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Cina - India: egemonia in Asia e nuovo ordine mondiale



di Alessandro Stazi

 

Cina e India, con il loro dirompente sviluppo economico e le loro ambizioni politiche, promettono di stravolgere gli equilibri geopolitici in Asia e di rimettere in discussione l’ordine mondiale nato con la fine della Guerra Fredda. Le due potenze emergenti, dopo decenni di difficili rapporti, sono ora alla ricerca di un modus vivendi che permetta loro di coesistere pacificamente e di tutelare i rispettivi interessi

I due giganti asiatici rappresentano da soli il 40 per cento dell’intera popolazione mondiale e il loro tasso di crescita annuale è tra i più alti al mondo: secondo un recente studio della Deutsche Bank, entro il 2020, Cina e India saranno rispettivamente, dopo gli Stati Uniti, la seconda e la terza economia al mondo. Il PIL cinese potrebbe superare quello americano già entro la metà di questo secolo. Il modo in cui Pechino e Nuova Delhi gestiranno i loro rapporti avrà inevitabilmente un impatto decisivo sulla stabilità e la pace in Asia e nel mondo intero. I due paesi devono però lasciarsi alle spalle mezzo secolo di contrasti: gli ultimi segnali, sia sul fronte economico che su quello politico, sembrano però incoraggianti.

L’entente cordiale sino-indiana

Nel 1998, in occasione del primo test nucleare indiano, le relazioni sino-indiane toccarono uno dei punti più bassi dopo la guerra del 1962. Nuova Delhi motivò gli esperimenti con la necessità di tutelarsi dalla minaccia cinese e da quella pakistana: Pechino rispose agendo nelle sedi internazionali nel tentativo di isolare diplomaticamente l’India. Da allora, le relazioni tra i due paesi non hanno più smesso di migliorare. L’anno successivo, durante la crisi di Kargil che portò India e Pakistan sull’orlo di una guerra, la Cina, nonostante le pressioni di Islamabad, mantenne un atteggiamento di neutralità che favorì il disinnescarsi della crisi. Oggi Pechino e Nuova Delhi, in una sorta di “entente cordiale”, non si limitano solo a dispensare sorrisi e strette di mano in occasione degli incontri al vertice (mai così frequenti dal 1962) ma soprattutto annunciano di voler cooperare in capitoli strategici come il settore energetico, il terrorismo internazionale e il contrasto dell’unilateralismo americano.
La visita nello scorso aprile a Nuova Delhi del primo ministro cinese Wen Jiabao, che ha ricambiato quella dell’allora suo omologo Vajpayee nel 2003, sembra aver inaugurato una svolta nelle relazioni sino-indiane. Nel comunicato stampa finale, i due paesi hanno indicato le linee future delle loro relazioni: i due paesi, si legge nel comunicato, sono legati da una “amichevole vicinanza, non rivalità”. Al di là del fumoso linguaggio diplomatico, nei quattro giorni di visita del capo dell’esecutivo cinese in India si sono registrati passi in avanti reali sulla strada della pacificazione tra i due giganti asiatici. In primo luogo, è stata concordata una sorta di “road map” per porre fine alle dispute confinarie (per le quali i due paesi combatterono una breve guerra nel 1962) che risalgono alla fine del secondo dopoguerra: la strada imboccata sembra essere quella del riconoscimento dello status quo attuale, con Pechino disposta a riconoscere l’annessione indiana del Sikkim in cambio del riconoscimento indiano della sovranità cinese sulla regione dell’Aksai
Chin. Wen Jiabao, inoltre, ha promesso l’appoggio cinese alla richiesta indiana di un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: un appoggio che potrebbe rivelarsi decisivo per le ambizioni politiche indiane.
Sul piano economico, i due paesi si sono ripromessi di intensificare le loro relazioni economiche. Negli ultimi anni, l’interscambio commerciale tra India e Cina è cresciuto a un ritmo molto elevato: il valore del commercio bilaterale è passato da 1.9 miliardi di dollari del 2000 a 13.6 nel 2004; entro il 2020 si prevede che tale valore raggiungerà i 30 miliardi di dollari. Il premier cinese è arrivato a proporre la creazione di una zona di libero scambio tra i due paesi ma la proposta è stata tiepidamente accolta dall’India: Nuova Delhi teme infatti di essere sommersa dai manufatti cinesi. La struttura della bilancia commerciale dei due paesi si presta a interessanti considerazioni: la Cina, che importa dall’India soprattutto materie prime e semilavorati, soffre di un deficit nei confronti di Nuova Delhi che potrebbe tuttavia facilmente colmare se potesse rivendere i prodotti ad alto valore aggiunto (prodotti elettronici e composti chimici) che produce grazie alle importazioni indiane.
Il premier cinese si è in realtà spinto anche oltre: ha proposto alla controparte una vera e propria partenership economica strategica che, oltre all’abolizione della barriere tariffarie, dovrebbe includere una più stretta cooperazione in campo tecnologico, l’intensificarsi degli investimenti diretti e il coordinamento delle rispettive azioni in seno alla WTO. Nonostante i timori di un’invasione di prodotti cinesi, l’India potrebbe trarre interessanti benefici da una simile prospettiva: l’industria del software indiano (nata con le riforme di Rajiv Gandhi è oggi una delle più sviluppate al mondo) potrebbe stringere un’alleanza strategica con l’industria cinese dell’hardware (recentemente potenziatasi con l’acquisto del settore PC della IBM da parte della Lenovo) tale da mettere in crisi il “monopolio” americano; inoltre, l’apertura ai capitali cinesi permetterebbe all’India di migliorare il settore delle infrastrutture dei trasporti, attualmente il vero tallone d’Achille dell’economia indiana.
Dal marzo del 2004 è all’opera un’apposita Commissione congiunta con lo scopo di studiare nuove e più ampie forme di cooperazione economica. Tra i vari progetti, particolarmente interessante è la cd. “Kunming Initiative” che risale al 1999 quando India, Cina, Balgladesh e Myanmar ipotizzarono la riapertura e l’ammodernamento della Stilwell Road, una vecchia strada che collega la regione indiana dell’Assam con lo Yunan cinese passando per il Myanmar. La sua riapertura, ancora allo studio, potrebbe rappresentare uno straordinario volano per il commercio sino-indiano.
La visita di Wen Jiabao in India è stata seguita, a un mese di distanza, da quella, altrettanto storica, del generale Liang Guanglie, capo dell’esercito cinese, che si è incontrato con il suo omologo indiano e con il Ministro della Difesa di Nuova Delhi. Dopo l’esercitazione navale congiunta nel 2003, i due paesi hanno ora deciso di svolgere una più ampia esercitazione terrestre mirante ad estendere la propria collaborazione nel campo della lotta al terrorismo nonché ad accrescere la fiducia reciproca.

Il futuro delle relazioni sino-indiane

La distensione nei rapporti sino-indiani porta a interrogarsi su quale sia il futuro delle relazioni tra Cina e India. Un’attenta analisi delle esigenze, degli interessi e degli obiettivi dei due paesi sembra avallare l’idea che la “entente cordiale” sino-indiana sia destinata a svilupparsi. I due paesi, per lo meno nel medio periodo, potrebbero trarne notevoli benefici, sia sul piano economico sia politico. In primo luogo, il settore energetico: l’impetuosa crescita economica alimenta sia in Cina che in India una forte domanda di energia che deve però fronteggiare la scarsezza delle risorse interne e gli alti prezzi sul mercato mondiale. Al momento non sembra dunque nell’interesse di nessuno dei due attori alimentare una pericolosa competizione nell’accaparrarsi nuove fonti di energia: il solo effetto che ne deriverebbe sarebbe quello di una decisa impennata dei prezzi mondiali.La strada scelta è invece quella della collaborazione: anche in questo senso va letto il progetto indiano di estendere alla Cina (via Myanmar) il percorso del progettato gasdotto Iran-Pakistan-India.
In campo politico, i due paesi nutrono inevitabilmente forti aspirazioni, alimentate dalla crescita economica e dalle dimensioni demografiche. In questo senso, Pechino e Nuova Delhi vedono con malcelato fastidio l’unilateralismo americano: una più stretta collaborazione, specie nelle principali organizzazioni internazionali (Nazioni Unite, WTO) permetterebbe ad entrambe di meglio difendere i propri interessi. La nuova “entente cordiale” sino-indiana deve però fare i conti con una serie di questioni scottanti quali le dispute confinarie, l’alleanza sino-pakistana e l’appoggio indiano alla causa tibetana. Senza voler peccare di eccessivo ottimismo, ci sembra che si tratti di questioni addirittura “secondarie” rispetto agli interessi in gioco e ai benefici derivanti da una possibile più stretta cooperazione.
Nel medio periodo i due paesi non sembrano avere altra scelta se non quella di cooperare. Cina e India sono oggi due paesi in rapido sviluppo economico ma che abbisognano entrambi ancora di un periodo di tempo non breve per consolidare la propria crescita e, più in generale, il loro modello socio-economico. Scontrarsi, proprio laddove invece la cooperazione faciliterebbe il lavoro di entrambi, non è negli interessi di Pechino e Nuova Delhi. Ciò è vero nei rapporti bilaterali come in quelli con gli altri attori internazionali. Il vertice di Vladivostok – che, a inizio giugno, ha riunito i Ministri degli esteri di Russia, Cina e India per la prima volta nella storia – ha portato la stampa internazionale ha parlare della nascita di un asse tra i tre paesi, prevalentemente in funzione anti-americana. C’è da dubitarne. I tre paesi si sono sì espressi a favore della creazione di un mondo multipolare – ma qualcosa del genere è di norma anche nei comunicati finali dei vertici europei – ma è improbabile che, almeno in questa fase, India e Cina possano o vogliano scontrarsi con gli Stati Uniti. E i motivi sono sostanzialmente gli stessi che consigliano ai due giganti asiatici di non ostacolarsi tra loro.
Pechino e Nuova Delhi hanno una lunga tradizione di pragmatismo e flessibilità in politica estera: stabilità interna ed internazionale, accesso alle immense fonti energetiche russe e al mercato dei consumatori americano sono le priorità delle due capitali asiatiche. In nome di questi obiettivi, Cina e India, come già durante la Guerra Fredda, giocano di sponda con Washington e Mosca. Gli Stati Uniti non hanno per il momento osteggiato il riavvicinamento sino-indiano ma, al tempo stesso, sembrano intenzionati ad “arruolare” l’India in quella che potrebbe sembrare una politica di contenimento della Cina. Recentemente, il Presidente Bush ha dichiarato che uno degli obiettivi del suo paese deve essere quello di “stabilire una più stretta partnership strategica con l’India”. Il primo ministro indiano Singh sarà a Washington il prossimo mese ma c’è da dubitare che l’India rinuncerà facilmente alla sua tradizionale autonomia strategica.
Le cose potranno cambiare solo nel lungo periodo allorquando India e Cina avranno consolidato la propria crescita. Quando quel giorno arriverà, anche le relazioni sino-indiane potrebbero mutare: la cooperazione potrebbe non essere più un imperativo e potrebbe lasciar spazio allo scontro. In fin dei conti, in una prospettiva di lungo periodo, i due paesi hanno gli stessi obiettivi: accesso alla leadership internazionale ed egemonia in Asia. Ma l’Asia potrebbe rivelarsi troppo piccola per due giganti. Le rispettive aree di influenza si sovrappongono: l’attuale competizione navale tra i due paesi nelle acque dell’Asia meridionale ci sembra una prova significativa al riguardo. Cina e India stanno da anni lavorando per intensificare la propria presenza nell’area: la Cina sta attualmente finanziando l’ampliamento del porto pakistano di Gwadar nel Mar Arabico e intensificando la propria collaborazione con Myanmar e Bangladesh: Nuova Delhi ha invece appena lanciato un faraonico piano di ammodernamento dei propri porti che prevede, tra le altre, cose la costruzione di una nuova base navale a Karwar, nell’ovest del paese. La lotta per il predominio nella regione, laddove dovesse accendersi, inevitabilmente coinvolgerebbe anche gli USA e il Giappone col rischio di trasformare il sud-est asiatico in una vera polveriera.

Conclusioni

L’ascesa di Cina e India quali nuove potenze economiche e politiche comporterà inevitabilmente un ripensamento degli attuali equilibri internazionali. È possibile immaginare che, proprio l’affermazione delle due potenze asiatiche, aprirà una nuova fase nella storia delle relazioni internazionali ponendo fine a quella dell’unipolarismo americano, apertasi dopo la caduta dell’URSS.

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