la continuazione della primigenia guerra terrorista. Sono una sconfessione
di certezze americane ben radicate. Il terrorismo non è stato decimato, ma si
fa più capillare. Molti esponenti del clero musulmano che avevano condannato
Bin Laden e l’11 settembre hanno cambiato idea, e consigliano ora il jihàd
contro Usa e Israele. Al Qaeda era presente in circa 30 paesi, prima della
guerra irachena: ora è presente in 40, secondo un rapporto Onu. Anche
l’Istituto di studi strategici a Londra è preoccupato: «Al Qaeda non è meno
insidiosa e pericolosa di quanto lo fosse prima dell’11 settembre». Non era
distante dal vero il presidente egiziano Mubarak quando predisse, il 31 marzo,
che «quando questa guerra sarà finita, se mai lo sarà, avremo come orribile
conseguenza non un Bin Laden, ma cento Bin Laden». Dice Massud Barzani, leader dei curdi in Iraq, che a causa dell’incapacità americana di ricostruire l’Iraq e di favorire la nascita rapida d’un governo iracheno legittimo, «la stupenda vittoria che abbiamo ottenuto finirà in un pantano». E’ un pantano in cui rischia di finire l’America stessa, proprio quando appare più potente e vittoriosa. Colpita al cuore l’11 settembre 2001, ha reagito mostrando tutta la forza del suo braccio armato. Ma aveva solo questo, mentre possedeva sempre meno influenza politica e legittimità. E’ un gigante debole, quello che vuole governare il mondo: questo è uno dei principali rischi del suo agire unilaterale. Maggio 2003
Fonte: www.lastampa.it |
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