La
scoperta dell’America è un evento che ha nel suo artefice un
simbolo scelto per impersonare in terra lo Spirito santo, in un
disegno che ha radici antiche e sinora mai svelate.
Che ruolo ebbe in quest’impresa Innocenzo VIII, il papa
tradito? Fu Colombo un erede della conoscenza templare?
Chi era Cristoforo Colombo? Da
dieci anni inseguiamo la sua storia su percorsi completamente
diversi da quelli imposti dalla tradizione. Laddove l’icona di
un marinaio coraggioso e visionario, avido e ignorante, premiato
dai risultati dei suoi viaggi oltre i suoi effettivi meriti,
cambia completamente.
Da dieci anni, come detto, inseguiamo una verità diversa.
Confrontandoci con l’atteggiamento spocchioso e derisorio
della critica all’inizio, per approdare lentamente ad una
serie di riconoscimenti e di ammissioni plateali di quanto fino
a ieri negato.
Per non parlare dei “plagiator cortesi”, a volte per alcuni
versi anche utili, incontrati lungo la strada. In quella sorta
di manifesto, che ci fu consegnato molto tempo fa da un lettore
del giornale sul quale scrivevamo, e contenuto nelle parole di
Benedetto Croce.
“La maggior parte dei professori hanno definitivamente
corredato il loro cervello come una casa nella quale si conti di
passare comodamente tutto il resto della vita, da ogni minimo
accenno di dubbio diventano nemici velenosissimi, presi da una
folle paura di dover ripensare il già pensato e doversi mettere
al lavoro. Per salvare dalla mente le loro idee preferiscono
consacrarsi, essi alla morte dell’intelletto.”
In dieci anni alcuni
preconcetti sono stati rimossi, figure di primo piano
dell’avventura colombiana sono riemerse, in un assemblaggio
certosino di tasselli, che vengono a completare un affresco del
tutto inedito.
D’altronde le vicende si sono tramandate e sono state studiate
attraverso le cronache dei vincitori di quella partita, che
furono i re di Spagna. I loro cortigiani hanno abilmente
provveduto a camuffare la verità.
Verità che fu occultata anche a Roma con il papato di
Alessandro VI, quel Rodrigo Borgia, spagnolo, che venne eletto,
come scrive Chaunu, con “gli intrighi” degli stessi re
spagnoli.
Spagna-Vaticano rappresentano “l’asse della menzogna”
della storia colombiana.
Ma per questo rimandiamo al libro “Cristoforo Colombo e il
papa tradito” che, nella sua quarta edizione ampliata e
aggiornata e con prefazione di Franco Cardini (un accademico che
non solo sa scrivere e farsi leggere, ma è aperto al
confronto), è stato pubblicato nel 1997 e che contiamo di
riproporre quanto prima sul sito Internet www.romaoggi.com.
Il Papa
occultato
In quell’opera emergeva dal
passato sopratutto la figura di quello che chiamavamo il “papa
desaparecido”: Innocenzo VIII, genovese, della famiglia dei
Cybo proveniente dall’Oriente ed in particolare da Rodi,
l’isola di quei cavalieri, oggi di Malta, che avevano
ereditato i beni (forse non solo quelli) dei Templari.
Innocenzo VIII rimane sulla cattedra di Pietro dal 1484 al 1492.
Muore esattamente sette giorni prima della partenza di Colombo,
che chiaramente salpa da Palos senza essere a conoscenza che il
“suo” papa è morto. Forse non proprio secondo natura, visto
che il papa successivo è il Borgia, tristemente noto per
l’uso della “cantarella”, un veleno che gli consentiva di
accelerare i suoi scellerati disegni. Ma questa è una storia già
scritta.
Veniamo piuttosto ad un versante dell’indagine, che si fa
sempre più intrigante e che apre prospettive ancora una volta
mai percorse lungo l’ampio spettro che si dilata in una
ricerca più approfondita del viaggio alle Americhe.
Laddove l’Ammiraglio delle Indie viene a perdere la
prospettiva di un solitario sognatore, per diventare il
terminale di un piano a lungo coltivato e programmato,
nell’attesa del tempo migliore. Un piano che fa capo ad una
cerchia di persone dalle mire universalistiche, se vogliamo di
“illuminati”.
In un’operazione che parte almeno 50 anni prima e che fa capo
soprattutto alla Chiesa di Roma.
Ma quale Chiesa? Quale corrente di pensiero all’interno della
stessa Chiesa, dove, come è notorio, si scontrano posizioni
spesso opposte e inconciliabili?
Da tempo andiamo sottolineando
il fatto che la “radiografia” di Colombo e del suo pensiero
si svela in alcune frasi che compaiono nei suoi scritti. In
particolare quando afferma che “lo Spirito Santo è presente
in cristiani, musulmani ed ebrei” e che il “suo sapere”
deriva dall’aver studiato testi cristiani, musulmani, ebrei e
di qualsiasi altra setta.
Non è il corso di studi di un semplice marinaio.
Colombo era uno scienziato, esperto nelle cosiddette arti del
“quadrivio”, un uomo predestinato (“nato facto” scrive
papa Borgia) all’impresa per la quale viene preparato. Anche
papa Innocenzo VIII, papa cristiano, cattolico, romano ha a che
vedere con musulmani ed ebrei. Il padre si chiamava Aronne, un
nome ebreo, la nonna Saracina, un nome di derivazione musulmana.
Il padre diventa viceré di Napoli in quella città dove, come
è detto in tutte le biografie, Innocenzo VIII ebbe molti figli.
Nel sangue del pontefice si concentravano le tre religioni
monoteiste: ancora una volta la riconciliazione degli opposti.
Colombo e Innocenzo si muovono in sintonia, al punto da
ipotizzare una consanguineità.
Due testi dei primi anni del Cinquecento parlano di un
“Columbus nepos” (il primo trovato dal professor Baldacci a
Roma, il secondo dal professor Finzi a Perugna). Nipote nel
costume dei pontefici del tempo voleva dire anche “figlio”.
Ma quanto meno nipote.
In un elemento dell’indagine suggestivo e di facile presa, che
abbiamo volutamente tenuto basso per molto tempo per evitare, da
giornalista, la facile e strumentale accusa di voler cercare lo
“scoop” quando puntavamo invece a raggiungere una base di
credibilità a tutto campo. Raggiunto l’obiettivo si può
anche alzare il tiro su questo e su altri aspetti del mistero
colombiano.
Un tracciato
ermetico
Ed ecco, sempre di più, nelle
vite parallele del papa e di Colombo inserirsi un tracciato
ermetico ed esoterico da ripercorrere, che fa dei protagonisti
due personaggi ai limiti dell’eresia. Ben poco si sa di papa
Cybo, un papa colpito, fra l’altro, da “damnatio memoriae”,
massacrato dalla storia.
Resta il fatto che Giovanni Battista Cybo, dedica il suo
pontificato al Giovanni Battista, il santo decollato, il
Precursore, colui che battezza Cristo ed annuncia l’avvento
del Messia. Nello stesso Colombo alcuni ravvisano una sorta di
San Giovanni Battista, un Precursore, dato che va piantando la
croce nelle nuove terre da evangelizzare, battezzando i pagani.
Così Cuba, che in un primo momento crede terraferma, viene
battezzata dallo scopritore “Juana”, Giovanna, che sono
anche le stesse lettere di Genova-Janua, così come per
Colombo-Ulisse Itaca può diventare, in un gioco di vocali e di
consonanti (come è stato già scritto), Catai.
Senza dimenticare che Genova prende il nome da Giano, il dio
bicefalo della pace e della guerra. Una guerra, una crociata che
dalle Americhe avrebbe dovuto riportare la cristianità anche a
Costantinopoli e a Gerusalemme e che secondo gli intenti avrebbe
dovuto portare il mondo ad un nuovo tempo dell’oro, quindi
alla pace e all’armonia universale, con líoro delle Indie.
Il cerchio (non solo geografico) si completava e si chiudeva in
una visione apocalittica che aveva nel Cinquecento, con previsto
Giubileo, il suo acme e il suo punto di partenza. Nella visione
escatologica di cui Colombo è seguace, secondo le profezie
dell’abate calabrese Gioacchino da Fiore, popolare fra i
francescani che Colombo (in morte indossa il saio dell’ordine)
frequenta.
Così al ritorno dal primo viaggio, nella primavera del 1493,
Colombo si dice pronto a mettere in piedi di lì a sette anni
(la fine del secolo, il Giubileo) un esercito in grado di
riconquistare il Santo Sepolcro, in mano agli infedeli.
L’Apocalisse-rivelazione era in atto. Si rivelavano, secondo
le profezie (e Colombo scrive un “libro delle profezie” che
pochi colombisti hanno letto), le isole e terre nuove annunciate
nell’Apocalisse, la Gerusalemme celeste si confondeva con
quella terrena, all’epoca del Padre e del Figlio avrebbe fatto
seguito l’epoca dello Spirito Santo, secondo i vaticinii
gioachimiti.
Non c’era molto tempo per ricondurre l’umanità al felice e
primigenio tempo dell’oro, in un tempo in cui le fedi non si
combattevano, ma si incrociavano. Come le conoscenze.
In una visione anche alchemica, che passa per il cammino
dell’oro fisico, ma che avrebbe dovuto approdare all’oro
dello spirito, quell’oro, così prezioso per Colombo al punto
da portare anche “le anime al paradiso”.
Simboli di
tradizione antica
Strano nome quello di Cuba. Si
vuole che sia di derivazione india, ma nel “Diario di bordo”
del navigatore la prima volta che la si nomina viene chiamata
Colba.
Strane assonanze ha invece Cuba con l’etimologia del cognome
Cybo che è Cubus o Cubos: il cubo figura misterica per
eccellenza, pietra angolare di una nuova chiesa da fondare, su
cui edificare la nuova città cubica, la Gerusalemme divina,
crocevia di fedi.
Non solo il cubo, i cubetti presenti anche nello stemma di papa
Cybo, ma anche i quadretti, in un gioco di scacchi che oscillano
fra ortodossia e gnosi, fra osservanza e trasgressione. Quegli
stessi cubi, quegli stessi quadretti, che compariranno in
seguito nella simbologia massonica o se vogliamo già comparsi
nel gioco del bianco e del nero del baussan dei Templari.
E poiché abbiamo parlato di stemmi varrà la pena di ricordare
che, a legare ancora di più, Colombo a Cybo c’é il primo
stemma del navigatore che, in una sua parte in seguito fatta
sparire, accoglie gli stessi colori delle insegne della famiglia
Cybo, come abbiamo già a suo tempo evidenziato in
un’intervista fattaci dal professor Tanturri e pubblicata
sulla rivista “Libro aperto”.
In un’indissolubilità che è una vera e propria staffetta fra
il marinaio e il papa definito “marinaro”, al punto da farci
pensare a volte (come qualcuno che ci ha avvicinato continua a
sostenere) che possano essere la stessa persona, ulteriore
ipotesi da vagliare visto che il giorno della morte di Innocenzo
VIII, avvenuta il 25 luglio del 1492 è anche il giorno in cui
si celebra la festività di San Cristoforo. In un ginepraio
senza fine, in una verità che appare e scompare mutando sempre,
come in un film di Kurosawa.
Né è da escludere che il papa marinaro, legato per tradizione
e origine familiare ai cavalieri del mare di Rodi, possa aver
partecipato, con Colombo-figlio o meno, ma anche semplicemente
“nepos”, ad un precedente “predescubrimiento”
dell’America. Ipotesi più volte avanzata per quanto riguarda
unicamente Colombo.
In un intreccio che si precisa e si porta a compimento nella
lunga scia di una corrente di pensiero esistente all’interno
della Chiesa. Scia che potrebbe rappresentare un’onda anomala
nei confronti di un integralismo cattolico e romano, geloso
delle proprie prerogative e delle proprie mire e pertanto chiuso
a riccio.
In un gioco di specchi che coinvolge le figure di due
santi-simbolo: San Giovanni Battista (ha lo stesso nome del
pontefice), ma anche San Giovanni Evangelista, al quale Colombo
dedicherà la prima isola toccata nel suo secondo viaggio,
l’odierna Portorico con l’odierna capitale San Juan.
Sono i santi dei nuovi tempi e della fine dei tempi, sono i
santi al quale sono votati i cavalieri, dai Templari ai
cavalieri di Malta fino alla Massoneria. Colombo non ci sono
dubbi era un cavaliere, anche dell’ideale, a dispetto di
accuse che non si possono in questa sede confutare.
Devoto dell’Evangelista, con il suo vangelo misterico e con
l’Apocalisse, ne recita i versetti nel momento del pericolo
come quando, dopo la preghiera, taglia con la spada la tempesta
che sta per travolgerlo, acquietando gli elementi, nemmeno fosse
uno sciamano.
In un rito che ancora oggi ripetono i pescatori siciliani di
fronte al fortunale (l’abbiamo ascoltato in una puntata di
“Linea verde”), in un cerimoniale dal nome “dragonara”,
dove si fa uso della lama di un coltello. Come se non bastasse
il Battista è il santo di Genova e di Firenze, le due città da
cui provengono la metà dei finanziamenti dati a Colombo,
attraverso famiglie imparentate ai Cybo e tramite un banchiere
di Lorenzo il Magnifico. Che era il consuocero di Innocenzo VIII.
L’Opera di
Colombo
Visto che abbiamo accennato
allo stemma di Colombo varrà la pena di esaurire l’argomento.
A parte quell’eredità araldica che Colombo si trascina e che
rimanda ai Cybo, a conferma che l’Ammiraglio delle Indie non
era un “signor nessuno”, visto che i re di Spagna gli
concedono di aggiungere le nuove armi alle “sue” armi.
Il resto si compone di quattro quarti che siamo convinti
rimandano ai quattro elementi: terra, acqua, aria e fuoco. In un
complicato “puzzle” costruito da un “iniziato” costretto
dagli eventi a nascondersi.
La torre e il leone sono due simboli precisi: athanor e materia
prima; terre ed isole nuove, in un ulteriore richiamo
all’Apocalisse, sono d’oro, le ancore/croce sono cinque,
come le cinque zone (la zona degli equinozi, i poli e i tropici)
in cui, sia pure contro il parere di Sant’Agostino, si
divideva il mondo.
Alla simbologia alchemica si aggiunge il fatto che il figlio
Fernando scrive del padre che era di Terrarossa, un elemento
imprescindibile per la grande opera alla ricerca della pietra
filosofale. Che in sostanza è un vertice di perfezione verso il
quale dovrebbe camminare l’umanità.
Non trascurando il particolare che due brevi scritti in latino
di Colombo sono due “ricette”. In una delle quali viene
citato anche lo zolfo. Qualcosa che introduce ad un mondo fatto
di alambicchi, ma non per questo ad un unico cliché.
Colombo lo ripetiamo è personaggio molto più complesso di
quanto si voglia fare credere. Che in italiano scrive. “Dopo
el peccato delli primi parenti cadendo l’homo de male en pegio
perdete la simiglianÁa de Dio, como dice el salmista, prese
similitudine de bestia”.
L’uomo è dunque la scintilla divina perduta e da
riconquistare secondo il computo dei tempi che osservano gli
ebrei. Il viaggio attraverso la via umida dell’oceano
tenebroso non è che il “passagium” obbligato e ormai non
rinviabile, visto che secondo noi, per motivi svariati che lo
spazio non ci consente di spiegare, Colombo non scopre niente,
ma si limita ad essere lo strumento di una “rivelazione” per
la quale è stato preparato come si farebbe oggi per un
astronauta.
Anche il suo nome è talmente perfetto da evidenziare che si
tratta di un nome d’arte, come spesso in cifra è tutta
l’esistenza di Colombo. In una coperta troppo corta: chi è
dalla parte della Chiesa tira da una parte, chi è contro tira
dall’altra. Colombo e il papa sono di quei personaggi bordline,
vissuti sul crinale di un universalismo sopra le parti, che non
accontentando nessuno finisce per inimicarsi tutti. Quasi sempre
la costruzione impossibile dell’utopia si paga di persona.
La Colomba
di Cristo
Colombo come la colomba dello
Spirito Santo (al nord Colombo equivale all’Esposito del sud,
figlio di padre ignoto e quindi della colomba dello Spirito
Santo), come la colomba che annuncia a Noé la nuova terra dopo
l’attraversamento del diluvio-oceano.
Cristoforo come portatore di Cristo, come il Battista e il
Precursore, come il santo che traversa le acque, affondando
sotto il peso di un Cristo bambino che reca in mano un mondo
sferico. Fede, gnosi, cabala, alchimia, scienza tutto ruota in
Colombo che, a quanto pare dopo il primo viaggio, quando la
chimera comincia già ad andare in frantumi, sotto il peso della
nuova ragion di stato nel connubio Spagna-Vaticano, si firma con
uno strano criptogramma, fino ad ora mai completamente risolto:
.S. .S. A .S. X _ M Y Xpo Ferens
Sono 500 anni che si cerca di
dare una spiegazione plausibile al rebus. Non male per un
marinaio ignorante, che ha fatto scervellare senza esito fior di
studiosi. Sulla scorta di chi ci ha preceduto e con una serie di
decriptazioni innovative, riteniamo che la chiave di lettura sia
nella forma triangolare, nel numero delle lettere e nel richiamo
alla Trinità e all’Apocalisse, che in Colombo è ricorrente.
Il triangolo è il triangolo dello Spirito Santo e della Trinità,
la figura geometrica che può incorporare il quadrato-cubo-Cybo
ed il cerchio, il mondo finalmente completato nella sfera.
Le lettere sono sette, numero perfetto, il numero che più
ricorre nel’Apocalisse di San Giovanni, che è dato dalla
somma fra la Trinità e i quattro angoli del mondo-terra (nuovo
o vecchio che sia) e che offre come risultato la sfera celeste,
alla quale si omologa la sfera terrena, nella convinzione
particolarmente avvertita nel Rinascimento, della corrispondenza
macrocosmo-microcosmo, secondo il principio “così in alto
come in basso”.
Alla ricerca dell’armonia universale. In un ennesimo rinvio
all’ermetismo, all’esoterismo, all’alchimia, alla cabala.
Anche le .S., con i relativi punti, un’usanza che, se non
erriamo, è dell’ebraismo, si ripetono trinitariamente per tre
volte: Spirito Santo, Santo Salvatore (San Salvador), salvezza
salvifica. La A, a nostro avviso, sta per Apocalisse, intesa
come rivelazione; la X, la M e la Y, hanno ancora una volta un
triplice significato: cristiani, mori, giudei; Cristo, Maria,
Giovanni (Battista ed Evangelista); e forse ancora Cristo, Maria,
Gerusalemme.
La Città Santa, che rappresenta la vera destinazione per la
quale il navigatore si accinge ad un’impresa talmente
avversata da essere costretto a parlare anche “delle cose
materiali” (sono parole sue) per convincere i re spagnoli.
Singolare che le stesse lettere del criptogramma colombiano
figurino in una delle molteplici firme, (come ci scrisse un
giovane appassionato, Mario Farneti) di un ceramista eugubino,
Mastro Giorgio, i cui riflessi dorati e in odore di alchimia,
non si sono mai più potuti ripetere.
Si aggiunga che più di una volta Colombo si paragona o viene
paragonato a Mosé, in un’investitura che gli viene, come lui
stesso racconta, addirittura tramite l’apparizione e la voce
di Dio, che lo rimprovera in un momento di gravissima crisi, non
solo fisica. Nell’opera di uno studioso, che affonda nel
simbolismo ebraico, Mosé viene visto non solo come legislatore,
guida e organizzatore del popolo di Israele, ma anche come una
sorta di patrono dell’alchimia. E se anche così non fosse
sarebbe sufficiente il Mosé che traghetta il popolo eletto (la
nuova umanità che deve nascere) verso la Terra promessa (agli
ebrei, ma non solo a loro) proprio come fa il navigatore
genovese.
Ma tutto questo poteva essere condiviso dai re spagnoli e dal
papa spagnolo Borgia? All’oro dello spirito avrebbero di gran
lunga privilegiato l’oro della materia, al sogno utopico la
realtà del potere e della ricchezza. In un’appropriazione
indebita che ha cambiato la storia per 500 anni. In
quell’eterno western fra bene e male che è la storia del
mondo e dell’umanità. Nel quale Cybo, Colombo e quanti con
loro si schierarono finirono per essere sconfitti e per
scomparire, quasi sempre di veleno.