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Fra noi c'è un nemico: Cristoforo Colombo



di Francesco Russo


Il nemico pubblico mondiale si chiama Cristoforo Colombo: ecco una delle conclusioni alle quali approderanno fatalmente i dibattiti previsti per l' anno prossimo in occasione del cinquecentesimo anniversario della scoperta dell' America. Figlio di un "popolo di navigatori e di santi", l' ammiraglio genovese rischia di venir messo alla gogna come un marinaio incompetente e tutt' altro che stinco di santo, in "celebrazioni" che, sulle orme di quelle dell' 89 per il secondo centenario della rivoluzione francese, minacciano di convertirsi in una "anticelebrazione" planetaria (si rammenti il fortunatissimo saggio "antirivoluzione" di Simon Shama, Citizens). In altre parole, la scoperta dell' America, lungi dal dare impulso alla civilizzazione "globale" della Terra, rischia d' essere interpretata come l' avvio d' un olocausto razziale e d' un ecocidio di proporzioni continentali, cui sarebbero tuttora improntate le culture e le società americane dall' Alaska alla Patagonia. Tornatevene a casa vostra Alla testa del movimento anticolombiano per le civiltà precolombiane si è posto risolutamente in Inghilterra il drammaturgo Harold Pinter: una vignetta del Sunday Telegraph lo raffigura su una proda americana mentre agita all' indirizzo di tre caravelle in arrivo, un cartello con su scritto: Dwems go home ("Dwem tornatevene a casa": dwem è l' acronimo di dead white european man ovvero "morto, cioè svitalizzato, uomo bianco d' Europa"). Accanto all' occhialuto alfiere del radical chic londinese ci sono alcuni pennuti indiani, uno dei quali assorto nell' improbabile lettura di Il Guardiano, commedia che anni fa ha consolidato la fama di Pinter. Tesi del gruppo capitanato da Pinter, battezzato "Cinquecento anni di resistenza", è che la scoperta dell' America fu una catastrofe per gli amerindi, i quali tuttora gemono sotto varie forme di oppressione e minacce di estinzione. E che, pertanto, festeggiamenti di trionfalismo bianco nel 1992 sarebbero perlomeno di dubbio gusto. Significative, in questo senso, le parole di un antidwem americano, lo storico Gary Wills: "Se cercate una figura storica alla quale si possano addebitare tutte le aberrazioni del nostro tempo - l' eurocentrismo, il fallocentrismo, l' imperialismo, l' elitismo e ogni altro esecrabile ' ismo' - ebbene, Cristoforo Colombo è il vostro uomo". Legato al palo della tortura, viso pallido dalla lingua biforcuta (sarebbe stato anche un bugiardo matricolato), Cristoforo Colombo resterà impassibile, limitandosi a provocare i suoi denigratori con una smorfia sprezzante? Cederà inerte il suo scalpo ai trofei dei grandi sakem terzomondisti? Levarselo dalla mente: anche i dwem hanno dissotterrato l' ascia di guerra. E in danze selvagge ululano ragionamenti come: nel 1492 le tribù a Nord del Rio Grande contavano al massimo un milione di individui, cacciatori e pastori nomadi, ignari della scrittura, della moneta e anche della ruota, senza alcuna "produzione economica"; oggi, in quelle terre, brulicano duecentocinquanta milioni di abitanti, non tutti alfabeti, ma certo esperti della ruota e del dollaro, e ingranati nell' economia più produttiva della storia. Abietto razzismo, ribattono i "multiculturalisti". Chi può dire a quali vette di civiltà sarebbero ascesi gli Apaches e i Comanches se, al riparo da interferenze sterminatrici, avessero potuto evolversi in armonia con le loro tradizioni e con la natura? Indiani d' America stanno celebrando in questi mesi il 1491, l' ultimo anno felice della loro storia. Il genocidio e il più recente ecocidio delle Americhe è, ovviamente, inattaccabile da qualsiasi revisionismo storico. Già nel 1515, appena ventitré anni dopo lo sbarco di Cristoforo Colombo a San Salvador, isoletta delle Bahama, il vescovo sivigliano Bartolomé de Las Casas denunciò la crudeltà degli spagnoli verso gli indios. Montaigne bollò come "indiscriminata carneficina" il comportamento degli spagnoli in America e, nel ' 700, gli fece eco il grande saggista conservatore inglese Samuel Johnson. Le testimonianze in proposito sono infinite. Ma Colombo? Bene, egli stesso credette che il suo cognome - nella versione spagnola Colon - lo destinasse (nomina sunt omina) alla colonizzazione, e il suo nome di battesimo - Cristoforo ovvero portatore di Cristo - all' evangelizzazione. Si mise subito a cercare "dove nasca l' oro", piantò dappertutto croci, sempre con un occhio attento alle possibilità di mercanteggiare "selvaggi" come schiavi. Un incontro, quello tra il conquistatore e i conquistati, che Pascarella ha burlescamente evocato nel romanesco dei sonetti di La scoperta dell' America: "Se fermorno. Se fecero coraggio: - Ah quell' omo! - je fecero - chi sete? - eh, - fece, - chi ho da esse? so' un servaggio". Ben presto gli indiani constatarono che questi intrusi, gli europei, non erano meno micidiali dei "caniba" (cannibali del Sud). Prima di ripartire, con un carico di indiani sequestrati a forza, Cristoforo Colombo vi insediò una guarnigione armata perché gli indigeni imparassero ad obbedire "con amore e timore". Nei suoi viaggi successivi i rapporti con le genti native continuarono a peggiorare. Ma continuiamo con il profluvio di ingiurie. Per Jan Elliott, un indiano Cherokee che insegna filosofia all' università della Florida, il primo navigatore dell' Atlantico è responsabile di uno dei più cruenti massacri etnici della storia. Un' organizzazione denominata Submuloc (il nome inglesizzato di Colombo, Columbus, scritto alla rovescia, offensivamente) condanna ogni commemorazione dello "schiavista" Colombo - con la sola eccezione d' una iniziativa della Marina americana che vuole intitolare al navigatore un nuovo sommergibile nucleare. Addirittura c' è chi ha sostenuto che, al confronto di Cristoforo Colombo, Hitler non è che "un traviatello minorenne". Anche Fidel Castro s' è avvolto nel manto anticolombiano proclamandosi "indio onorario". L' intento demolitorio investe anche le qualità marinare del nostro eroe. "Come marinaio, Colombo fa semplicemente ridere", sostiene Kirkpatrick Sale, fondatore del Partito verde di New York. Nel suo recente libro The conquest of Paradise, scrive che l' "impostore genovese" riuscì a dimostrare la rotondità della Terra soltanto grazie alla "fortuna che assiste gli sprovveduti". Per criminale negligenza egli perdette cinque navi nei suoi quattro viaggi transatlantici. E poi, continuano i detrattori, non fu affatto lui, Colombo, lo scopritore dell' America. Il Nuovo mondo fu conquistato, tra quindicimila e sessantamila anni fa, da gruppi di siberiani attratti dalla caccia al mammut. Prima di Colombo, vi approdarono i fenici, gli egizi, i romani, i cinesi, gli scozzesi, persino una ciurma di animosi gallesi comandata da un principe Madoc. Insomma, come ebbe a dire Oscar Wilde: "L' America è stata scoperta innumerevoli volte, solo che ogni volta la cosa è stata messa a tacere". Ma l' unico sbarco europeo precolombiano in America ufficialmente riconosciuto è quello del vichingo Leif Ericson, nel 1001, in Terranova. Sarebbe stato strano se la storiografia dello "stupro dell' America" non avesse suscitato una volonterosa reazione. In America, il National Endowment for Humanities ha revocato uno stanziamento di 650 mila dollari, già accordato a un gruppo che progettava un documentario sulla scoperta dell' America, quando è emerso che il lavoro sarebbe stato fondato sull' accusa a Colombo di genocidio. Contro l' ondata dissacratoria, che minaccia di travolgere anche il generale Custer e Buffalo Bill, ha preso posizione pure George Bush. Sempre con intento edificante, sono stati già messi in cantiere due film sul navigatore, uno con Gerard Depardieu, che, senza esser del tutto agiografico, sorvolerà su questa faccenda dello "stupro", parola che dà noia all' attore anche per ragioni personali. E uno con Timothy Dalton, sceneggiato da Mario Puzo, l' autore di Il Padrino. In Spagna furoreggia una canzone le cui parole fanno a meno di commenti: conquistadores, sonadores, de Espana. L' anno prossimo Barcellona, teatro delle Olimpiadi, vedrà nascere una Fiera Mondiale Cristòbal Colòn; riproduzioni perfette della Santa Maria, della Nina e della Pinta, le caravelle della prima spedizione colombiana, riattraverseranno l' Atlantico. Ha il crampo dello scrittore Ma la guerriglia intellettuale contro le implicazioni eurocentristiche delle celebrazioni è destinata a intensificarsi. In quest' alveo rientra un minidramma di Harold Pinter, rappresentato al Royal Court Theatre di Londra. Si intitola The New World Order (il nuovo ordine mondiale) ed ha un tema in cui l' autore si è già cimentato: la tortura. La novità è che qui la tortura viene applicata, in difesa dei "valori democratici", da un paese che si può situare, a piacere, nel Nord del mondo. E ha tutta l' aria di simboleggiare l' America nata dall' uovo deposto da Colombo. Al sessantenne Pinter, che si sospetta soffra da anni di crampo dello scrittore, l' ispirazione è bastata per otto minuti giusti di scena, pause comprese. Una brevità che ha suggerito facili spiritosaggini ai critici. Uno sostiene che il dramma avrebbe molto da guadagnare da un taglio di tre minuti; un altro che si è annoiato al punto di credere, in un primo momento, che il lavoro fosse durato ben dieci lentissimi minuti, anziché otto soltanto. - (9 agosto 1991)

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