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Tre scenari per il futuro della CSI



di Daniele Scalea


Soltanto pochi giorni fa scrissi - in un articolo intitolato: "Il Cremlino cambia strategia?" - della crisi che sempre più chiaramente affligge la Comunità degli Stati Indipendenti, e del conseguente dibattito geopolitico che sta sorgendo nella Federazione Russa.

Ad esempio, Sergei Markedonov, capo-dipartimento ("relazioni interetniche") all'Istituto di Analisi Militare e Politica, ha rilevato il fallimento completo della CSI nel tentativo di mantenere uniti i cocci dell'Unione Sovietica: così, a ovest Ucraina e Paesi baltici hanno scelto l'integrazione europea, mentre a est, in Asia Centrale, il modello dominante è quello del libero mercato in regimi autocratici. Di fronte alla dissoluzione dello spazio postsovietico, la risposta che Markedonov auspica è netta e radicale: «In questa situazione, la Russia dovrebbe sviluppare relazioni con le ex repubbliche sovietiche procedendo egoisticamente dai suoi interessi nazionali. La solidarietà non può permettere al dirigente del Turkmenistan d'infrangere i diritti dei Russi etnici, all'Ucraina di rubare il gas russo, e alla Bielorussia di perseguire giornalisti russi. E gli interessi geopolitici russi nel Caucaso settentrionale impongono la resa dei conti colla Georgia». Se non che Markedonov stempera un po' i toni poco dopo: «Allo stesso tempo, la Russia non può limitarsi solo a mostrare i muscoli militari, cosa inevitabile talvolta, ma deve anche diventare un attraente socio economico, un garante politico-militare e un centro intellettuale».

Le parole di Markedonov esprimono colla massima durezza quello che è un sentimento diffuso, benché maggiormente dissimulato, tra la classe dirigente russa; le soluzioni proposte variano però da esperto ad esperto, avendo tutte in comune un solo punto fermo: la CSI ha fallito ed è ormai cosa morta. Aleksandr Lebedev, presidente della Commissione "affari interni della CSI" alla Duma, ha invocato «urgenti riforme» dello spazio postsovietico.

Di recente (per la precisione l'1 aprile), il quotidiano "Nezavisimaja Gazeta" ha offerto il suo contributo allo sviluppo di tale dibattito, analizzando tre possibili scenari per il futuro della CSI, quelli più «realistici» secondo la testata.

Il primo scenario descritto è quello più catastrofico per Mosca: la rapida e inesorabile disintegrazione dello spazio postsovietico. Nel caos che ne seguirebbe s'aprirebbe una «gara d'appalto internazionale» - così la definisce il giornale - «per la reistituzionalizzazione del territorio». E visti i rapporti di forza correnti, non v'è dubbio che gli Stati Uniti d'America ne uscirebbero vincitori, riuscendo a creare in Eurasia quello che la "Gazeta" chiama ironicamente un «asse del bene». A questo punto la stessa indipendenza della Russia sarebbe in pericolo (non hanno forse proclamato gli "arancioni" che la loro rivoluzione sarebbe giunta fino a Mosca?), e tutto dipenderebbe dalla stabilità politica che il paese mostrerà alla prova del fuoco, rappresentata dalle elezioni presidenziali del 2008.

Il secondo scenario è quello che personalmente stimo di maggior fascino: consolidare una CSI ridotta sfruttando la cooperazione e le risorse di Russia e Cina. Proprio perché l'alleanza tra Mosca e Pechino è piuttosto recente, le molteplici possibili modalità di realizzazione d'un tale scenario persistono ancora incerte agli occhi degli strateghi russi. Quella più accreditabile potrebbe vertere su una fusione tra organismi già esistenti: in particolare l'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, la Comunità Economica Eurasiatica e l'Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, quest'ultima meglio nota come "Patto di Shangai". L'integrazione di questi enti porterebbe all'aggregazione d'un vasto complesso geopolitico dalla Bielorussia alla Cina, potenzialmente dotato delle risorse necessarie a fronteggiare l'aggressività imperialista dell'Occidente.

Lo scenario che però gli analisti della "Nezavisimaja Gazeta" mostrano di prediligere - temendo nel precedente l'insorgere d'un dominio cinese sull'Eurasia - è un altro: e cioè «la partizione dell'ex territorio comunitario in progetti distinti colla partecipazione della Russia». Un po' ciò che si sta or ora sviluppando, dal momento che esistono organismi quali i succitati OTSC, CEEurAs e Patto di Shangai, più lo Spazio Economico Comune, i quali coinvolgono di volta in volta paesi differenti, avendo quale sola costante la partecipazione della Federazione Russa. I vantaggi che una simile condotta può apportare sono la «specializzazione geo-economica e regionale», che dovrebbe garantire la continuità dei progetti avviati a prescindere dai regimi al potere nei paesi coinvolti, e la creazione d'un pacifico e cooperativo modus vivendi coi paesi dell'Asia Centrale, i quali non avrebbero più ragione di temere per la propria sovranità. Gli svantaggi indicati nell'articolo sono sempre due: tali progetti tenderebbero ad orientarsi esclusivamente in senso economico - prevenendo qualsiasi cooperazione geopolitica - e nel contempo non eviterebbero lo svilupparsi d'una dura concorrenza coll'Occidente, nella quale il Cremlino partirebbe da una difficile situazione di marcata inferiorità strategica. E' per questo che un simile scenario mi lascia personalmente dubbioso.

La cosa comunque più significativa per noi, è che dalle prospettive geopolitiche individuate in tale analisi, l'Europa è completamente assente, a differenza della Cina. Questo è preoccupante, perché segno di una chiara involuzione che - dopo la strettissima vicinanza raggiunta solo pochi anni fa - sta creando un solco sempre più profondo tra l'Unione Europea e la Federazione Russa. In maniera inquietante, il medesimo giorno un altro quotidiano, la "Rossijskaja Gazeta", pubblica un'intervista a Sergej Karaganov (presidente del Consiglio su Politica Estera e Difesa) che definisce i rapporti tra UE e Russia come un «difficile riavvicinamento». Però c'è una via d'uscita dal vicolo cieco: secondo Karaganov le due burocrazie devono riflettere seriamente su quali relazioni vogliono instaurare e, nel caso i loro pensieri siano favorevoli a una stretta cooperazione, metterli in pratica instaurando quattro «spazi comuni»: economico, strategico, di sicurezza interna e culturale. Che Karaganov abbia individuato anche un quarto realistico scenario per il futuro della CSI?

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Fonte: Rinascita, aprile 2005