|
di Vanni Salvemini
La Cina, un gigante con problemi. Gli Stati Uniti, una
potenza debole. La Banca mondiale e il Fondo Monetario, ostaggi di
minoranze. Il mondo visto dall’altra parte secondo l’economista
Walden Bello in esclusiva.
La parola d’ordine
de-globalizzazione simboleggia un nuovo ordine economico mondiale dove i
Paesi poveri abbiano voce e peso. L’obiettivo è semplice ma eretico:
“smantellare le strutture e le istituzioni economiche e sociali
oppressive, crearne di nuove, demilitarizzare, promuovere la pace”. Ne
abbiamo parlato con il principale teorico, l’economista Walden Bello.
Lei
scrive nel suo libro “Deglobalizzazione” (Baldini&Castoldi) che
“la Cina non è il paradiso dei lavoratori. Essa presenta dei seri
problemi nel campo dei diritti dei lavoratori, proprio come gli Stati
Uniti (…)”. Ancora “la Cina ha la più grande confederazione
sindacale del mondo, con 100 milioni di iscritti”. La Cina, in futuro,
diventerà un modello come quello degli Stati Uniti?
Il modello economico seguito attualmente dalla Cina è destabilizzante
non solo per il Paese, ma per tutto il mondo. Si è dimostrato che i
capitali americani, europei e giapponesi, con la collaborazione del
Governo cinese, hanno trasformato la Cina in un enorme cestino dei
rifiuti di tutto il mondo. Lo stesso Paese dove si attua un’economia
di rapido sviluppo, ma basata anche su ineguaglianze sempre più grandi,
su destabilizzazioni ambientali sempre più gravi. In quanto cittadino
del Sud del mondo, mi sento di dire che è necessario influenzare il
Governo della Cina affinché si muova rapidamente nella direzione di una
forma di sviluppo più equa, a tutela dell’economia e dell’ambiente.
Lei
sostiene che l’Asia necessita di un’integrazione economica. Pensa
anche a una moneta comune?
Non credo che la moneta unica sia un’esigenza immediata, anche se
dobbiamo impegnarci per ottenerla. Una sana integrazione economica può
avere luogo anche senza.
Com’è
il mondo dopo la vittoria di Bush?
Ciò che si vuole è una maggioranza dei popoli, come gli arabi, che
siano tenuti a bada da un salutare rispetto per la letale potenza
americana. Il
|
Un
economista del sud: Walden Bello
Walden
Bello, intellettuale filippino e insigne economista, è una
delle voci più autorevoli del movimento mondiale di
opposizione al neoliberismo. Pioniere della critica alla
globalizzazione, ha fondato e guida tuttora Focus on the
Global South, un osservatorio sui processi economici
globali con sede a Bangkok e Quezon City. È docente di
sociologia e amministrazione pubblica all’Università
delle Filippine e direttore generale del programma di
ricerca e azione Focus on the Global South, con sede
a Bangkok.
|
|
grande
difetto dell’unilateralismo è la sua strategia “oltre misura”,
cioè lo scompenso tra gli obiettivi degli Stati Uniti e le risorse
necessarie per compierli. L’“oltre misura” è relativo, e dipende
in gran parte dal grado di resistenza. Una potenza che esprime una
strategia “oltre misura” può trovarsi a mal partito anche se
accresce notevolmente la sua forza militare, se la resistenza aumenta in
misura ancora maggiore. Siamo entrati in un vortice caratterizzato da
una crisi economica di lungo periodo, dalla diffusione della resistenza
globale, dal ritorno di un equilibrio di forze tra gli Stati centrali e
dal riemergere di profonde contraddizioni interimperialistiche. Dovremo
avere rispetto per la potenza degli americani, ma non dobbiamo neanche
sopravvalutarla. Numerosi segnali indicano che gli Stati Uniti stanno
attuando una strategia “oltre misura” assai grave, e quelle che si
presentano come dimostrazioni di forza potrebbero in realtà indicare
una debolezza strategica.
Lei
più volte ha denunciato la crisi delle tre fondamentali istituzioni del
mondo. Quali prospettive di governance del pianeta hanno la Banca
Mondiale, il WTO e il Fondo monetario?
Quella che abbiamo di fronte è una crisi di legittimità. Grande parte
delle persone al mondo non le considera sufficientemente credibili come
agenti preposti allo sviluppo, ma solo funzione e tramite degli Stati
dominanti e degli interessi delle élite. È chiaro che i governi fanno
fatica a rinunciare a queste istituzioni, ma si rifiutano di dare il
consenso ai loro programmi, sempre che non siano costretti. Come avrebbe
detto Gramsci, “il dominio senza il consenso è sempre molto
instabile”. Lo strapotere del Fondo Monetario Internazionale (FMI),
della Banca Mondiale e dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio
(WTO) fonda la sua egemonia su politiche economiche esclusiviste.
In
questo contesto, cosa devono fare i Paesi del Sud del mondo per ottenere
finalmente riconoscimento e legittimazione?
Negli ultimi cinque sei anni, la considerazione di queste tre
istituzioni internazionali ha dimostrato una certa utilità solo per una
minoranza. Si diffonde rapidamente una cultura secondo la quale, risulta
davvero molto difficile trasformare queste istituzioni in soggetti utili
alla maggioranza globale. Sia i Governi dei Paesi in via di sviluppo che
la società globale, dovrebbero pensare o di “smantellare” le tre
istituzioni o di ridurre la loro azione. Quello che si propone è un
modello di deglobalizzazione che fondi la sua strategia su: indebolire
queste istituzioni, rafforzare le istituzioni regionali, creare un
meccanismo di contrasto e di equilibrio per creare uno spazio politico
nuovo, in modo che i Paesi in via sviluppo possano elaborare strategie
indispensabili per salvarsi dall’inganno della globalizzazione. Si
parla di Ordine Globale perché lo stesso crei più spazio per i Paesi
del Sud del mondo e soprattutto in cui non ci sia un solo modello di
sviluppo imposto dall’alto.
Questa
dinamica di de-globalizzazione che lei suggerisce potrebbe arrestare la
recessione mondiale?
Potrebbe renderla meno grave, perché le economie sarebbero meno legate
le une alle altre, quindi meno aperte a tagli provenienti dalle aree
“depresse”. Per quanto riguarda la globalizzazione dico che è
positiva dato che facilita il flusso di conoscenza, la comunicazione, il
dialogo sui valori. Il problema è il processo attraverso cui tali
elementi vengono distorti al servizio del capitale globale.
Lei
è stato a Genova nei giorni del G8. Cosa vede dopo quei giorni?
D’allora, abbiamo avuto una grandissima mobilitazione del movimento
anti-globalizzazione. Genova deve essere vista come momento di grande
crescita, cominciata a Seattle e arrivata fino a Porto Alegre. Genova è
stata una delle tappe di un lungo percorso che ci ha portati a
manifestare contro il Fondo Monetario Internazionale a Washington
nell’aprile del 2001, poi in Thailandia contro la World Bank e
successivamente contro il Vertice di Davos. Il movimento
anti-globalizzazione ha conquistato l’iniziativa morale. Purtroppo, i
fatti dell’11 settembre ci hanno riportato tutti indietro. Credo che
sia questione di tempo. La crisi del modello americano, l’ultimo
crollo della Borsa di Wall Street, il crollo economico in Argentina, la
ribellione contro le politiche neoliberali in Brasile, Perù e
Venezuela: sono tutti fatti che restituiscono al movimento no-global
l’iniziativa politica.
La repressione di Genova, per quanto brutale e apparentemente insensata,
non è stata solo il frutto della stupidità dei governanti italiani e
dei loro apparati di sicurezza. È stato anche e soprattutto il prodotto
di un etichettamento dei movimenti collettivi e dell’associazionismo
trans-nazionale come terreno di coltura del “terrorismo”. Una
definizione che dovrebbe far ridere, se non fosse dottrina diffusa in
gran parte dell’intelligence occidentale, civile e militare.
Fonte: http://italy.peacelink.org/mosaico/articles/art_9219.html
|