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SECONDO
LE AUTORITÀ, L’ISTRUTTORIA PRESENTA TROPPE INCONGRUENZE
I giudici ordinano una
nuova inchiesta «L’autista Henri Paul non era ubriaco»

LONDRA.
Le autorità francesi hanno deciso di riaprire l’inchiesta
sulla morte della principessa Diana. Il dubbio è che forse
l’autista che si schiantò con la Mercedes nel tunnel
dell’Alma a Parigi non era ubriaco. E’ un dubbio che ne apre
semplicemente altri centomila. Non è la prima volta che
succede. Tra una notizia e l’altra, è da 9 anni che
l’inchiesta in pratica non è mai stata chiusa, soprattutto
ogni volta che lo hanno annunciato. Il 21 luglio di quest’anno
a Londra s’era appena dimesso Michael Burgess, il Coroner
della Casa Reale che conduceva l’ultima indagine, dopo aver
ascoltato come testimone il principe Carlo. Aveva detto di
averlo fatto per mettere la parola fine sulla vicenda. Difatti.
I giornali avevano titolato: «Ancora mistero». Ma appena pochi
mesi prima il Times era uscito con un altro titolo a tutta
pagina: «Scotland Yard ha dei dubbi sulla morte di Diana».
Il
complotto
La polizia inglese sosteneva che il campione di sangue di Henri
Paul, l’autista morto nell’incidente quel 31 agosto 1997
assieme a Diana e al suo amante Dodi al Fayed, non conteneva
soltanto un’alta dose di alcol, ma anche di monossido di
carbonio: e secondo gli esperti, un uomo in quelle condizioni
non sarebbe stato in grado nemmeno di reggersi in piedi.
Figurarsi guidare una macchina. Il monossido di carbonio può
lasciare tracce anche se una persona muore avvelenata dal gas.
Secondo il Times, questa ipotesi sarebbe quella giusta. Solo che
se l’errore fosse dimostrato, riprenderebbe quota la teoria
del complotto. E’ proprio quello che sta succedendo con la
notizia che viene da Parigi. La tesi di Mohamed Fayed, il padre
di Dodi, è nota: un piano dell’MI6 avrebbe fermato Diana
prima che sposasse suo figlio e desse un erede musulmano alla
Corona. Dietro ci sono un mucchio di altre domande senza
risposta: Lady D. era davvero incinta quando è morta? Perché
il suo corpo è stato parzialmente imbalsamato a Parigi,
contrariamente a tutte le consuete direttive, prima di essere
riportato in Inghilterra? Perché i numerosi conti bancari
dell’autista, Henry Paul, hanno registrato dei consistenti
movimenti di denaro?
Una
suite al Ritz
Certo, la cronaca della notte del 31 agosto 1997 non risponde a
tutte queste domande. In compenso, ne pone altre, di segno
opposto. Come avrebbero potuto i servizi segreti inglesi a
ordire un delitto così perfetto? Quell’ultima, folle serata
della loro vita, Dodi Fayed e la Principessa si erano ritirati
nella suite all’ultimo piano del Ritz di Parigi e nessuno
avrebbe potuto pensare che ne sarebbero usciti prima del mattino
successivo. Fu uno sfizio di Dodi, poco prima di mezzanotte, a
sconvolgere i preparativi dello staff. Gli venne il desiderio di
andare al suo appartamento sull’Avenue Foch. Poi volle
cambiare macchina, per cercare di ingannare i paparazzi che
bivaccavano fuori dall’albergo. Una sua guardia del corpo, Kes
Wingfield, si mise alla guida della sua Range Rover, da solo,
per attirare i fotografi. Bisognava trovare un’altra macchina.
Da una vicina agenzia di noleggio arrivò una Mercedes
d’esposizione, ma l’agenzia non aveva alcun autista
disponibile. Un addetto del Ritz, Henri Paul, completamente
ubriaco (come lo descrisse qualche testimone), fu stanato da
dietro il bancone del bar e gli fu detto di mettersi al volante.
Fu sempre Dodi a decidere tutto questo e a dare gli ordini. Il
percorso, poi, venne stravolto, perché Fayed non voleva
lasciare nulla al caso e non si sa mai che qualche paparazzo non
fosse caduto nel tranello della Range Rover. Per andare dalla
Rue Cambon, dietro l’hotel, all’appartamento di Avenue Foch,
non si passa vicino al Pont de l’Alma, nè sotto di esso, dove
invece avvenne l’incidente. Avrebbero dovuto passare per il
Bois de Boulogne e la vecchia villa del Duca di Windsor. Al
contrario, si diressero nel sottopassaggio, acceleratore al
massimo, un autista sbronzo al volante e i passeggeri senza
cinture di sicurezza. A questo punto, come avrebbe potuto il
fantomatico sicario dei servizi segreti prevedere tutto questo e
innescare nel tunnel quella serie di eventi che avrebbe portato
allo schianto della Mercedes?
La
Uno bianca
I teorici del complotto dicono che forse era a bordo della Fiat
Uno bianca, la macchina che avrebbe abbagliato Paul Henri mentre
era lanciatissimo nella sua folle corsa per le strade di Parigi
e che è mai stata ritrovata, sparita nel nulla, l’ultimo
anello di un giallo senza fine. Un lampo? Forse un laser? Un
altro flash dei paparazzi? Ma se fosse vero, solo un suicida
avrebbe potuto affrontare con una macchina così leggera la
possente carrozzeria di una Mercedes sparata a massima velocità.
E allora? In questa storia sono entrate corti giudiziarie
francesi, Cia e Nasa, oltre al Coroner di Casa Reale, e a
centinaia di inchieste giornalistiche. La verità è che sembra
tanto un incidente pieno di misteri senza fine. Come succede a
una buona percentuale di incidenti. Solo che tutto intorno ci
sono queste indagini che procedono a tentoni, come se non
sapessero dove andare, inquirenti che vanno avanti e indietro,
giornali inglesi che sembrano ossessionati, e testimoni al
mercato delle pulci che saltano fuori da qualche banco quando
meno te l’aspetti. Le uniche certezze: nel 1999 tutti e undici
i fotografi che inseguirono quella notte Diana e Dodi sono stati
prosciolti dall’accusa di omicidio colposo. E nel 2003 anche
Christian Martinez e Fabrice Chassery, che avevano fotografato
l’incidente, sono stati assolti. Nel giallo di Lady Diana sul
banco degli imputati non restano che i sicari dell’MI6. O
della fantasia.
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