Le interpretazioni della guerra in Iraq
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A quasi due anni dall'invasione dell'Iraq, tutt'altro che "pacificato", è possibile considerare simultaneamente - rifuggendo da un'interpretazione monocausale - il peso dei fattori economici, "lobbystici", geopolitici e geoeconomici nella scelta dell'Occidente filo-americano di rovesciare il legittimo governo di uno Stato membro delle Nazioni Unite. INTERPRETAZIONE
ECONOMICA Storicamente, la guerra è un ottimo mezzo per rilanciare l'economia, soprattutto nelle fasi di crisi: lo Stato consegna un gran numero di commesse all'industria militare e pesante; dalla crescita di questo tipo di produzione si genera un consistente indotto[1] [1]; il popolo è proteso ad un solo obiettivo - la sconfitta del nemico - e quindi pronto a sacrificarsi nel lavoro per la nazione senza fiatare; lo Stato ha un'ottima scusa per reprimere ogni forma di protesta sociale. Inoltre, se la guerra è vinta, i benefici si protraggono nel tempo proporzionalmente all'afflusso delle riparazioni di guerra e delle commesse per la ricostruzione anche da parte dei paesi sconfitti. Gli Stati Uniti d'America sono dei maestri, soprattutto in quest'ultimo punto: le loro guerre hanno un potenziale distruttivo senza precedenti, il cui accanimento contro le strutture militari e civili del nemico aumenta proporzionalmente all'approssimarsi della sua resa. Possiamo senz'altro ritrovare tutto questo meccanismo nel corso della loro storia. Citeremo alcuni esempi, i più eclatanti.Il
primo lo troviamo addirittura nella cosiddetta "guerra di
secessione americana", che tra il 1861 e il 1865 vide contrapposti
gli stati del Nord (federati) e quelli del Sud (confederati), gli uni
desiderosi di varare una politica protezionistica ed investire i fondi
comuni nel miglioramento delle infrastrutture, gli altri decisi a
conservare la propria economia agricola e schiavistica. Uno degli
episodi più singolari di quella guerra sanguinosissima fu la marcia
al mare condotta dal Generale nordista Sherman, tra il maggio 1864 e
l'aprile del 1865 con un'armata di 100.000 uomini per più di mille
chilometri in territorio nemico. Da Chattanooga in Tennessee a Savannah
in Georgia, e poi indietro verso Columbia nella Carolina del Sud, gli
uomini di Sherman distrussero ogni cosa che trovarono sulla propria
strada: villaggi, fattorie, città, infrastrutture, raccolti e bestiame.
Nel settembre del 1864 Sherman e i suoi giunsero ad Atlanta, la
"capitale del cotone": la rasero al suolo e la incendiarono.
Ufficialmente tanta ferocia fratricida era motivata dalla necessità di
prostrare economicamente il Sud, in modo da impedirgli la continuazione
della guerra; in realtà, la marcia
al mare procurò nell'immediato dopoguerra affari d'oro per l'establishment
politico-economico del Nord, auto-incaricatosi della ricostruzione e
degli "aiuti" (ben remunerati) al Sud.[1] Facciamo
ora un salto di mezzo secolo, e giungiamo alla Prima Guerra Mondiale.
Inizialmente la politica del Presidente Woodrow Wilson era quella della
neutralità: il ricavato giungeva dalla vendita di armi alle parti in
causa. Poi sopraggiunse il grave problema del collasso russo, che
metteva a rischio la vittoria dell'Intesa e, dunque, il pagamento del
saldo ch'essa doveva agli USA; al "pacifista" Wilson non
rimase altro che entrare in guerra (non tanto con l'apparato militare,
al tempo ancora piuttosto scadente, quanto con le enormi risorse
economiche e industriali che potevano allora essere buttate sul piatto
della bilancia senza più remore) e aiutare l'Intesa a risolvere il
conflitto. Nel dopoguerra, gli USA concessero generosi
prestiti alla Germania: in tal modo essa poteva pagare ad Inghilterra e
Francia le riparazioni di guerra, e queste, a loro volta, saldare i
propri debiti con la Federazione americana, la quale incassava le
cospicue rendite degli interessi accumulati. Negli
anni '30 si ebbe la grande crisi dell'economia, che partendo dagli USA
colpì il mondo intero. Solitamente si conferisce al Presidente
Roosevelt e al suo "New Deal" il merito d'aver fatto uscire l'economia
americana dalla crisi. In verità il merito è della guerra, così come
ha ribadito abbastanza recentemente il premio Nobel per l'economia Peter
North:
«Non
siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria economica, ne siamo
venuti fuori grazie alla Seconda Guerra Mondiale» Quando
nel 1961 J.F.Kennedy fu eletto presidente degli Stati Uniti, il paese
era già riprecipitato nella crisi economica. La risposta fu ancora
l'aumento della spesa pubblica e, di questa, l'82% nel settore degli
armamenti; venne anche potenziata la vendita di armi all'estero, e
favorito il riarmo della Germania (con la reazione sovietica che portò
alla crisi di Berlino). Si trattò, nel complesso, del più veloce
riarmo dai tempi di Pearl Harbour[1] La
spesa militare divenne esorbitante sotto la presidenza di Ronald Reagan,
l'uomo dello "scudo spaziale",
nuova chimera dell'apparato bellico americano che fece lievitare le
spese per la difesa, dal 1981 al 1985, del 7% l'anno, portandole ad una
quota interna alle spese del bilancio federale pari al 27%.[1] Nel
1989, però, il grande spauracchio agitato dai governi federali per
giustificare la militarizzazione dell'economia, vale a dire il Patto di
Varsavia, venne improvvisamente meno. Da allora per gli USA è sorto il
problema d'identificare un nuovo nemico emblematico (giacché la Cina lo
è solo potenzialmente, ma non potrà minacciare l'egemonia americana
fino al 2015 circa): problema risolto con l'11 settembre 2001, ma che al
tempo della presidenza di Bush padre era ancora un problema. Aggravato
dalla solita crisi economica che colpisce gli Stati Uniti ogni qualvolta
il periodo d'inattività bellica si prolunga eccessivamente (infatti
anche la produzione militare rischia la saturazione, se di tanto in
tanto non sono svuotati i magazzini di armi e proiettili). Il tasso
annuale del PIL scese del 4,5% nel 1988 all'1,1% nel 1990, mentre
l'inflazione crebbe dal 4,1% del 1988 al 5,1% del 1990 e la
disoccupazione toccò nel 1991 il 5,6%[1] Modellistica
e Gestione delle Risorse Naturali", è stato presentato un
interessante compendio dei costi e delle spese sostenuti per questa
prima invasione dell'Iraq.[1] Quanto
è stato scritto fin ora non dovrebbe far dubitare il lettore che anche
questa seconda invasione dell'Iraq (alla quale va naturalmente collegato
l'attacco contro l'Afghanistan) abbia costituito un forte incentivo alla
ripresa dell'economia americana; ma se ciò non fosse bastato, forniamo
ancora qualche dato significativo.[1] Molti
analisti e gruppi di ricerca finanziari hanno confermato quanto appena
sostenuto. Ad esempio, il 3 ottobre 2002 il Financial
Times scriveva: "È un
inquietante paradosso, legato allo stato febbrile che questo autunno
caratterizza i mercati finanziari, il fatto che la guerra, che per mesi
ha gettato la sua ombra sulle prospettive di ripresa dell'economia, ora
può costituire l'unico modo per far sì che la ripresa ci sia
davvero". Nella stessa direzione vanno i rapporti di due banche
d'investimento come la Goldman Sachs e la Salomon Smith Barney: a loro
avviso, in 6-12 mesi (siamo poco prima della guerra) le Borse avrebbero
potuto produrre "solidi ritorni".[1] I
dati parlano chiaro, tanto per le guerre passate quanto per quella
presente: la fragile economia americana è sempre suscettibile di crisi,
e l'unico modo che conosce per rilanciarsi è la guerra. Aumentando in
maniera spropositata il bilancio della difesa, ingenti somme sono messe
in circolo, e dall'industria militare, passando per il suo vasto
indotto, pompate in tutti i settori produttivi del paese. Alcune cose
sono ben chiare, però: una simile ripresa è alquanto effimera, e
dunque ad intervalli regolari sarà sempre necessario intraprendere una
nuova guerra; il denaro così guadagnato dagli Stati Uniti non può -
almeno da un punto di vista morale - valere la vita di decine o
centinaia di migliaia d'innocenti condannati all'olocausto da questa
politica terribile; infine il denaro non si crea dal nulla, ossia esiste
anche una controindicazione di natura economica. Questo effetto
collaterale si chiama debito pubblico, e nel caso degli USA ha assunto proporzioni
mostruose: dal 1949 al 1999 essi hanno speso la bellezza di 7.100
miliardi (7.100.000.000.000) di dollari per la "difesa
nazionale", generando un debito pubblico di 5.600 miliardi.[1] INTERPRETAZIONE
"LOBBYSTICA" Abbiamo già accennato a come l'affare della "ricostruzione" sia uno dei momenti più lucrosi di una guerra; non c'è motivo per credere che quella attuale costituisca un'eccezione. Del resto, gli stessi canali d'informazione ufficiali hanno messo nel debito rilievo quest'aspetto, con tutti gli scontri, le dispute e gli affari d'oro che ne sono sorti. Le commesse per la ricostruzione dell'Iraq sono toccati in sorte (non è stata convocata alcuna gara d'appalto pubblica) quasi esclusivamente ad imprese statunitensi: dunque, appaltatori del governo americano ricostruiranno ciò che il governo americano stesso ha appena distrutto. Il denaro, arriverà in minima parte dalle casse federali, e in massima dalla cosiddetta "conferenza dei donatori" che però, come si è visto anche recentemente, sembra piuttosto restia a sborsare fior di quattrini per rilanciare le aziende USA in crisi. L'ammontare complessivo degli appalti è di 18,5 miliardi di dollari (circa 15 miliardi di euro)[1] [21], le spese poi effettivamente sostenute dagli appaltatori rimangono un mistero, giacché non paiono troppo vogliosi d'onorare l'impegno preso: meglio prendersi i soldi, e poi non fare niente. C'è sempre un'amministrazione amica, pronta a chiudere un occhio. Bremer, nel suo periodo di viceregno, si è prodigato in provvedimenti che hanno messo in ginocchio l'economia irachena, ma fruttato un sacco di buoni affari ai suoi compari d'oltreoceano: ha esentato da qualunque imposta chiunque lavori su appalto della "CPA", aperto il paese agli investimenti esteri, autorizzato l'esportazione anche del 100% dei profitti, privatizzato il vasto settore pubblico[1][22]. Insomma, ha fatto dell'Iraq un paese coloniale. Nonché un albero della cuccagna per imprenditori senza scrupoli, su tutti i livelli. Persino nel mercenariato; ma questo è un altro discorso, dunque accenniamo solo a un paio di dati, tanto per dare l'idea dell'entità del fenomeno: la compagnia di "sicurezza privata" Armour Group ha firmato un contratto da 876.000 dollari per fornire - udite udite - la bellezza di venti uomini[1][23]. E' solo un esempio, ed è un peccato non poterci addentrare più a fondo nella questione.L'amministrazione
Bush è stata definita come la "junta
petrolifera"[1] INTERPRETAZIONE
GEOPOLITICA Gli
Stati Uniti d'America sono oggi l'ultima superpotenza mondiale, con
un'estensione della propria influenza senza precedenti storici: c'è da
credere che una tale situazione non si sia creata per caso, bensì che
sia il risultato di pluri-secolari sforzi politici, economici e militari
degli USA stessi. Pressoché tutti gli analisti individuano nel passato
statunitense una logica d'azione geopolitica che si estende a tutto il
presente, e non lascia adito a congetture riguardo una sua cessazione in
un futuro prossimo. Secondo John Kleeves[1] [39] tale logica deriva addirittura dalla fondazione stessa degli Stati nordamericani, in qualità di colonie inglesi. Egli rileva come lo scopo fondamentale della colonizzazione americana da parte degli Inglesi fosse la ricerca del mitico "passaggio a nord-ovest", attraverso il quale si sperava di poter oltrepassare il continente americano - evitando la via dello Stretto di Magellano, lontano e ancora controllato dagli Spagnoli - e inaugurare una nuova rotta commerciale con l'Oriente. Sarebbero stati dunque i giganteschi mercati orientali, e in particolare quello cinese, le sirene che condussero i "padri pellegrini" sulle coste del futuro New England, col beneplacito della Corona. Secondo Kleeves, l'apertura incondizionata del mercato cinese è ancora il sogno proibito verso cui s'orienta l'intera politica americana. Bisogna ammettere che questa tesi è, oltre che molto suggestiva, anche parecchio credibile: infatti, per una nazione di mercanti ed affaristi, quale obiettivo maggiore ci può essere che quello di un colossale mercato "vergine" che potrebbe assorbire a tempo pressoché illimitato la produzione americana? Consideriamo che oggigiorno una delle parole d'ordine, negli USA ma in tutti i paesi capitalisti, è rilanciare i consumi. Visto che per quanti sforzi facciano allo scopo d'assomigliare a porci gozzoviglianti, gli Americani e gli Europei non possono fisiologicamente aumentare i propri consumi all'infinito, l'ultima soluzione per il sistema capitalista è quella d'aprirsi sempre nuovi mercati, e spingerli tutti al livello massimo. E' chiaro che si arriverà ad un limite, raggiunto il quale il sistema crollerà miseramente senza lasciare dietro di sé null'altro che immani distruzioni ambientali e sociali: ma la classe dirigente borghese crede di vivere in un eterno futuro, e per famelicità non è molto diversa da quei "maiali"-consumatori che intende ingozzare allo stremo.A
prescindere dall'effettiva importanza della Cina nei piani geopolitici
americani (importanza che comunque possiamo ritenere molto grande) è un
dato di fatto che l'obiettivo ultimo della strategia atlantista sia
proprio l'Eurasia, è cioè l'Heartland
che all'inizio del XX secolo il geopolitico inglese Halford Mackinder
indicò come punto geostrategico fondamentale per il dominio mondiale.[1] Ma
il documento va ben oltre, offrendoci interessanti spunti per
comprendere appieno gli intenti geopolitici dell'élite
americana. Infatti, esso ospita "un
progetto per conservare la preminenza globale degli Stati Uniti,
impedendo il sorgere di ogni grande potenza rivale, e modellando
l’ordine della sicurezza internazionale in modo da allinearlo ai
principi e agli interessi americani"[1] Tutta
la condotta storica degli Stati Uniti d'America sembra conformarsi al
progetto di dominazione dell'Heartland
mackinderiano, ossia dell'Eurasia. Le due guerre mondiali hanno permesso
agli Americani d'abbattere le potenze europee e quella giapponese, anzi
asservendole e sfruttando i loro territori come teste di ponte per la
successiva aggressione alla massa continentale, realizzatasi nel corso
della Guerra Fredda attraverso le guerre di Corea, Viet Nam e, per
interposta persona, Palestina. A tutto questo vanno ad aggiungersi tutti
gli intrighi gestiti sottobanco per garantire alla propria causa la gran
parte delle classi dirigenti arabe. L'attuale "guerra al
terrorismo" palesa ciò che un occhio attento già avrà notato: il
cerchio espansionistico americano va stringendosi intorno ai due colossi
eurasiatici, alle due superstiti potenze tellurocratiche: Russia e Cina.
Dunque, l'occupazione dell'Iraq è, al pari di quella dell'Afghanistan,
un tassello che, con le successive sottomissioni di Siria e Iran, con
l'ingerenza negli affari interni dei paesi del Caucaso (aizzati contro
la Russia), con l'allargamento ad est della NATO, costituisce quel
mosaico volto a circondare e stringere in una morsa la Russia in primo
luogo e la Cina, in secondo.[1] Possiamo
ottenere nuove conferme ancora da un membro del PNAC, Zbigniew
Brzezinski che, pochi mesi dopo la fondazione di quell'ente (nel 1997),
pubblicava sulla rivista Foreign
Affairs un articolo dall'eloquente titolo di "Per
una strategia eurasiatica". In esso l'autorevole geopolitico
americano fissava i cardini della prossima politica estera del suo
paese, volta nel suo insieme alla sottomissione e allo smembramento
della Russia. Così li riassume Viatcheslav Dachitchev[1] -
Gli Stati Uniti devono diventare la sola e unica potenza dirigente in
Eurasia. Perché chi possiede l’Eurasia possiede anche l’Africa;
Se
non è una confessione in piena regola questa... Tirando
le somme, potremmo definire l'aggressione americana all'Iraq come una
mossa geopolitica volta in realtà a colpire, in primo luogo, la Russia
- che vede stringersi sempre più attorno a sé la morsa
dell'imperialismo nordamericano -, la Cina - i cui possibili mercati
d'approvvigionamento energetico sono progressivamente occupati dagli USA
-, e infine l'Europa - per l'acuirsi della sua dipendenza energetica dai
paesi arabi in mano statunitense, e soprattutto per l'acuirsi delle sue
divisioni interne in materia di politica estera. Da questo quadro
risulta molto più chiaro perché siano stati proprio Russia, Cina,
Francia e Germania i più accaniti difensori dell'indipendenza irachena. INTERPRETAZIONE
GEOECONOMICA Quest'ultima
interpretazione della guerra che proponiamo, è forse la meno nota al
grande pubblico; eppure, a mio parere, è stata per l'establishment
statunitense una delle motivazioni più immediate e decisive per
intraprendere questo scontro. Tale interpretazione verte sullo scontro
titanico scatenato nel campo geo-economico dall'avvento della moneta
unica europea e dal suo rapido rafforzarsi nei confronti del dollaro. Innanzitutto,
urge aprire una parentesi sul ruolo del dollaro. Nel 1971 il presidente
Nixon tolse la valuta statunitense dal sistema monetario aureo, cioè
interruppe unilateralmente la convertibilità della moneta in oro. Da
quel momento, la fornitura mondiale di petrolio è trattata in dollari a
corso forzoso. Oltre ad essere la moneta di scambio energetico, è anche
la valuta richiesta dal FMI per estinguere eventuali debiti. Questo fa sì
che tutti i paesi del mondo necessitino d'ingenti riserve di dollari, e
questi si possono ottenere solo dagli Stati Uniti. Posta l'indipendenza
della valuta dall'oro, il dollaro non è altro che carta, pura carta
scarabocchiata dal costo di produzione infimo, che gli USA cedono però
al mondo al loro prezzo nominale. In breve, tutti i paesi del mondo
forniscono agli Stati Uniti energia, merci e quant'altro, in cambio di
pezzi di carta che quelli possono stampare a proprio piacimento. Non è
difficile capire come, in effetti, l'egemonia mondiale statunitense
debba moltissimo a questo sistema di truffa generalizzata ch'è riuscito
ad imporre per il mondo. Ma se l'euro riuscisse a scalzare il dollaro
dalla sua posizione privilegiata di moneta di scambio internazionale,
forse tutto il castello di carte eretto dagli Stati Uniti crollerebbe
miseramente. Sostiene il giornalista William Clark che "uno
dei piccoli sporchi segreti dell’ordinamento internazionale odierno è
che il resto del globo potrebbe rovesciare gli Stati Uniti dalla loro
posizione egemonica, se solo volessero, con l’abbandono concertato del
regime monetario basato sul dollaro. Questo è il principale e
ineluttabile tallone di Achille dell’America".[1] Cosa
centra l'Iraq in tutto ciò? Davvero molto, invero, e possiamo
verificarlo immediatamente. Nel
novembre 2000 il governo iracheno decise che, nelle sue future
transazioni commerciali riguardanti la vendita d'idrocarburi, l'euro
avrebbe sostituito il dollaro come moneta di riferimento. Immediatamente
dopo l'entrata in vigore della moneta unica europea, le intere riserve
valutarie irachene (10 bilioni di dollari depositati presso le Nazioni
Unite, secondo il programma "Oil for Food") furono convertite in euro[1] CONCLUSIONE I media ufficiali - giornali, televisioni, ma anche studiosi, sedicenti esperti, ecc. - ci hanno raccontato di tutto e di più sul perché gli USA avessero deciso di conquistare (pardòn, liberare...) l'Iraq: armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, legami tra il Ba'ath e Al Qaeda, fervore democratico degli USA, e via dicendo. Ma tutte queste menzogne si sono ben presto palesate agli occhi dell'opinione pubblica, non dico americana[1] [52], ma perlomeno europea. Ma i suddetti canali d'informazione, in spregio del loro ruolo, si sono dimenticati di fornirci allora le reali motivazioni della guerra che si sta combattendo in Iraq. Per fortuna esistono anche altri media, più rispettosi della propria funzione all'interno della società, che hanno svolto serie ricerche e sono giunti alle conclusioni che, in linea di massima, ho cercato di riportare sinteticamente in quest'articolo. Ho ritenuto importante presentare assieme tutte queste interpretazioni per sottolineare come, benché spesso se ne sostenga soltanto una delle quattro, esse siano tutte egualmente vere e decisive ai fini della comprensione dell'evento in questione. Era proprio questo lo scopo principale che mi prefiggevo scrivendo quest'articolo: far comprendere come il fatto che la cricca di Bush si arricchisse personalmente con le commesse militari o della "ricostruzione" sia un elemento influente ma non determinante nello scoppio del conflitto. Se tutta la classe dirigente si è mossa unanime nel sostenere questa guerra d'aggressione, è perché esistono motivazioni ancora più profonde, che sono radicate non solo nella "America cattiva, ottusa e bigotta" di George W. Bush, ma anche in quella raffinata e politicamente corretta di John Kerry. Il mito delle "due Americhe", una buona e democratica, l'altra oligarchica e imperialista, è, per l’appunto, un mito. Il messianismo è un elemento certo più evidente nelle sette fondamentaliste, ma che è egualmente radicato tra i progressisti, seppure in forma laicizzata (non più "regno di Dio", ma "più grande democrazia del mondo"), in virtù della comune eredità puritana. L'imperialismo non è certo figlio di Bush jr., né del padre o di Reagan, ma si è manifestato anche con i democratici e buonisti Clinton, Kennedy, Roosevelt e Wilson. Così come l'intera società americana è intrisa del puritanesimo originario, l'intera classe dirigente WASP è tutt'uno con l'ampia gamma d'interessi economici che dominano sulla politica americana. Una superpotenza non nasce per sbaglio, e per l'effetto "sviante" d'una sua parte marginale: sorge perché tutta una nazione lavora a questo scopo. Continuare a sognare che un giorno l'America "buona" si svegli e guidi il mondo verso un futuro di felicità e giustizia, significa mettersi nella stessa ottica di pensiero dei millenaristi puritani; e, soprattutto, significa piegarsi docilmente all'imperialismo, perdendosi in una finta contestazione del sistema. Il vero nemico, invece, è proprio il sistema capitalista - per intero - e gli Stati Uniti d'America - anche questi nella loro interezza[1][53]. Ignorare o rifiutare quest'interpretazione significa rendersi complici - che lo si desideri o meno - dell'imperialismo americano.Daniele Scalea
[1][1]
Ad esempio, negli USA 85.000 imprese dipendono dalla spesa militare,
come scritto nel saggio di Vladimiro Giacché, "Irak:
una guerra e i suoi perché", che si può trovare sul sito Aurora
(http://members.xoom.virgilio.it/sitoaurora
). [1][2]
Cfr. John Kleeves, Un paese
pericoloso. Storia non romanzata degli Stati Uniti d’America,
Società Editrice Barbarossa, Milano 1999. [1][3]
Cit. in Sbancor, American Nightmare, Nuovi Mondi Media. [1][4]
Gore Vidal, Le menzogne
dell'impero e altre tristi verità, Fazi Editore, Roma 2002. [5] Dati contenuti in Sbancor, op.cit. [1][6]
Cit. in Gore Vidal, op.cit. [1][7]
Sbancor, op.cit. [1][8]
Sbancor, op.cit. e Gore Vidal,
op.cit. [1][9]
Cfr. Sbancor, op.cit. [1][10]
Ibidem. [1][11]
Angelo Ciufo, Crisi economia e
Guerra del Golfo, Editrice Tracce, Pescara, 1991. [1][12]
Cfr. Fabio Andriola, La lunga notte dell'informazione, Edizioni Settimo Sigillo, Roma
1992. [1][13] Il documento in questione è apparso per la prima volta sul sito dell'Associazione Limes, e recentemente ripubblicato da La Nazione Eurasia nel numero speciale del 25 settembre 2004 ( si veda all'indirizzo http://it.groups.yahoo.com/group/lanazioneeurasia ) [1][14] I dati in questione sono tratti dal sito della Federal Reserve USA, all'indirizzo http://www.federalreserve.gov [1][15]
Cit. in Vladimiro Giacché, op.cit. [1][16]
Cfr. Vladimiro Giacché, op.cit. [1][17]
Gore Vidal, op.cit.: si noti
che i dati si riferiscono al 1999, dunque non sono comprensivi
dell'ultima onerosa campagna "contro il terrorismo". [1][18]
Dato contenuto nell'articolo di Giorgio Bocca, "Il
G8 dei Grandi" pubblicato su L'Espresso. [1][19]
Cfr. "Guerra: domande
elementari e risposte terribili" di Charles Sheketoff
(Direttore esecutivo dell'Oregon
Center for Public Policy), pubblicato il 27 marzo 2003 e riprodotto
in Mauro Pasquinelli, Il libro
nero degli Stati Uniti d'America, Massari Editore, Bolsena 2003. [1][20]
Ibidem. [1][21]
Cfr. l'articolo di Fabio Alberti (dell'organizzazione "Un ponte per
Baghdad"), Iraq, un anno di rapina. [1][22]
Ibidem. [1][23]
Fonte: http://www.analisidifesa.it/articolo.shtm/id/4024/ver/IT [1][24]
Dallo scrittore Gore Vidal, romanziere americano e veterano della
Seconda Guerra Mondiale, che ha poi iniziato ad occuparsi di politica ed
oggi vive di solito tra USA e Italia. [1][25]
Eric Laurent, Il potere occulto di
George W. Bush, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2003. [1][26]
Cfr. l'articolo di Ritt Goldstein, Cheney,
energia per una guerra, apparso su "il manifesto" del 21
agosto 2003. [1][27]
Dati riferiti Angela Pascussi su "il manifesto" del 29 agosto
2003 con l'articolo Iraq, la guerra dei profitti. [1][28]
Gore Vidal, op.cit. [1][29]
Eric Laurent, op.cit. [1][30]
Eric Laurent, op.cit. [1][31]
Questo fatto fu rivelato nel marzo 2003 dal giornalista Seymour Hersh
(lo stesso che attualmente si sta occupando dello scandalo di Abu
Ghraib) sulle pagine del "New Yorker": la risposta di Perle fu
che "Hersh è un terrorista"! [1][32]
Eric Laurent, op.cit. [1][33]
Eric Laurent, op.cit. [1][34]
Eric Laurent, op.cit. [35] Eric Laurent, op.cit. [1][36]
Eric Laurent, op.cit. [1][37]
Eric Laurent, op.cit. [1][38]
Gore Vidal, op.cit. [1][39]
Cfr. John Kleeves, op.cit. [1][40]
Per una sintesi (ampiamente storicizzata e debitamente attualizzata)
delle teorie di Mackinder si consiglia di consultare i saggi di Carlo
Terracciano, e in particolare "Afghanistan: il nodo gordiano",
che si possono trovare nel sito http://www.terradegliavi.org/ [1][41] Alquanto significative queste parole di uno dei membri fondatori dell'organizzazione, Richard Perle: "Si tratta di una guerra totale. La combattiamo contro nemici di ogni risma. Quanti ce ne sono in giro! Non si fa che parlare di andare prima in Afghanistan, poi in Irak [...]. Questo modo di affrontare la faccenda è del tutto sbagliato. Basta far sì che la nostra visione del mondo si diffonda [...] ingaggiando una guerra totale [...] e tra qualche tempo i nostri figli intoneranno inni sulle nostre imprese". Cit. in Sherif el-Sebaie, "11 settembre, la nuova Pearl Harbour" (recensione del libro di David Ray Griffin), in http://www.aljazira. [1][42]
Collaboratore (Capo del personale) di Cheney. [1][43] Cfr. l'articolo di Neil Mackay, "Bush aveva pianificato il ‘cambio di regime’ in Iraq prima ancora di diventare presidente", comparso sullo scozzese Sunday Herald in data 15 settembre 2002; la traduzione italiana è disponibile sul sito http://www.kelebekler.com [1][44]
Cit. in Neil Mackay, art.cit. [1][45]
Ibidem. [1][46]
Sull'accerchiamento dell'Eurasia, consigliamo in particolare la lettura
del saggio di Carlo Terracciano, "L'asse e l'anaconda (l'Iraq di fronte alla conquista americana
dell'Eurasia)", postfazione al libro-intervista di Tiberio
Graziani a Padre Jean-Marie Benjamin, Iraq,
trincea d'Eurasia, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 2002 (prefazione
di Enrico Galoppini). [1][47]
Dati contenuti nel saggio di Alain de Benoist,
"Gli Stati Uniti e l'Europa" [1][48]
Nell'articolo "Risposta alla ‘lettera
aperta’ degli intellettuali
occidentali contro Putin", pubblicato sul nr.42 della National-Zeitung,
dell'8 ottobre 2004; una parziale traduzione italiana è disponibile su http://www.eurasia-rivista.org.
[1][49]
Cfr. AA.VV., Censura: le notizie
più censurate del 2003; Paul Harris, Cosa succederebbe se l'OPEC passasse all'euro?
( http://www.informationguerrilla.org/che_succederebbe.htm
). [1][50]
Cfr. Pietro Brevi, "Alla ricerca delle vere ragioni di un conflitto annunciato"
(http://www.nexusitalia.com/ragionidelconflitto.htm
). [1][51]
Cfr. Pietro Brevi, art.cit. [1][52]
Dove la maggior parte dei cittadini è convinta che Saddam Hussein abbia
ordinato l'attentato dell'11 settembre 2001... [1][53] Non intendendo con ciò che ogni singolo cittadino statunitense sia colpevole di tutte le nefandezze commesse dal suo paese, ma che la responsabilità deve ricadere sulla sua intera classe dirigente, sulla sua intera società civile e sull'intero sistema di vita e pensiero che costituisce il tessuto sociale americano.
Fonte: Daniele Scalea |
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