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La guerra dell'assurdo

di Daniele Scalea

Se in futuro, gli storici della prossima era potranno ancora disporre della colossale mole di documenti e testimonianze che ci stiamo lasciando dietro, probabilmente parleranno della "Guerra al Terrorismo" come della "Guerra dell'Assurdo". Tutto, dal casus belli ufficiale alle motivazioni reali, dalla propaganda ai discorsi di carattere ontologico che in questi giorni si stanno facendo per dimostrare che chi combatte contro gli USA è un "terrorista" (con interventi tanto vuoti e demenziali da esser degni d'uno sceneggiato di Samuel Beckett) - tutto, dicevo, risulta essere infine assolutamente assurdo. Chissà se è sempre stato così, con la propaganda d'ogni guerra, o se, com'è più verosimile, nell'era dell'informazione di massa la menzogna diventa ancora più colossale, ancora più grottesca, e ancora più creduta. Fatto sta che, di giorno in giorno, ci sentiamo sempre più come i personaggi di un nuovo 1984.

Assurdi sono stati la maggior parte dei commenti sulle sedicenti "elezioni libere" in Iraq. E la cosa più tragica, è che non ci siamo limitati ai soliti messaggi degli imbonitori - nossignori, persino uno come Asor Rosa ha deciso di redimersi e tornare all'ovile del collaborazionismo dopo "il commovente spettacolo delle donne in fila ai seggi". E' possibile che una persona con la testa incanutita, sia davvero tanto ingenua da ignorare, ad esempio, la pratica della precettazione elettorale? Premetto che ritengo tutto sommato credibili i dati diffusi sull'affluenza, non ostante le innumerevoli e scontate irregolarità di elezioni tenutesi in regime d'occupazione militare. Eppure, mi pare incredibile che presunti "contestatori" o perlomeno "critici" abbiano la memoria tanto corta da non ricordarsi che, in Afganistan, il metodo dell'inchiostro da applicare al pollice per segnare i votanti s'era dimostrato un inganno - eppure s'è ripetuto in Iraq, ma nessuno ha fiatato. Nessuno ha aperto bocca per segnalare che, le uniche immagini mostrateci, provenivano tutte da un numero ristretto di seggi, una mezza dozzina, dove ogni intervistato dichiarava di votare Allawi: tanto difficile capire che ci si trovava nella famigerata "Green Zone", covo dei locali alto-borghesi collaborazionisti? Che un giornalista conformista taccia queste cose è ovvio; che sfuggano a un sedicente "oppositore" è tragico!

Non meno assurde, comunque, sono state le analisi "politiche" del voto, tese a dipingerlo come un "grande successo" americano, addirittura "la dimostrazione ch'era giusto fare la guerra". E' già stato ricordato da molti come, nel '67, in Vietnam del Sud si registrò un'affluenza anche maggiore, non ostante la "campagna terrorista dei Vietcong" (così la definivano i giornali americani); se non che pochi mesi dopo si scatenava la decisiva offensiva del Tet, sferrata dai patrioti vietnamiti contro l'invasore yankee. Sappiamo tutti come andò a finire per i "liberatori" statunitensi. Inoltre, va ricordato che allora ad essere eletti - chissà come... - furono i capi collaborazionisti più vicini all'occupante. Quella probabilmente fu un successo: ma non valse a nulla, perché gli Yankees ne sono comunque usciti con la coda tra le gambe. E in Iraq, anno 2005? Be', i sunniti - il 20% abbondante della popolazione - hanno boicottato in massa le elezioni. Gli sciiti invece, che sono il 60% degli Iracheni, a votare ci sono andati in massa, ma per far trionfare un listone decisamente ostile ai Nordamericani. Restano i Curdi, questi sì favorevoli all'invasore, ma che rappresentano appena il 20% dell'elettorato (che poi l'iniqua legge elettorale dia loro un peso maggiore, non importa). C'è una sola lettura politica che si possa dare a queste elezioni: il 20% ha votato per gli Statunitensi, l'80% per mandarli a casa (con le buone o chiusi in una bara, sta a loro decidere). E questo sarebbe il "grande successo" americano!?!

 


Fonte: Rinascita. Quotidiano di liberazione nazionale, febbraio 2005.