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Se
in futuro, gli storici della prossima era potranno ancora disporre della
colossale mole di documenti e testimonianze che ci stiamo lasciando
dietro, probabilmente parleranno della "Guerra al Terrorismo"
come della "Guerra dell'Assurdo". Tutto, dal casus
belli ufficiale alle motivazioni reali, dalla propaganda ai discorsi
di carattere ontologico che in questi giorni si stanno facendo per
dimostrare che chi combatte contro gli USA è un "terrorista"
(con interventi tanto vuoti e demenziali da esser degni d'uno
sceneggiato di Samuel Beckett) - tutto, dicevo, risulta essere infine
assolutamente assurdo. Chissà se è sempre stato così, con la
propaganda d'ogni guerra, o se, com'è più verosimile, nell'era dell'informazione
di massa la menzogna diventa ancora più colossale, ancora più
grottesca, e ancora più creduta. Fatto sta che, di giorno in giorno, ci
sentiamo sempre più come i personaggi di un nuovo 1984.
Assurdi
sono stati la maggior parte dei commenti sulle sedicenti "elezioni
libere" in Iraq. E la cosa più tragica, è che non ci siamo
limitati ai soliti messaggi degli imbonitori - nossignori, persino uno
come Asor Rosa ha deciso di redimersi e tornare all'ovile del
collaborazionismo dopo "il commovente spettacolo delle donne in
fila ai seggi". E' possibile che una persona con la testa
incanutita, sia davvero tanto ingenua da ignorare, ad esempio, la
pratica della precettazione elettorale? Premetto che ritengo tutto
sommato credibili i dati diffusi sull'affluenza, non ostante le
innumerevoli e scontate irregolarità di elezioni tenutesi in regime
d'occupazione militare. Eppure, mi pare incredibile che presunti
"contestatori" o perlomeno "critici" abbiano la
memoria tanto corta da non ricordarsi che, in Afganistan, il metodo
dell'inchiostro da applicare al pollice per segnare i votanti s'era
dimostrato un inganno - eppure s'è ripetuto in Iraq, ma nessuno ha
fiatato. Nessuno ha aperto bocca per segnalare che, le uniche immagini
mostrateci, provenivano tutte da un numero ristretto di seggi, una mezza
dozzina, dove ogni intervistato dichiarava di votare Allawi: tanto
difficile capire che ci si trovava nella famigerata "Green
Zone", covo dei locali alto-borghesi collaborazionisti? Che un
giornalista conformista taccia queste cose è ovvio; che sfuggano a un
sedicente "oppositore" è tragico! Non meno assurde, comunque, sono state le analisi "politiche" del voto, tese a dipingerlo come un "grande successo" americano, addirittura "la dimostrazione ch'era giusto fare la guerra". E' già stato ricordato da molti come, nel '67, in Vietnam del Sud si registrò un'affluenza anche maggiore, non ostante la "campagna terrorista dei Vietcong" (così la definivano i giornali americani); se non che pochi mesi dopo si scatenava la decisiva offensiva del Tet, sferrata dai patrioti vietnamiti contro l'invasore yankee. Sappiamo tutti come andò a finire per i "liberatori" statunitensi. Inoltre, va ricordato che allora ad essere eletti - chissà come... - furono i capi collaborazionisti più vicini all'occupante. Quella probabilmente fu un successo: ma non valse a nulla, perché gli Yankees ne sono comunque usciti con la coda tra le gambe. E in Iraq, anno 2005? Be', i sunniti - il 20% abbondante della popolazione - hanno boicottato in massa le elezioni. Gli sciiti invece, che sono il 60% degli Iracheni, a votare ci sono andati in massa, ma per far trionfare un listone decisamente ostile ai Nordamericani. Restano i Curdi, questi sì favorevoli all'invasore, ma che rappresentano appena il 20% dell'elettorato (che poi l'iniqua legge elettorale dia loro un peso maggiore, non importa). C'è una sola lettura politica che si possa dare a queste elezioni: il 20% ha votato per gli Statunitensi, l'80% per mandarli a casa (con le buone o chiusi in una bara, sta a loro decidere). E questo sarebbe il "grande successo" americano!?!
Fonte: Rinascita. Quotidiano di liberazione nazionale, febbraio 2005. |
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