HOME

Articoli

Libreria

Forum

Contatti

Note

Gettare il sasso e nascondere la mano

SECONDA RISPOSTA A LUCA BONIARDI (E ANTONINO AMATO)



di Daniele Scalea

Piccola premessa per chi non fosse aggiornato: quest'articolo fa riferimento alla mia prima "Una risposta per Luca Boniardi", del 22 dicembre scorso, che a sua volta si ricollegava alle reiterate provocazioni dello stesso Sig.Boniardi, apparse sul giornalino "Ciaoeuropa" diretto da Antonino Amato. O almeno questa era la mia impressione: quella di rispondere agli attacchi rivolti contro gli Eurasiatisti dai due figuri di qui sopra. L'atteggiamento ch'essi hanno tenuto nelle loro rispettive repliche hanno fatto però vacillare questa mia convinzione.

Inizia il direttore del periodico, Antonino Amato, in data 25 dicembre. La cosa singolare è che nella sua particolare interpretazione «Daniele Scalea [...] innesta una polemica. Una strana polemica»; e inoltre mostra perciò «meraviglia». Il suo redattore Luca Boniardi non è da meno. Egli esterna il suo stupore fin dal titolo della sua replica: «Una risposta per Luca Boniardi?». Ohibò... a quel punto, leggendo tanto, mi sono posto la domanda: ma non avrò sbagliato? Siamo sicuri d'aver risposto alla persona giusta? E così ho ripreso in mano i numeri di "Ciaoeuropa" in questione, per verificare s'io avessi preso un granchio, ovvero se il duo Amato&Boniardi giocasse a fare la vittima. Ora giudicate voi lettori, nella succinta ricostruzione dei fatti che farò di seguito.

Come giustamente nota Antonino Amato, le prime avvisaglie della polemica s'erano già delineate sulla lista di discussione telematica "Società Nazionale". Del resto, non si chiamano "liste di discussione" per nulla. E come ha scritto Amato, tale disputa «fu lunga ed aspra» e si chiuse col suo ritiro dalla lista stessa. Il fatto è che allora, per me e gli altri partecipanti alla discussione, la diatriba s'era chiusa lì. Se non che lo stesso Antonino Amato, nel confronto diretto smontato in ogni sua argomentazione, decide di riavviare (lui, non io, come dimostrerà la linea temporale) la polemica in una modalità molto più vantaggiosa per lui: senza contraddittorio, dalle pagine della sua pubblicazione. Già nel numero 11, anno XIII (7 novembre 2004), compare, addirittura in prima pagina, un intervento di Amato tratto dalla discussione di cui sopra: un comportamento, forse, un tantino scorretto, perché ne estrapola una parte privandola del dovuto contesto - cioè le argomentazioni cui risponde e quelle poi fornite in risposta al suo intervento, senza neppure dare le indicazioni necessarie a consultarle. Ora, non ci si trova in una situazione, come questa, in cui ribattiamo l'uno agli articoli degli altri, bensì ad una lettera in risposta ad un'altra lettera: solitamente, in tal caso, la risposta segue alla pubblicazione del messaggio cui s'intende rispondere. Ma questo è un peccato veniale. Quel che conta è che Antonino Amato ha trasferito la polemica sulle pagine del suo periodico, dove si sente al riparo dalle argomentazioni ostili. Si veda anche, nello stesso numero, "No all'integrazione di Israele e della Turchia in Europa", a pag.8, ancora un attacco all'inesistente "Comitato Eurasia", in realtà "Coordinamento Progetto Eurasia".  Legittimo questo, se non nelle modalità, senz'altro nelle intenzioni; ma poi è assurdo accusare altri di suscitare polemiche! Va comunque notato che io e tutti gli altri eurasiatisti, abbiamo ritenuto non necessario riportare la polemica al piano corretto del confronto, e abbiamo lasciato che Amato proseguisse la sua lotta contro i mulini a vento.

Senonché in questo contesto di bonaccia, fa il suo ingresso il Sig.Luca Boniardi, che scatena la tempesta. A pag.10 del nr.11/XIII compare una sua lettera al direttore dove si schiera con Amato contro le «unioni fantomatiche di popoli e culture». Posizione anche questa legittima, ma che sbugiarda il finto stupore vittimistico di Boniardi. Questi è prontamente caricato sulla nave di "Ciaoeuropa", per dare manforte ad Amato nella sua crociata antieurasiatista (si veda ancora "Le forze in campo", n.12/XIII). Arriviamo così all'oggetto della disputa: l'articoletto "Che ‘pillole’" pubblicato sul n.13/XIII del 19 dicembre 2004. Varrà la pena dargli ancora un'occhiata.

Infatti, nella sua replica difensiva Boniardi scrive:

Ciò per rispondere alla definizione di "pseudointellettuali alla Luca Boniardi": annoto solo che nelle mie critiche al progetto Eurasia ho portato considerazioni politiche e ideologiche senza entrare in nulla di personale.

Il "nostro" ha la memoria corta. Non è stato forse a lui a confessare di provare «nausea» e «schifo» per gli Eurasiatisti? Né «politica» né «ideologica» quest'affermazione, ma decisamente personale! Oppure, traggo sempre da "Che ‘pillole’":

Davanti alla tragedia che i popoli Europei [sic, con la maiuscola] stanno vivendo è tradire nascondersi dietro elucubrazioni mentali o speculazioni filosofiche.

Dunque, saremmo anche «traditori»... altro giudizio alquanto personale. Ma c'è di più:

L'atteggiamento [degli Eurasiatisti, NdR] pare essere questo: "visto [sic, senza maiuscola] che nella mia patria Europa non sono riuscito a combinare un bel nulla mi lancio in battaglie planetarie così grandi e incomprensibili così nessuno avrà da che dire se non faccio nulla di concreto per il mio paese, la mia città, il mio quartiere.." Cinico? Forse ma francamente la cosa ormai ha raggiunto livelli incredibili.

Insomma, gli Eurasiatisti sono «nauseabondi», «schifosi», «traditori» e persino «scansafatiche». Alzi la mano chi non vede in tutto ciò una serie inamissibile d'attacchi personali!!!

I miei attacchi «personali» si limitano invece a quella definizione di «pseudo-intellettuale» affibiata a Boniardi, e motivata con l'alquanto scarsa dimestichezza da lui mostrata con l'utilizzo delle lettere maiuscole. Su ciò Boniardi si permette pure di fare lo spiritoso nella sua replica: «[...] so perfettamente che europeo è un aggettivo ma lo scrivo maiuscolo comunque» (o, ancora, riesuma l'infelice battuta: "Quando sento parlare di cultura, metto mano alla pistola"). Ma non c'è niente da ridere, semmai ci sarebbe da piangere, nel fatto che uno il quale scrive che «l'unica risposta concreta è quella di riaffermare le propie [sic] radici e la propria identità», non conosca neppure le regole basilari della propria lingua! Ma le dirò di più, caro Boniardi - a lei che afferma il «[...] bisogno di affrancarsi dal dominio [...] culturale [...] degli USA»: l'usanza oggi molto diffusa d'utilizzare la lettera maiuscola per aggettivi inerenti la nazionalità - come lei fa orgogliosamente - è mutuata proprio dagli influssi della lingua inglese sul nostro idioma!

Vengo ora all'ultimo passaggio di questa premessa, doverosa per sbugiardare le mistificazioni della premiata ditta Amato-Boniardi. Cito dalla replica di quest'ultimo:

Il mio sogno [...] non ho velleità d'imporlo a nessuno.

Falso: ancora una volta il Boniardi della replica smentisce il Boniardi di "Che ‘pillole’", il quale aveva affermato:

Se tutte le energie che si profondono in queste discussioni [quelle degli Eurasiatisti, NdR] fossero poste realmente al servizio dell'Idea, e scusate se non spacchiamo il capello in 4 per definire l'Idea, forse non assisteremmo allo sfascio attuale.

Insomma, intimava agli Eurasiatisti di porsi al servizio della sua idea. Quindi qualche «velleità d'imporlo», il suo sogno, ce l'aveva...

Come abbiamo visto, Amato e Boniardi hanno cercato di rovesciare la discussione in atto, presentandola come un mio «feroce» e gratuito attacco al povero periodico "Ciaoeuropa". La verità - l'abbiamo visto - è ben diversa: "Ciaoeuropa" ha condotto una dura campagna requisitoria contro l'Eurasiatismo e i suoi sostenitori, e quando questa ha raggiunto il limite, sfociando nell'insulto, ho sentito il dovere di rispondere alla provocazione. E' inutile che i due, dopo aver lanciato non uno, ma innumerevoli sassi, nascondano la mano. Ho avuto occasione di sottolineare più volte un comportamento scorretto da parte loro - comportamento che sinceramente non m'aspettavo, avendo avuto occasione di conoscere il Sig.Amato e reputandolo una persona d'onore -; non ultimo il fatto di non avermi inviato le loro due risposte (mentre io provvedetti immediatamente a fare avere ad entrambi la mia replica), che ho potuto leggere solo fortunosamente, per interposta persona. Evidentemente il lupo perde il pelo ma non il vizio: in "Ciaoeuropa" si ama poter attaccare senza contraddittorio. Ma ora chiudiamo questa premessa e veniamo al dunque.

Sulla risposta di Amato c'è poco altro da aggiungere, visto che essa non risponde pressoché in nulla alle problematiche da me presentate, ma parte per la tangenziale con un discorso sulla Turchia, che io e Boniardi avevamo toccato solo di sfuggita. La replica di Luca Boniardi è invece più mirata. Egli si premura di rispondere alla mia esortazione di definire quella «Idea» famosa che ci aveva divisi: accolgo con favore la sua delucidazione in merito, assicurandogli che io - a differenza di qualcun altro - non ho difficoltà ad accettare e rispettare le sue convinzioni, anche in quelle parti che non mi trovano d'accordo. Come la sua definizione di Europa, riportata di seguito:

L'Europa che sogno è un'unione di popoli che esaltano le proprie radici storiche, culturali in antitesi a blocchi fondati su concezioni economiche dello stato [da un hegeliano auto-proclamatosi mi sarei aspettato "Stato" con la maiuscola, ma non apro una polemica in tal senso... NdR]. Le comuni radici, piacciano o non piacciano, sono radici occidentali, cristiane e pagane, sono le radici del corpus giuridico romano.

Ora, Amato ama ricordare agli Eurasiatisti che, sulla questione della Turchia, essi si trovano con «Blair, Berlusconi, Fini e Pannella» (a dire il vero noi poniamo la questione in maniera molto più problematica di questi loschi figuri, e le posizioni in campo sono molto meno schematiche di quelle descritte da Amato, ma tant'è...). Io rigiro l'accusa a Boniardi, che rivendica le «radici occidentali, cristiane»: non sembra di sentire un americanista? Ci manca solo "giudaiche" e raggiungiamo Gianfranco Fini e i suoi accoliti, che io mi sono divertito a ribattezzare i "neo-circons". Io preferisco rivendicare le origini eurasiatiche dell'Europa, che meglio si confanno alla realtà storica e culturale. Inoltre, se per "radici" s'intendono gli elementi di base, d'origine (l'albero non solo poggia sulle sue radici, ma su di esse cresce, cioè vi è fondato nel suo divenire), è difficile considerare una radice dell'Europa il Cristianesimo: se Roma nasce 753 anni prima del Cristo, se il grosso degli Indoeuropei ("indoeuropei"... molto eurasiatico come nome, non trova Boniardi?) giunge in Europa nel 2000 a.C. circa, ed era stato preceduto già da altri nuclei consistenti, è arduo parlare del Cristianesimo comparso in Europa intorno al 30-40 d.C. e affermatosi ufficialmente nel 313 (Editto di Costantino), come una radice dell'Europa. Ancor meno credibile è voler affermare contemporaneamente in questo ruolo tanto il Cristianesimo quanto i culti tradizionali indoeuropei (o anche non indoeuropei), dato che gli uni vedono la luce millenni prima dell'altro, e nella fase di transizione si caratterizzano per la forte conflittualità. Conflittualità che resta, benché il Cristianesimo tendesse ad affermarsi ponendo la propria tutela sulla feste tradizionali pagane: questa era solo una strategia per sconfiggere il "Paganesimo", non certo un gesto distensivo come vorrebbe intendere Boniardi. Egli dovrebbe saperlo bene, perché tra i suoi maestri annovera anche Julius Evola, che di questo tema s'è occupato non poco, principalmente nel suo "Imperialismo pagano" e poi ancora considerevolmente in "Rivolta contro il mondo moderno".

In "Che ‘pillole’" Boniardi aveva bollato l'Eurasiatismo come una vuota forma d'onanismo intellettuale; cosicché gli replicai mettendolo al corrente dell'organizzazione e dei risultati fin qui conseguiti dagli Eurasiatisti nel mondo. Boniardi incassa il colpo, ma si rifugia in un'altra formula retorica a lui cara:

Non ritengo che i sostenitori, né mai l'ho scritto, del progetto Eurasia commettano crimini: ritengo solo e semplicemente che questo progetto non risponda ai bisogni dei popoli Europei. All'operaio che tira avanti la famiglia, o cerca di farlo, con mille euro al mese necessitano risposte concrete, reali e fattibili. Al contadino della Valtellina, obbligato in nome delle quote latte ad abbattere le propie [sic!] bestie servono risposte precise, serve dare una speranza per il futuro di garanzia, di sicurezza, di giustizia sociale con il diritto inalienabile di poter essere se stessi senza se e senza ma.

Vede, caro Boniardi, qui dobbiamo fare un discorso chiaro e franco: noi Eurasiatisti, a differenza di voi militanti dei partiti politici, non abbiamo necessità di raccogliere consensi che si traducano in voti - utili a farci guadagnare poltrone e lauti stipendi - raccontando agli operai un sacco di balle. I sindacalisti della Triplice organizzano per loro finti scioperi già concordati con i padroni, al termine dei quali questi concedono un irrisorio aumento di stipendio, lasciando ai lavoratori l'illusione d'aver conquistato qualcosa e non, come è in realtà, d'essere schiavi d'un sistema. E' il sistema che bisogna cambiare, caro Boniardi: lei potrà pure raccontare all'operaio o al contadino della Valtellina quanto sia importante e fondamentale la «italianità dell'Istria», ma in verità quel che conta davvero è abbattere il sistema capitalista di sfruttamento dei popoli. E questo non è obiettivo che si possa ottenere con il vetero-irredentismo che propugna, né con la xenofobia, entrambi così terribilmente funzionali al sistema. Un passo fondamentale sarebbe quello di scacciare l'invasore americano dal suolo patrio: anche lei lo afferma, se non sbaglio. Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare - lei dice: «Cacciamolo!» ma non spiega come. L'Eurasiatismo invece offre un piano concreto a questo scopo, un progetto già in corso di realizzazione. E se poi l'operaio d'Arese o il contadino della Valtellina capisce meglio lei che noi, sinceramente non importa: perché lei è solo il parolaio che infarcendolo di cazzate contribuisce a mantenerlo sottomesso al sistema; noi saremo quelli che, Dio volendo, giungeremo a dargli la libertà.

Daniele Scalea, 16 gennaio 2005

***