Tre scenari per il futuro della CSI
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Soltanto
pochi giorni fa scrissi - in un articolo intitolato: "Il Cremlino
cambia strategia?" - della crisi che sempre più chiaramente
affligge la Comunità degli Stati Indipendenti, e del conseguente
dibattito geopolitico che sta sorgendo nella Federazione Russa. Ad
esempio, Sergei Markedonov, capo-dipartimento ("relazioni
interetniche") all'Istituto di Analisi Militare e Politica, ha
rilevato il fallimento completo della CSI nel tentativo di mantenere
uniti i cocci dell'Unione Sovietica: così, a ovest Ucraina e Paesi
baltici hanno scelto l'integrazione europea, mentre a est, in Asia
Centrale, il modello dominante è quello del libero mercato in regimi
autocratici. Di fronte alla dissoluzione dello spazio postsovietico, la
risposta che Markedonov auspica è netta e radicale: «In
questa situazione, la Russia dovrebbe sviluppare relazioni con le ex
repubbliche sovietiche procedendo egoisticamente dai suoi interessi
nazionali. La solidarietà non può permettere al dirigente del
Turkmenistan d'infrangere i diritti dei Russi etnici, all'Ucraina di
rubare il gas russo, e alla Bielorussia di perseguire giornalisti russi.
E gli interessi geopolitici russi nel Caucaso settentrionale impongono
la resa dei conti colla Georgia». Se non che Markedonov stempera un po'
i toni poco dopo: «Allo stesso tempo, la Russia non può limitarsi solo
a mostrare i muscoli militari, cosa inevitabile talvolta, ma deve anche
diventare un attraente socio economico, un garante politico-militare e
un centro intellettuale». Le parole di Markedonov esprimono colla massima durezza
quello che è un sentimento diffuso, benché maggiormente dissimulato,
tra la classe dirigente russa; le soluzioni proposte variano però da
esperto ad esperto, avendo tutte in comune un solo punto fermo: la CSI
ha fallito ed è ormai cosa morta. Aleksandr Lebedev, presidente della
Commissione "affari interni della CSI" alla Duma, ha invocato
«urgenti riforme» dello spazio postsovietico. Di recente (per la precisione l'1 aprile), il quotidiano
"Nezavisimaja Gazeta" ha offerto il suo contributo allo
sviluppo di tale dibattito, analizzando tre possibili scenari per il
futuro della CSI, quelli più «realistici» secondo la testata. Il primo scenario descritto è quello più catastrofico
per Mosca: la rapida e inesorabile disintegrazione dello spazio
postsovietico. Nel caos che ne seguirebbe s'aprirebbe una «gara
d'appalto internazionale» - così la definisce il giornale - «per la
reistituzionalizzazione del territorio». E visti i rapporti di forza
correnti, non v'è dubbio che gli Stati Uniti d'America ne uscirebbero
vincitori, riuscendo a creare in Eurasia quello che la "Gazeta"
chiama ironicamente un «asse del
bene». A questo punto la stessa indipendenza della Russia sarebbe
in pericolo (non hanno forse proclamato gli "arancioni" che la
loro rivoluzione sarebbe giunta fino a Mosca?), e tutto dipenderebbe
dalla stabilità politica che il paese mostrerà alla prova del fuoco,
rappresentata dalle elezioni presidenziali del 2008. Il secondo scenario è quello che personalmente stimo di
maggior fascino: consolidare una CSI ridotta sfruttando la cooperazione
e le risorse di Russia e Cina. Proprio perché l'alleanza tra Mosca e
Pechino è piuttosto recente, le molteplici possibili modalità di
realizzazione d'un tale scenario persistono ancora incerte agli occhi
degli strateghi russi. Quella più accreditabile potrebbe vertere su una
fusione tra organismi già esistenti: in particolare l'Organizzazione
del Trattato di Sicurezza Collettiva, la Comunità Economica Eurasiatica
e l'Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, quest'ultima meglio
nota come "Patto di Shangai". L'integrazione di questi enti
porterebbe all'aggregazione d'un vasto complesso geopolitico dalla
Bielorussia alla Cina, potenzialmente dotato delle risorse necessarie a
fronteggiare l'aggressività imperialista dell'Occidente. Lo scenario che però gli analisti della "Nezavisimaja
Gazeta" mostrano di prediligere - temendo nel precedente
l'insorgere d'un dominio cinese sull'Eurasia - è un altro: e cioè «la
partizione dell'ex territorio comunitario in progetti distinti colla
partecipazione della Russia». Un po' ciò che si sta or ora
sviluppando, dal momento che esistono organismi quali i succitati OTSC,
CEEurAs e Patto di Shangai, più lo Spazio Economico Comune, i quali
coinvolgono di volta in volta paesi differenti, avendo quale sola
costante la partecipazione della Federazione Russa. I vantaggi che una
simile condotta può apportare sono la «specializzazione geo-economica
e regionale», che dovrebbe garantire la continuità dei progetti
avviati a prescindere dai regimi al potere nei paesi coinvolti, e la
creazione d'un pacifico e cooperativo modus vivendi coi paesi dell'Asia Centrale, i quali non avrebbero più
ragione di temere per la propria sovranità. Gli svantaggi indicati
nell'articolo sono sempre due: tali progetti tenderebbero ad orientarsi
esclusivamente in senso economico - prevenendo qualsiasi cooperazione
geopolitica - e nel contempo non eviterebbero lo svilupparsi d'una dura
concorrenza coll'Occidente, nella quale il Cremlino partirebbe da una
difficile situazione di marcata inferiorità strategica. E' per questo
che un simile scenario mi lascia personalmente dubbioso. La cosa comunque più significativa per noi, è che dalle
prospettive geopolitiche individuate in tale analisi, l'Europa è
completamente assente, a differenza della Cina. Questo è preoccupante,
perché segno di una chiara involuzione che - dopo la strettissima
vicinanza raggiunta solo pochi anni fa - sta creando un solco sempre più
profondo tra l'Unione Europea e la Federazione Russa. In maniera
inquietante, il medesimo giorno un altro quotidiano, la "Rossijskaja
Gazeta", pubblica un'intervista a Sergej Karaganov (presidente del
Consiglio su Politica Estera e Difesa) che definisce i rapporti tra UE e
Russia come un «difficile riavvicinamento». Però c'è una via
d'uscita dal vicolo cieco: secondo Karaganov le due burocrazie devono
riflettere seriamente su quali relazioni vogliono instaurare e, nel caso
i loro pensieri siano favorevoli a una stretta cooperazione, metterli in
pratica instaurando quattro «spazi comuni»: economico, strategico, di
sicurezza interna e culturale. Che Karaganov abbia individuato anche un
quarto realistico scenario per il futuro della CSI?
Fonte: Rinascita, aprile 2005 |
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