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di
Alberto D'Argenzio
Il procuratore svizzero Marty presenta il suo secondo rapporto: gli Usa
gestivano un network di rapimenti, torture e detenzioni, l'Italia
c'entrava e sapeva
Carceri segrete e uso della tortura in Polonia e Romania, ostacoli alle
indagini sui rapimenti illegali da parte dello stato italiano, tedesco e
macedone. E dietro a tutto ciò un patto tra la Nato e la Cia, firmato in
segreto il 4 ottobre 2001, per coprire ed aiutare l'intelligence Usa
nelle sue varie attività in Europa: in pratica quasi tutti sapevano e
tutti hanno taciuto. Questo è il quadro disegnato ieri da Dick Marty, il
procuratore svizzero incaricato il 7 novembre 2005 dal Consiglio
d'Europa (organismo che non ha nulla a che vedere con la Ue) di indagare
sulle operazioni della Cia. Marty ha presentato ieri il suo secondo
rapporto, a un anno esatto dal primo. «Gli Stati uniti - dice il
procuratore - hanno voluto imporre una guerra senza regole contro il
terrorismo, una guerra sfociata in un disastro».
Nel giugno scorso Marty aveva parlato di una «ragnatela internazionale»
di rapimenti, voli e detenzioni, tutti rigorosamente al di fuori della
legge e delle convenzioni sui diritti umani. Ieri le parole più usate
erano «vergogna» e «responsabilità». Parole dirette a molti, tra cui
Romano Prodi e il suo governo. «L'attuale governo italiano - ha
affermato Marty in una conferenza stampa a Parigi - è andato più lontano
del governo Berlusconi nel tentativo di fermare l'inchiesta
accuratissima del tribunale di Milano». Più in concreto Prodi ha
imbbraciato l'arma del segreto di stato per ostacolare i giudici,
un'arma impropria, assicura Marty, che ci riporta «ai tempi della guerra
fredda». L'attacco non finisce qui: «La logica avrebbe voluto che il
governo attuale facesse il possibile per dimostrare che il governo
precedente ha coperto o compiuto azioni illegali nell'ambito della
detenzione del trasferimento illegale di presunti terroristi». Invece la
logica italiana vuole che l'ex capo del Sismi Nicolò Pollari, che
secondo Marty ha «mentito spudoratamente al parlamento europeo» sul caso
Abu Omar, sia invece divenuto consulente del premier. È naturale che a
uno svizzero (e non solo a lui) ciò possa apparire almeno curioso.
Prodi potrà comunque consolarsi: si trova in buona compagnia. Marty
punta infatti dito il dito contro mezza classe dirigente polacca, da
Kwasnieski ai fratelli Kaczinski, passando per gli ex premier Miller e
Belka, e attacca anche i romeni Iliescu e Basescu: «Tutte le più alte
cariche dello stato erano al corrente di quanto succedeva sul loro
territorio». In questo caso si trattava di carceri segrete, ma è un
discorso che vale anche per Italia, Germania, Macedonia, Regno unito,
Bosnia e Canada, con la differenza che questi ultimi due paesi hanno
ammesso le loro responsabilità. Gli altri si ostinano a negare.
Le prove intanto aumentano. «Ci sono elementi sufficienti per affermare
che dei centri segreti di detenzione gestiti dalla Cia sono esistiti in
Europa tra il 2003 ed il 2005, più precisamente in Polonia e Romania»,
ha assicurato Marty. Nella prigione polacca di Stare Kiejkuty passavano
i pezzi grossi di Al Qaeda, come Abu Zubaidah e Khalid Sheik Mohammed,
considerato una delle menti dell'11 settembre, mentre in Romania i pesci
piccoli. Più di un sospetto anche sull'esistenza di analoghi centri
nell'isola britannica di Diego Garcia e in Thailandia. In queste
prigioni i detenuti «venivano sottomessi - si legge nel rapporto - a
trattamenti inumani e degradanti» e a «interrogatori rafforzati», in
pratica a tortura: musica assordante, aria condizionata soffocante o
gelida, privazioni sensoriali, mesi di isolamento, detenuti lasciati
nudi per settimane. Le fonti che permettono di lanciare queste accuse,
precisa Marty, sono costituite da «testimonianze credibili e
concordanti» fornite da diversi agenti dei servizi segreti statunitensi
ed europei.
Secondo Varsavia e Bucarest si tratta invece di spazzatura. «Attendiamo
le prove, perché al momento Marty non ne ha mostrata nessuna», afferma
il portavoce del ministro degli esteri polacco. «Calunnie senza prove,
presentate con male fede», l'eco indurito della senatrice rumena Norica
Nicolai. Da Bruxelles basso profilo, il commissario Frattini ricorda
solo che la lotta al terrorismo va sviluppata all'interno delle leggi e
delle convenzioni internazionali. In ballo c'è una questione che tocca
al cuore i valori della Ue: i paesi implicati e che continuano a tacere
potrebbero perdere il loro diritto di voto. Ma le istituzioni europee
(commissione, parlamento, stati membri) non sembrano avere molta voglia
di uscire dall'omertà.
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Fonte:
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/09-Giugno-2007/art18.html
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