HOME

Articoli

Libreria

Forum

Contatti

Note

In Europa, sono in gioco tre famiglie

Le estreme destre alla riscossa



di Dominique Vidal*


Colpo su colpo, in due anni, l’estrema destra ha sfiorato o superato la soglia del 10%, se non del 15%, nelle elezioni nazionali in diversi stati europei, come in Belgio (17,1%), Bulgaria (12%), Francia (10%), Ungheria (14,8%), Paesi bassi (17%) o Norvegia (22,9%). In Italia, dove Alleanza nazionale ha tagliato il cordone ombelicale per integrasi alla destra classica, la Lega nord, secessionista, è al governo in Lombardia, Veneto e Piemonte (leggere Raffaele Laudani e Laurent Bonelli, pagina 16). In Svizzera, l’Unione democratica di centro, a un anno dalla proibizione dei minareti, ha convinto il 53% dei votanti a espellere gli immigrati riconosciuti colpevoli di un «crimine» – compreso l’«abuso di aiuto sociale»… In tutti questi casi, comunque, non si tratta di un blocco di forze omogeneo. A Est, l’estrema destra eredita una storia lunga e peculiare (leggere Michael Minkenberg, pagina 18). A Ovest, i neofascisti tradizionali sopravvivono nei loro ghetti. In compenso, i partiti anti-sistema alla ricerca di rispettabilità, così come i nuovi arrivati, i cosiddetti Ufo – quale il Partito della libertà olandese (leggere Rinke Van den Brink, pagina 17) –, hanno il vento in poppa. Le iniziative si rinnovano, non senza contraddizioni, ma con due punti in comune: lo sfruttamento della crisi sociale e il rifiuto dei musulmani (leggere qui sotto). Due temi ampiamente sviluppati in Francia da Marine Le Pen, che conta di sostituire il padre alla guida del Fronte nazionale nel corso di gennaio.

Senza dubbio, l’estrema destra non è decisamente più quella di un tempo. Culto maschilista dell’«uomo forte»? La presidenza del Fronte nazionale (Fn) andrà probabilmente a una donna – figlia, è vero, del fondatore… Benedetto XVI riconcilia la Chiesa con gli integralisti? Formazioni a lungo allineate sulla morale cristiana difendono i diritti degli omosessuali e si fanno guidare da dirigenti che si dichiarano gay… Tradizionale compiacenza nei confronti di antisemitismo e negazionismo? La maggior parte dei movimenti di estrema destra si dichiara ormai a favore dell’attuale governo israeliano, avanguardia dell’Occidente. E a ragion veduta: la denuncia dell’«invasione musulmana» è oggi il principale collante di formazioni che, per altri versi, divergono su globalizzazione, stato-nazione, Europa, protezionismo, welfare state, servizi pubblici, rapporti con gli Stati uniti… Si può allora parlare di «nuova estrema destra europea»? A questa domanda, gli osservatori più avvertiti rispondono – come i gesuiti, direbbe qualcuno – con un’altra domanda: ciascuno di questi termini non potrebbe rappresentare una trappola? «Nuove», queste correnti? «A eccezione del Partito [olandese] per la libertà (Parti voor de vrijheid, Pvv) di Geert Wilders, si tratta di vecchie formazioni di estrema destra (1) – assicura Piero Ignazi, professore di scienze politiche all’Università di Bologna (2). E quelle tra loro che tentano di integrarsi al sistema, diventando rispettabili, si scontrano con la loro stessa tradizione neofascista». L’unica novità nasce dalle specificità del periodo: la scomparsa del nemico comunista, sostituito con il nemico islamico – se non semplicemente musulmano. Come un ritorno al filosofo tedesco Oswald Spengler, che con il suo Il tramonto dell’Occidente (3) apparso tra il 1918 e il 1922, armò intellettualmente gli apprendisti dittatori che si opponevano alla repubblica di Weimar. Salvo che la recente fortuna elettorale dei lontani eredi delle forze nere s’iscrive in una sterzata a destra dell’intero spettro politico europeo, dal momento che nessuna forza alternativa approfitta della crisi di egemonia del capitalismo finanziario globalizzato. Anche l’etichetta «estrema destra» disturba il politologo Jean-Yves Camus (4), ricercatore associato all’Istituto per le relazioni internazionali e strategiche (Iris), il quale preferisce definire queste formazioni «radicali, xenofobe e populiste». Ma quest’ultimo aggettivo non si cucina un po’ in tutte le salse? «Non mi soddisfa neanche questo – prosegue Camus – a meno di definirlo come la tendenza a sostituire la democrazia rappresentativa con la democrazia diretta, il “buon senso popolare” che ha sempre ragione rispetto alle élite necessariamente deviate». Agli antipodi di questo atteggiamento, un certo éric Woerth garantisce che «verrà il giorno in cui ci ringrazierete (5)» di avere riformato le pensioni: il 70% dei francesi che dicono «no» sarebbero, quindi, tutti imbecilli? «Elitismo e populismo sono fratelli gemelli», conclude il politologo. Camus paragona volentieri a degli ufo quei dirigenti nati dal nulla: l’olandese Pim Fortuyn, ex socialista e omosessuale dichiarato, diventato islamofobo – che invocava la repressione, quanto reale, dei gay in Medioriente, come altri i diritti negati delle donne –, assassinato il 6 maggio 2002, tredici giorni prima del successo elettorale della sua lista (17%); lo svizzero Christoph Blocher e la sua Unione democratica di centro (Udc), vecchio partito agrario che, radicalizzato, ha raggiunto il 29% nel 2007; lo strano Partito dei veri finnici (Perussuomalaiset), mutazione anti-establishment e anti-immigrati di una vecchia formazione il cui leader, Timo Soini, arringa ora il Parlamento europeo… Per descrivere l’estrema destra del Vecchio continente, è meglio utilizzare il singolare o il plurale? Ignazi e Camus parlano entrambi di un «movimento ibrido», i cui contorni variano da un partito all’altro a seconda delle specificità degli stati, le tradizioni e il paesaggio politico. Di conseguenza definirla «europea» sarebbe paradossale, in quanto il nazionalismo della destra radicale è sempre stato allergico alla costruzione lanciata da Robert Schuman e Jean Monnet più di sessant’anni fa. Con questa griglia di lettura come viatico, il giornalismo d’inchiesta può spigolare da Ovest a Est per mettere insieme una tipologia europea pragmatica, che distingua tre grandi componenti: n gruppi neofascisti marginali, che stentano a liberarsi dalla nostalgia per le camicie nere o brune, se non per le divisioni SS in cui i loro avi combattevano il «giudeo-bolscevismo». I più emblematici, destinati a estinzione naturale: Republikaner tedeschi, Falange spagnola, Movimento sociale italiano Fiamma tricolore (Msift) o Laos, Allarme popolare ortodosso (religione del 98% dei greci), ecc.; n partiti antisistema, che dagli anni ‘90 si sforzano, ciascuno a suo modo, di spezzare il «cordone sanitario» dietro il quale la cosiddetta destra repubblicana li isola, per conquistare il loro posto al sole; n e infine, nello spazio disertato dai «rispettabili», l’emergere – avendo la politica, come la natura, orrore del vuoto – degli ufo sopra ricordati. Se l’influenza elettorale delle formazioni della prima componente resta limitata (varia dallo 0,1% al 7%), i partiti che invece si richiamano alle altre due hanno totalizzato, alle europee del 2009 o in altre recenti votazioni, più del 10% dei voti in undici stati: Austria (Fpö 12,7%), Belgio (Vlaams Belang 10,9%,) Bulgaria (12%), Danimarca (14,8%), Francia (10% alle regionali del 2010), Ungheria (14,8%), Italia (Lega nord 10,2%), Lituania (12,2%), Norvegia (22,9%), Paesi bassi (17%) e Svizzera (29%). L’elenco omette – e a ragion veduta – un’altra grande formazione: l’Alleanza nazionale italiana, l’unica ad avere tagliato radicalmente il cordone ombelicale (leggere l’articolo di Raffaele Laudani e Laurent Bonelli, pag. 16). Per Ignazi, «il criterio principale sta nel sapere se il partito intende restare fuori dal sistema – nella speranza di rovesciarlo – o se vuole conquistarvi posizioni per cambiarlo dall’interno». A condizione che possa farlo, in altre parole che «la destra moderata smetta di ghettizzarlo». E il professore ricorda come il Raggruppamento per la Repubblica (Rpr) e l’Unione per la democrazia francese (Udf) abbiano finito, non senza difficoltà – e con qualche chiassosa eccezione (6) –, col rinunciare ad allearsi con l’Fn. «La “radicalizzazione” – osserva Ignazi – è molto spesso solo una reazione alla ghettizzazione. Al contrario, chi annacqua il proprio vino lo fa perché sa che la destra li accetterà.» Circa ottocento chilometri più a Nord, Jörg Haider aveva creduto di poter vincere la stessa scommessa del suo omologo italiano, ma senza cedere nulla della sua identità. Leader del Partito austriaco della libertà (Fpö), dal 1986 aveva inasprito lo scontro con il governo di Vienna, al quale rimproverava di essere meno efficace,… del III Reich, sulla questione del lavoro! Con il 27% nel 1999, il suo partito arriva a tallonare i socialisti e a superare i conservatori, il cui leader, Wolfgang Schlüssel, offre allora qualche carica ministeriale ad alcuni membri dell’Fpö. A questo punto, Haider si ritira nel suo bastione, la Carinzia. E l’inesorabile «rivolta contro il padre» lo spinge, nel 2005, a fondare la neofascista Alleanza per l’avvenire dell’Austria (Bzö), spaccando così in due l’estrema destra – appena un terzo con lui, il resto alleato al sistema – prima di trovare la morte, nel 2008, al volante della sua Bmw, ubriaco, all’uscita di un locale notturno per gay. Mentre aspira a succedere al padre, Marine Le Pen vorrebbe, come Haider, riuscire in un percorso alla Gianfranco Fini, ma restando fedele ai suoi valori – supponendo che sia possibile «dedemonizzare» l’Fn senza trasformare radicalmente il vecchio partito fino a cambiarne il nome. Ma come resistere alla levata di scudi dei nostalgici di Vichy e dell’impero coloniale «svenduto»? Sempre in agguato, l’altro pretendente ha buon gioco nel sottolineare le contraddizioni della rivale: per Bruno Gollnisch, la polemica artificialmente gonfiata sull’«occupazione» musulmana «dimostra, se ce ne fosse bisogno, i limiti di una strategia come la cosiddetta “dedemonizzazione”. Il sistema politico-mediatico non si accontenterebbe delle garanzie offerte. Ne vuole sempre di più (…), pretende che si chini la testa, poi la schiena, poi che ci si metta in ginocchio (7)». Dal destino dell’austriaco, la delfina ha tratto una lezione: lungi dal considerare, come lui, la Waffen-SS «una parte dell’esercito tedesco a cui bisogna rendere onore (8)», intende voltare pagina una volta per tutte sulla seconda guerra mondiale e sulle provocazioni care a suo padre, come le camere a gas definite un «dettaglio della storia». Cosa più importante: non esita a parlare del sociale con gli operai, molti dei quali, delusi prima dalla sinistra e poi da Sarkozy, votano ora Fn. Come Le Pen che, il 1° maggio 2010, dimenticando di essere stato un tempo ultraliberista e sostenitore di Ronald Reagan, d’un tratto si è messo a difendere (9) il potere d’acquisto, l’assistenza sociale e le pensioni – per «rilanciare il consumo e di conseguenza ritrovare la strada della crescita», unica via possibile per consentire di «ridare un lavoro a tutti e a tutte». E ad esigere la difesa delle frontiere economiche, una giusta riforma fiscale, il sostegno sia all’agricoltura che alle piccole e medie imprese o industrie (Pme-Pmi), ecc. Conclusione del padre, che diventa base di programma per la figlia: «Da circa dieci anni, il capitale finanziario rastrella la maggior parte del profitto. (…) Aggiungere a questo, misure come il mancato rimborso e la franchigia in materia di sanità e la revisione dei sistemi pensionistici, vuol dire scegliere una strada ultraliberista in profonda contraddizione con le aspirazioni e le tradizioni del nostro paese.» La prerogativa dei partiti irresponsabili, nota Piero Ignazi, è quella di promettere contemporaneamente che «domani ci si annoierà gratis e che non si pagheranno più le tasse». A condizione che «lo stato sociale faccia rima con preferenza nazionale» – tanto nell’Europa del Sud e dell’Est oppressa dalla miseria, come in quella del Nord, ancora ben nutrita. E a condizione che la confusione generale nasconda le vere poste in gioco. Altro esempio: l’estrema destra sosteneva di scommettere sugli stati per resistere al capitale transnazionale, ed ecco che la Lega Nord e il Vlaams Belang spingono per la secessione tanto della Padania che delle Fiandre. Il culto dell’identità regionale si sta forse sostituendo a quello dell’identità nazionale? Emerge, tuttavia, un denominatore comune, salvo nel caso francese: il sostegno a Israele. All’inizio di dicembre, una trentina di dirigenti di estrema destra – tra cui l’olandese Geert Wilders (10), il belga Philip Dewinter e il successore di Jorg Haider, l’austriaco Heinz-Christian Strache – si sono recati in Israele, accolti con gli onori dovuti agli ospiti di rango. Chi si assomiglia si piglia: il vice-primo ministro e ministro degli esteri Avigdor Lieberman – deciso a sbarazzare dai palestinesi uno stato che vuole ebraico – ha conversato calorosamente con Wilders, il quale, da parte sua, sogna di proibire il Corano. L’European Freedom Alliance (Efa), cui si richiamava la delegazione, costituisce il ramo europeo della più nota associazione americana. Al quarantaduesimo posto tra i ricchi di Los Angeles (11) (circa 750 milioni di dollari), il mecenate Aubrey Chernick propone, con la «Dichiarazione di Gerusalemme», un’alleanza delle democrazie contro la «nuova minaccia globale di tipo totalitario: l’islamismo». Di ritorno in Europa, molti di questi turisti di nuovo genere hanno partecipato a Parigi all’«Assise contro l’islamizzazione», organizzata da due piccoli gruppi, Riposte Laïque e Bloc Identitaire [Contrattacco laico e Blocco Identitario] – inventori degli «aperitivi salame e vino» e delle minestre popolari con maiale – con l’appoggio del sito ultrasionista e ultra-atlantista Drzz.fr. Non si tratta più quindi dell’eterna rivincita delle guerre coloniali – motivo del sostegno, nel 1967, di parte delle destre radicali alla guerra d’Israele –, ma di un supporto a coloro che combattono in prima linea contro l’«islamizzazione dell’Occidente». Grottesco, si dirà: come potrebbero venticinque milioni di musulmani imporre la sharia a cinquecento milioni di cittadini dell’Unione? Eppure, non bisogna sottostimare l’efficacia di una straordinaria manipolazione delle menti, quando il fantasma dello «scontro di civiltà» prende corpo sotto i nostri occhi. Mentre gli islamisti sfruttano le umiliazioni e le frustrazioni del mondo arabo-musulmano, i neoconservatori strumentalizzano l’islamofobia puntando il dito su un antisemitismo talvolta violento, ma ideologicamente marginalizzato (12). Il 10 dicembre, a Lione, Marine Le Pen, «dimenticando» l’assenza di moschee in tante città, definiva le preghiere in strada dei musulmani un’«occupazione» senza «carri armati» né «soldati». Coincidenza? E se questo nuovo cocktail piccante costituisse la miglior prova della nuova offensiva di una nebulosa situata a destra della destra? Certo, i decenni successivi alla seconda guerra mondiale hanno pochi punti in comune con gli anni ’20 e ‘30. Ma il pericolo, pur presentandosi in modo differente, non è comunque meno insidioso: non un’improvvisa conquista del potere da parte degli eredi del fascismo, ma la loro progressiva conquista dell’egemonia intellettuale nelle nostre società civili. Come un Gramsci alla rovescia. Nei sui Quaderni del carcere (13), il teorico marxista sardo scriveva che lo stato si protegge con «un sistema di casematte (apparati di controllo di stato, cultura, informazione, scuola, tradizione) che escludono la possibilità di una strategia d’assalto, poiché devono essere conquistate una alla volta. È per questo che è necessaria una guerra di posizione, cioè una strategia diretta alla conquista dei diversi e successivi livelli della società civile»…

note:
* Storico e giornalista, ha codiretto con Bertrand Badie L’Etat du monde 2011: la fin du monde unique, La Découverte, Parigi, 2010.
(1) Salvo indicazione contraria, le citazioni provengono da interviste realizzate dall’autore.
(2) Autore, tra l’altro, di La Fattoria degli Italiani. I rischi della seduzione populista, Rizzoli, Milano, 2009, e di L’Estrema destra in Europa, Il Mulino, Bologna, 2000.
(3) Ristampato da Gallimard, Parigi, 1948 (due tomi).
(4) Coautore del Dictionnaire de l’extrême droite, Larousse, Parigi, 2007.
(5) Al Senato, il 23 ottobre 2010. (éric Woerth, già ministro e responsabile della raccolta fondi per Nicolas Sarkozy, ha lasciato il governo nel novembre 2010 per le conseguenze dell’affaire Bettencourt, ndt).
(6) Il 16 marzo 1986, l’Rpr e l’Udf vincono le elezioni legislative e regionali, ottenendo la presidenza di venti delle ventidue regioni metropolitane – di cui cinque con l’appoggio dell’Fn che otterrà, in cambio, la vicepresidenza in sei regioni.
(7) Comunicato del 12 dicembre 2010.
(8) Le Point, Parigi, 11 agosto 2008.
(9) Dopo aver reso l’abituale omaggio a Giovanna d’Arco (www.frontnational.com)
(10) Secondo l’Agenzia France-Presse (Afp), «Wilders si è detto contrario alla restituzione di territori in cambio della pace con i palestinesi, proponendo l’installazione “volontaria” dei palestinesi in Giordania (…).» Ha anche difeso le colonie ebraiche in Cisgiordania come «piccoli bastioni della libertà, che sfidano forze ideologiche che negano non solo a Israele, ma a tutto l’Occidente il diritto di vivere nella pace, nella dignità e nella libertà».
(11) «The 50 wealthiest Angelenos: Aubrey Chernick #42», Los Angeles Business Journal, 24 maggio 2010.
(12) È quanto dimostra, anno dopo anno, il rapporto della Commissione nazionale consultativa dei diritti dell’uomo (Cncdh, www.cncdh.fr ).
(13) Gallimard, coll. «Bibliothèque de philosophie», Parigi, 1996 (ed. orig. 1947). (Traduzione di )

***