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L'Euroscetticismo figlio delle tasche vuote



di Fiorello Provera*

Ripartire dai popoli. Questo è quanto dobbiamo imparare dal risultato del referendum francese: un no secco all’Europa, inequivocabile, espresso a larga maggioranza, che ci spiega l’abissale distanza tra gli euroburocrati e la gente dei quartieri. La costruzione dell’Europa è avvenuta troppo rapidamente, ad opera di un’élite politico-amministrativa che non ha capito l’importanza essenziale di far crescere una coscienza europea in mezzo a popoli così diversi. Si sono concentrati i poteri e allargate le ambizioni senza capire che l’unico futuro europeo avrebbe potuto essere quello di una confederazione snella, con poche essenziali competenze. Si sono voluti accelerare i tempi forzando mediazioni in ogni settore, codificando banalità come il famoso diametro dei piselli e il risultato è quella Costituzione europea, non a caso composta da cinquecento articoli, sconosciuta ai più e nella quale il cittadino non si riconosce. Anziché consolidare i risultati ottenuti dai primi quindici Paesi membri si è aperta l’Unione a nuovi Stati, con gravi ritardi strutturali, costretti a enormi sacrifici per poter accedere al club Europa.
La burocrazia e il centralismo che stiamo tentando faticosamente di cacciare dai nostri Paesi, si sono trasferiti e consolidati a Bruxelles da dove dilagano senza più confini nazionali a trattenerli. Il vero potere dell’Europa, ossia la Commissione, ha imposto spesso regole ridicole che hanno tentato di insegnarci come fare o non fare il cioccolato, il lardo di Colonnata, la bistecca alla fiorentina e il formaggio d’Alpe, con sovrano sprezzo del ridicolo. Migliaia di direttive e regolamenti, sfornati in pochissimo tempo, hanno tentato di cancellare le peculiarità dei nostri popoli che sono la ricchezza del continente, e non si è avuto il coraggio di sottolineare i pochi, fondamentali valori comuni che hanno forgiato durante i secoli l’Europa, come le radici giudaico-cristiane. Basta girare tra la gente per rendersi conto che viene attribuita all’euro la responsabilità delle recenti difficoltà economiche; difficoltà che prevalgono su qualsiasi ragionamento politico per chi ha poco salario e molte difficoltà ad arrivare a fine mese. L’euroscetticismo crescente, scoppiato clamorosamente in Francia ma diffuso ovunque, è figlio più delle tasche vuote che delle filosofie. A questo si aggiunga l’utilizzo che è stato fatto a fini di politica interna dell’ideale europeo. La ratifica della Costituzione è diventata spesso uno strumento per ottenere consensi a maggioranze traballanti o addirittura per lotte di potere all’interno di movimenti politici. L’adesione all’Europa è stata vista come l’opportunità di superare difficoltà interne, politiche o economiche, o come un governo sopranazionale al quale affidare, un po’ vigliaccamente, scelte difficili e indifferibili.
Il “no” francese ad una Costituzione europea complicata e poco comprensibile, ha arrestato un processo di unificazione che avrebbe sottratto potere agli Stati nazionali senza trasferirne una larga parte al territorio e ai popoli, che sono gli unici depositari della sovranità.
L’esito del referendum francese deve diventare un’opportunità che va colta fino in fondo, ossia quella di ripartire dai diritti del cittadino per costruire pazientemente, attraverso l’informazione e la condivisione, unici strumenti di libertà, un’Europa nuova.


* Presidente Commissione Affari Esteri del Senato

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Fonte: http://www.lapadania.com/PadaniaOnLine/Articolo.aspx?pDesc=41549,1,1