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Cina: lo spettro del nazionalismo comunista



di Enzo Reale*

Una petizione online riunisce ventidue milioni di firme contro la prospettiva di un seggio permanente per il Giappone nel Consiglio di Sicurezza ONU; manifestazioni in diverse città si concludono con l'assalto ai negozi che distribuiscono prodotti giapponesi; si comincia a parlare con insistenza di boicottaggio; e sabato a Pechino erano in migliaia a marciare sull'ambasciata. Il tutto negli ultimi quindici giorni e sotto gli occhi di un regime che anche quest'anno Freedom House ha inserito nella graduatoria dei più repressivi del pianeta: quello cinese. In un paese in cui non si muove foglia che il Partito non voglia, è lecito chiedersi: cosa succede tra Pechino e Tokyo?

Succede che il governo cinese, preoccupato per la crisi delle vocazioni ideologiche, ha preso a soffiare sul fuoco già acceso del nazionalismo e a farne le spese è stato il nemico storico.

Non è un caso che i protagonisti di questa ondata di risentimento siano soprattutto i giovani, quelli che dell'espansionismo nipponico e dell'invasione del loro paese hanno letto solo sui libri della propaganda e che nelle nuove tecnologie, seppur tra divieti e censure, hanno trovato un'inattesa opportunità di espressione. Tre portali molto popolari in Cina - Sohu, Sina e Netease - hanno coordinato la raccolta firme senza che, per una volta, la cyber-polizia intervenisse: agli internauti non è sembrato vero di poter aderire a un documento di carattere politico al riparo da ritorsioni. E anche i disordini di Chengdu, Shenzhen e Shenyang - così come la protesta nella capitale - sono stati organizzati da quella che il giapponese Daily Yomiuri ha definito "la generazione patriottica", formata da ragazzi tra i venti e i trent'anni educati secondo i dettami dell'ideologia nazionalista che da Tiananmen in poi il regime ha deciso di promuovere.

Alla base dell'odio anti-giapponese (espressione molto diffusa tra i giovani cinesi) c'è la radicata - e in larga misura errata - convinzione secondo la quale il Giappone non avrebbe mai chiesto scusa per la sua aggressione del 1937 e per i crimini di guerra perpetrati. Ma ad alimentare la tensione ha contribuito anche la recente pubblicazione dei nuovi libri di testo per le scuole del Sol Levante che dipingono la Cina come responsabile della prima guerra scoppiata tra le due nazioni (1894-95) e che definiscono le prove sul massacro di Nanchino (1937) come "inconcludenti" e ancora "oggetto di dibattito". La visita del premier Koizumi al tempio di Yasukuni - per i giapponesi un omaggio ai caduti, per i cinesi un simbolo di imperialismo - e le rivendicazioni del governo di Tokyo sulle isole Senkaku hanno fornito ulteriori pretesti per accendere gli animi.

Ma segnali che la situazione si è spinta oltre i limiti del consentito sono arrivati negli ultimi giorni dallo stesso Partito Comunista Cinese che, dopo un lungo silenzio ufficiale da interpretarsi come tacita approvazione, ha ordinato ai mezzi di comunicazione di cessare la copertura delle manifestazioni e ai giornalisti di non intervistare i partecipanti. Pechino si trova di fronte a un triplice rischio: il Giappone è il quarto paese per investimenti in terra cinese con un volume complessivo superiore ai 350 miliardi di yen e una crisi nelle relazioni commerciali avrebbe conseguenze enormi; il ruolo della Cina come attore sullo scenario internazionale risulterebbe alla lunga profondamente pregiudicato da una contesa particolaristica e dal sapore provinciale come quella in atto; infine, ma forse il fattore più importante di tutti, nessuno è in grado di garantire che le proteste popolari - permesse o addirittura incoraggiate se anti-giapponesi - non sfuggano al controllo e si traducano in una minaccia per il potere costituito.

Allo stesso tempo la cupola comunista di Zhongnanhai ha necessità di continuare a giocare la carta del nazionalismo per due ragioni principali: aumentare la coesione intorno al Partito (e quindi allo Stato) di una popolazione immensa sempre più difficile da controllare e definire a proprio favore gli equilibri geo-strategici dell'area. Impedire al Giappone di contare di più in sede ONU è fondamentale per garantire alla Cina un ruolo politico dominante e potenzialmente esclusivo nel contesto asiatico ma risponde anche all'esigenza di canalizzare le crescenti tensioni interne dirigendole altrove.

Ufficialmente la Cina non ha ancora espresso la sua opposizione al seggio giapponese, sponsorizzato da Washington. ll suo rappresentante alle Nazioni Unite, Wang Guangya, si è limitato a far sapere che preferirebbe un modello alternativo per l'allargamento del Consiglio di Sicurezza e che, in ogni caso, ogni proposta di cambiamento dovrebbe essere approvata all'unanimità da tutti i paesi membri. Un modo elegante per paralizzare ogni riforma.

Sarà interessante osservare come il regime giocherà la doppia partita sul fronte internazionale e su quello interno. Intanto, per non sbagliarsi, le autorità hanno fatto ritirare dalla circolazione due libri dello storico Yu Jie che negli ultimi quattro mesi avevano venduto cinquantamila copie: parlavano delle relazioni sino-giapponesi e invitavano i cinesi a conoscere il Giappone moderno prima di odiarlo. Propaganda controrivoluzionaria.

10 aprile 2005

enzreale@gmail.com

* Enzo Reale è il titolare del blog 1972

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Fonte: http://www.ideazione.com/quotidiano/2.esteri/2005/2005-04-10_reale.htm