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di
Lucio Garofalo
Preambolo
Premetto che non sono cresciuto in un ambiente politico influenzato
dalla tradizione veterostalinista. Non mi sono formato in un clima
ideologico condizionato dal fanatismo e dalla mitologia filosovietica
che avevano esaltato e ottenebrato le menti di milioni di uomini che
credevano ingenuamente in una sorta di "paradiso terrestre". La nozione
di un Eden sovietico non è mai esistita realmente nell'esperienza
storica, se non nelle facili illusioni, nell'iconografia faziosa e
pseudorealista, nella mistica stalinista e nella propaganda ideologica
di un partito-chiesa che aveva compresso le libertà e i diritti dei
singoli militanti, piegando e subordinando le coscienze individuali agli
imperativi categorici provenienti da Mosca.
Al contrario, ho abbracciato e coltivato una visione del mondo e della
politica animata da sinceri principi e sentimenti libertari e
antiautoritari.
Infatti, ho sempre contestato sia l'imperialismo occidentale, di matrice
filocapitalista e pseudodemocratica, che faceva (e fa) capo alla NATO e
alla superpotenza statunitense, sia l'imperialismo sovietico, di
estrazione burocratico-statalista, che faceva riferimento al Patto di
Varsavia e al blocco di dominio incentrato sulle caste politico-militari
salite al potere in Unione Sovietica, instaurando uno dei regimi
totalitari e polizieschi più crudeli che la storia rammenti, simile e,
in fondo, degno erede della spietata autocrazia zarista vigente nella
Russia pre-rivoluzionaria.
Questa chiosa introduttiva mi ha permesso di spiegare quale fosse la mia
posizione duramente critica, anzi polemica, in materia di socialismo
reale, in modo da sgombrare immediatamente il campo da eventuali
equivoci che potrebbero inficiare la trattazione e la comprensione
dell'argomento.
Democrazia in vendita
Francamente non credo nella possibilità e nel dovere di esportare la
cosiddetta "democrazia occidentale", in quanto non confido nei falsi e
deboli principi della democrazia rappresentativa, che considero uno
strumento ideologico di occultamento della natura vorace e dissoluta
dell'economia capitalista, retta sull'alienazione e sulla mercificazione
dei valori umani, su inique e crescenti disuguaglianze materiali e
sociali.
La cosiddetta democrazia non è altro che un'ipocrita forma di riparo e
di mistificazione propagandistica del delitto più atroce e meschino che
possa esistere: lo sfruttamento materiale del lavoro umano, svolto da
masse (sotto)salariate sempre più indifese e ricattabili, costrette a
travagliare per l'arricchimento di minoranze sempre più rapaci e
privilegiate.
Ritengo che la tanto osannata democrazia liberale sia solo la
"migliore", forse la più evoluta e raffinata rappresentazione
costituzionale della dittatura borghese imposta sul resto della società.
Inoltre, sono convinto che tale ordinamento istituzionale non sia
esportabile con procedure e sistemi arbitrari e cruenti, facendo
addirittura ricorso alla rozza e primitiva irrazionalità della guerra.
La democrazia occidentale non è affatto esportabile soprattutto in
quelle formazioni storico-sociali segnate da un'evidente arretratezza
economica, quali sono quei paesi egemonizzati dalla presenza di un
radicalismo islamico avallato in passato dalla politica dubbia e
dissennata dell'occidente. Il quale ha creato gli stessi mostri che oggi
proclama di voler combattere, ha armato e foraggiato gli Stati più
tirannici e criminali del mondo, ovunque e quando conveniva farlo.
Penso, ad esempio, al regime dispotico e sanguinario di Saddam Hussein,
la cui ascesa al potere in Iraq, nel lontano 1979, fu voluta e
caldeggiata proprio dalle potenze occidentali, guidate dagli U.S.A., in
chiave anti-khomeinista. Oppure quando l'occidente ha favorito e
finanziato i movimenti islamici più oltranzisti e integralisti. Si pensi
a figure estremamente pericolose come Bin Laden, a quei gruppi
fondamentalisti e terroristi oltremodo ostili e bellicosi come i
Talebani, armati e appoggiati dal mondo occidentale in funzione
chiaramente anti-sovietica durante la guerra in Afghanistan, seguita
all'invasione compiuta dall'armata russa alla fine del 1979.
"Due pesi e due misure"
Da sempre mi ripugna la linea di condotta ambigua e opportunistica
dell'occidente, riassumibile nella formula dei "due pesi e due misure",
una politica che affama e dissangua i popoli del Sud del mondo,
condannandoli ad un infame e intollerabile destino di miseria e
sottomissione.
Anziché lodare e magnificare a chiacchiere le virtù "salvifiche" della
democrazia, invece di proclamare astrattamente i "sacri" principi
liberal-democratici, piuttosto che dichiarare formalmente la volontà di
esportare la democrazia ovunque sia assente, il mondo occidentale
farebbe meglio se provvedesse ad importarla e trapiantarla nella realtà
dei propri Stati, sempre meno tolleranti e democratici, sempre più
autoritari e illiberali.
L'ideologia dell'esportazione della democrazia maschera un vero e
proprio alibi, utile a giustificare la carenza effettiva di democrazia
all'interno stesso delle società occidentali. Come tutte le ideologie,
si tratta di un autentico e abile travestimento, escogitato per coprire
nefandezze e delitti molto più turpi e aberranti. In realtà, dietro la
tesi ufficiale della "necessità di esportare la democrazia" si annidano
un disegno e un meccanismo di espropriazione violenta delle ricchezze
materiali e culturali dei popoli del Terzo Mondo. Sotto i nobili ideali
della libertà e della democrazia, sbandierati di fronte all'opinione
pubblica internazionale, si ammanta una vorace e sanguinosa spinta
espansionista e globalizzatrice operata dall'economia di mercato, da
quelle forze che sono all'origine delle tante guerre di rapina e di
conquista combattute sul nostro pianeta, che sono quindi alla base
dell'azione di ingerenza e di estorsione imperialistica esercitata su
scala mondiale dal capitale monopolistico-finanziario.
Mercimonio democratico
Immaginiamo paradossalmente che io sia d'accordo con l'idea di esportare
la democrazia.
Ma anzitutto chi, quale autorità internazionale, in virtù di quali
principi e parametri, se non sono condivisi da tutti i popoli del
pianeta, stabilisce ed accerta l'esistenza o meno della democrazia,
ovvero valuta il grado di autentica democraticità di uno Stato e
determina, eventualmente, l'opportunità e la necessità di esportarla,
ossia di imporla con la forza delle armi? Tutto ciò è semplicemente
folle e delirante.
E cosa rappresenta questa democrazia, forse una merce di facile consumo,
alienabile ed esportabile ovunque, oppure un costoso articolo di lusso
che non tutti i popoli possono permettersi? E qual è il prezzo corrente
sul mercato? Forse milioni di morti? Forse miliardi di petrodollari?
Pertanto, ammesso per ipotesi assurda che io accetti e condivida il
presupposto di quella repellente concezione che pretende l'esportazione
di una lucrosa merce chiamata "democrazia", perchè mai questa deve
essere, e di fatto viene esportata soltanto in alcune regioni come il
Golfo persico, casualmente ricche di pozzi petroliferi, di risorse
energetiche e altre pregiate materie prime, oppure di alcune produzioni
che assicurano ingenti proventi economici (anche criminali) come, ad
esempio, le coltivazioni di oppio in Afghanistan? In questa fitta rete
di scambi e traffici, leciti e illeciti, nel connubio tra politica e
affari, si ripara un autentico mercimonio della democrazia, il cui costo
in termini di denaro, di fonti di guadagno, di capitali, ma soprattutto
di vite umane, sembra oltrepassare ogni ragionevole limite e ogni
capacità di sopportazione terrena.
In altri termini, mi domando se l'abominevole "merce democratica"
acquisti maggior valore laddove esistono condizioni oggettive di
ricchezza del sottosuolo e del territorio, vale a dire laddove esistono
preziose (ma non inesauribili) fonti di sfruttamento e di profitto
economico-capitalistico.
Perchè questa laida democrazia non viene esportata in altre realtà del
mondo, in tante nazioni oppresse della Terra, in sterminate aree
geografiche dove non esistono risorse petrolifere, né altre materie
prime che possano attrarre e suscitare gli interessi delle potenze
occidentali e delle corporation multinazionali? Penso a vaste regioni
del Sud del mondo, in particolare del continente africano, dove intere
popolazioni sono quotidianamente massacrate da una micidiale guerra
alimentare, sono sistematicamente schiacciate da un apparato economico-(im)produttivo
che genera soltanto oppressione e sottosviluppo, sono perseguitate da
feroci dittature militari che si susseguono senza soluzione di
continuità con la tacita complicità del mondo occidentale. Il quale
finge di piangere, dissimulando commozione e disperazione solo quando si
consumano le più orrende e strazianti catastrofi umanitarie e
ambientali, annunciate e prevedibili con largo anticipo.
Epilogo
L'esportazione violenta e brutale della merce democratica non sarebbe
possibile in tutto il mondo, essendo sconsigliabile un'espansione
bellicista e interventista a livello planetario, essendo inconcepibile
una crescente militarizzazione del territorio su scala globale.
In questo osceno binomio tra affarismo criminale e democrazia si svela
l'origine di quella cinica e perversa logica dei "due pesi e due
misure": la democrazia non si può e non si deve imporre in tutto il
globo, ma solo laddove conviene e giova (come la storia ci insegna) alle
potenze occidentali, ossia per conservare e, magari, accrescere i
privilegi e l'opulenza economica del Nord del mondo. Quindi per
assicurare e salvaguardare in perpetuo i profitti dei maggiori colossi
multinazionali, che continuano a rapinare impunemente le ricchezze e i
patrimoni, non solo materiali, dei popoli della Terra. I quali, in
cambio, potranno forse godere delle innumerevoli convenienze e dei
vantaggi derivanti dalla prodigiosa democrazia?
Questa non vuol essere una conclusione esaustiva e definitiva che
racchiude per sempre tale riflessione, che mi auguro possa proseguire e
ampliarsi ulteriormente, fornendo spunti e contributi originali per
l'analisi, l'interpretazione, ma soprattutto per la trasformazione
concreta e rivoluzionaria dello stato di cose presenti, ossia il dominio
globale del capitale monopolistico e del neoliberismo.
Lucio Garofalo
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Fonte: Lucio Garofalo
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