HOME

Articoli

Libreria

Forum

Contatti

Note

Gröning, il lento fluire del tempo

di Elfi Reiter

Nella sezione Orizzonti di Venezia 62 «Die grosse Stille» del cineasta tedesco Philip Gröning. Un viaggio nel silenzio tra i monaci certosini per riscoprire il tempo del cinema.

Era dal 1984 che Philip Gröning aveva in mente di fare un ritratto dei monaci che vivono alla Grande Chartreuse nelle Alpi francesi, perché era attratto dal loro voto al silenzio. Vent'anni dopo l'idea si è concretizzata nel documentario Die grosse Stille (Nel grande silenzio) presente a Venezia nella sezione Orizzonti. Perché fare un film sul silenzio? Per Gröning il cinema è soprattutto un mezzo che struttura il tempo, un codificare i ritmi, segnare i momenti di una giornata come sono vissuti da chi li vive (realmente o artificialmente) ma anche come possono poi essere percepiti da chi li guarda, questi momenti addensati o dilatati nella partitura filmica. «L'elemento principale nel mio lavoro è riuscire a intervenire nel ritmo dello sguardo dello spettatore, cioè nel tempo e per tutta la durata che uno rimane seduto davanti allo schermo» - dichiara il regista tedesco, 46 anni, di cui la metà dedicati al cinema, in una intervista pubblicata sul suo sito - «e mi ha sempre affascinato fare qualcosa in cui la lingua parlata non ha alcun ruolo e dove alla fine è il ritmo a fare da protagonista della vicenda». In fondo la vita in un convento è una questione di ritmo, e il ritmo base nel caso di questo ordine cattolico sono i nove momenti di preghiera al giorno. Tutto ruota attorno a questi appuntamenti di meditazione disseminati nell'arco della giornata. I monaci di questo ordine che risale a oltre mille anni fa non hanno mai cambiato le loro regole, e vivono in una specie di non tempo. «Il tempo e le immagini che si vedono rispecchiano la loro vita e certamente Dio in un certo senso» - dice ancora Gröning - «anche se ovviamente Dio non lo puoi filmare, come non puoi fare un film per parlare di ciò a cui loro credono, posso fare però un film in cui sarà lo spettatore a chiedersi a cosa credono e a cosa crede lui, in quel momento». Ecco cosa attrae il cineasta originario di Düsseldorf che ha scelto di fare cinema per entrare sempre in mondi diversi e soprattutto per avere il diritto di porre delle domande a coloro che abitano questi mondi.

E il suo intento è che chi guarda le sue opere faccia altrettanto: svegliare le coscienze dal torpore televisivo. Così nei primi anni novanta ha realizzato un film dal titolo Die Terroristen (I terroristi) per la televisione tedesca Südwestfunk (una delle reti regionali che nel sistema televisivo tedesco formano insieme la prima rete Ard che comprende fasce di trasmissioni a livello nazionale, dove però le produzioni rimangono a cura delle singole reti locali, situazione che in passato aveva già favorito la nascita del nuovo cinema tedesco negli anni settanta e tuttora stimola una più ampia produzione di documentari per esempio per la maggiore autonomia nella gestione dei fondi). Questo film era partito dal fatto che Gröning non riusciva più a sopportare i discorsi patinati e le tante bugie e vuote promesse dell'allora cancelliere Kohl subito dopo la riunificazione della Germania: ne è uscita una farsa grottesca, in cui una banda vuole eliminare il capo del governo tedesco per denunciare la sua politica onnivora nei confronti dell'est, ma dove si denuncia anche il fatto che tutte le ideologie erano sparite e l'unico valore rimasto era il denaro. Per Gröning l'unico valore morale sopravvissuto era invece l'ironia, ed era quella su cui lui faceva leva nel film, ma Kohl purtroppo non aveva percepito questo piano di lettura e lo ha definito un «atto insopportabile» scatenando un putiferio pazzesco sui media tedeschi all'epoca. Per la gloria soprattutto del famigerato Bildzeitung, il più populista quotidiano del gossip tedesco di ampia tiratura, che ha gonfiato la storia sbattendola in prima pagina scrivendo le cose più inverosimili sotto titoli cubitali del tipo «finanziata un'opera sovversiva con fondi pubblici» per arrivare fino alla «pianificazione di attentati allo stato», trasformando un film di finzione in un patetico dramma surreale. Per fortuna il giudice sul cui tavolo era finita la denuncia di «istigazione ad atti violenti» contro il regista, dopo aver visto la pellicola, optò per un ragionevole «il fatto non sussiste» liberando il film fino allora bloccato. La faccenda ebbe però un epilogo sgradevole: fu defenestrato il direttore della rete per un cavillo burocratico, cioè si era scoperto che il film era stato realizzato senza sceneggiatura preparatoria, reato grave in un paese democratico.... Ma girare senza copione era il modo di lavorare di Gröning e dopo Die Terroristen ha dovuto cambiare radicalmente: il film successivo L'amour, l'argent, l'amour (L'amore, il denaro, l'amore) rispetta fedelmente la sceneggiatura elaborata in due lunghi anni per raccontare la delicata nascita di un amore tra una prostituta e un giovane squattrinato in una Berlino notturna e invernale. Soprattutto era difficile trovare i fondi per realizzarlo, e non a caso erano passati otto anni fino alla sua presentazione in concorso al Sundance. Lui che da giovane era stato affascinato dai film di Andy Warhol e dal Taxi Driver di Scorsese, ama girare di notte e osservare scenari nottambuli, ma il film non voleva essere sui peep show né tantomeno sulla violenza, quanto piuttosto una favola d'inverno che risplende in una fotografia originale di immagini pluriesposte, e quindi plurilivellari, per alzare il grado di calore umano e di poesia: «volevo far vedere come si può imparare la fiducia, come si può imparare a amare. Certo è difficile raccontare una bella storia d'amore, ma come si racconta l'amore? E soprattutto come funziona?».

Philip Gröning ama interrogarsi sulle questioni della vita e quelle esistenziali, infatti un altro suo film è dedicato alla filosofia (Philosophie, 1998), e anche Nel grande silenzio ha posto un interrogativo più profondo: perché alcune persone sono attratte dalla vita in convento e sono disposte a portarla ai massimi estremi, come questi monaci ritiratisi sulle montagne francesi in un luogo dove non passa mai nessuno perché loro non accettano ospiti, e non insegnano in nessuna scuola, e che non fanno altro che pregare. In silenzio. «Una scelta incredibilmente radicale! E pensare che se nel paese vicino muore il parroco, loro non possono nemmeno dire la messa per lui, perché il loro compito è rimanere lì dentro. Che estremismo!»

 


Fonte: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/20-Agosto-2005/art95.html