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di Lucio Garofalo
L'azione politica dovrebbe scaturire dai bisogni più
autentici e vitali dell'essere umano.
La politica dovrebbe basarsi su ragioni etiche e spirituali, ma anche su
istanze estetico-creative, nel senso che l'impegno politico dovrebbe
essere animato da uno spirito ludico e disincantato, da una sincera
passione ideale e da un profondo elemento di piacere e speranza assieme,
da un motivo di ricerca della felicità che appaghi un bisogno interiore
di autorealizzazione della persona umana.
In tal senso la politica dovrebbe essere l'espressione della volontà e
della libera creatività dell'animo umano, che si realizza nel confronto
interpersonale, nella pacifica convivenza sociale e nella dialettica
democratica. Inoltre, la politica dovrebbe essere soprattutto un mezzo
di aggregazione e di partecipazione sociale, uno strumento concreto,
diretto e corale per concorrere e intervenire sui processi decisionali
che interessano l'intera collettività; è una modalità di
socializzazione tra gli individui, la più elevata e raffinata forma di
socialità umana. Del resto, l'etimo greco antico del termine, da
"Polis" (ossia: città), esprime il senso della più nobile e
sublime tra le attività proprie dell'uomo, indica la suprema
manifestazione delle potenzialità e delle prerogative attitudinali
dell'essere umano in quanto essere sociale. Tale somma capacità
dell'uomo si estrinseca nella politica in quanto attuazione dell'
<AUTOGOVERNO DELLA CITTA'>.
Oggi purtroppo, l'antico valore della politica s'è perso e consumato
del tutto, soprattutto dopo l'avvento dell'economia di mercato e dello
Stato capitalistico-borghese, avvolto nell'involucro protettivo di una
falsa "democrazia" puramente formale e rappresentativa (ormai
in fase di netta decadenza), un'ordinamento giuridico-statale che
rappresenta un modo per metterlo in culo alla gente con il consenso
della gente stessa. Quell'originario senso della politica si è ormai
deteriorato, tralignando nella più ignobile e squallida
"professione", ovvero nell'esercizio del potere riservato a
pochi "addetti ai lavori", ovvero ai professionisti della
politica. Quella che era considerata un tempo una nobile arte ed
un'occupazione elevata dell'uomo, la Politica appunto (con la
"P" maiuscola), si è totalmente svuotata di senso ed è oggi
concepita e praticata quale mezzo per appropriarsi ed impadronirsi della
città e delle sue risorse, umane, materiali e territoriali, ossia una
carriera da intraprendere e percorrere se si vuole mettere le proprie
luride mani sui beni e sulle ricchezze del bilancio economico del Comune
che, come tale, dovrebbe appartenere a tutti, dovrebbe essere un
patrimonio collettivo, quindi gestito direttamente dalla comunità dei
cittadini.
Tale visione e pratica del potere decisionale, in quanto appannaggio
esclusivo di una ristretta cerchia di privilegiati, ovvero i padroni del
Palazzo, devono essere respinte e contrastate con forza, perché quel
soggetto sociale organizzato in gruppo o partito politico,
convenzionalmente chiamato "ceto politico dirigente", non
appena ha conquistato il privilegio dato dal potere esclusivo sulla Città,
si disinteressa altamente del bene comune, per occuparsi semplicemente
dei propri loschi affari di casta, di corporazione o di élite, oppure
di singoli individui. Questo stato di corruzione della politica, che non
è più un'esperienza di autogoverno della comunità dei cittadini, ma
un interesse privato ed egoistico di una minoranza sempre più
circoscritta, è la causa principale che ha generato un sentimento di
crescente indifferenza e disaffezione dei cittadini verso le vicende
della politica, ovvero del governo della polis, in quanto
rappresentativo degli interessi di pochi affaristi e trafficoni, nella
misura in cui tale vicende sono recepite come estranee e distanti dagli
interessi collettivi. Questo crescente distacco della "società
civile" dal Palazzo del potere scaturisce dalla progressiva
affermazione di un quadro politico retto su un assetto di condizioni
economico-sociali di iniquità e diseguaglianza, di rapina e di
espropriazione, derivanti da rapporti gerarchico-verticistici di
supremazia e sottomissione, di comando ed obbedienza, di dominio e
soggezione, per cui i Cittadini dell'antica Polis greca, o del Comune
autonomo del Medioevo, o della Comune della prima Rivoluzione francese,
o della Comune parigina del 1870, sono stati ridotti e costretti ad uno
stato di sudditanza, provvisti solo di diritti formali e fittizi, privi
di qualunque potere decisionale e sostanziale di
autodeterminazione e autogestione politico-sociale.
Pertanto, oggi è più che mai necessario riscoprire il valore
originario della politica, presente in modo effettivo nell'esperienza
dell'antica democrazia ateniese, nella vicenda dei Comuni italiani del
1200, della Comune operaia di Parigi del 1870. Occorre rivalutare e
rilanciare l'<UTOPIA CONCRETA> dell'autogestione popolare e
dell'autogoverno della comunità dei cittadini, guardando con interesse
e con piacere alla viva esperienza dei MUNICIPI AUTONOMI come, ad
esempio, Porto Alegre in Brasile, e sperimentando nella realtà delle
piccole comunità locali l'idea zapatista della politica come rifiuto e
critica radicali del potere, ovvero come partecipazione diretta di aree
sempre più ampie della popolazione ai canali decisionali, a cominciare
dai processi di controllo e di gestione delle spese economiche del
bilancio comunale. Tale UTOPIA della DEMOCRAZIA DIRETTA a livello
locale, è oggi non solo possibile, ma altresì necessaria, di fronte ad
un nuovo, prepotente fenomeno di carattere autoritario ed
antidemocratico, determinato dall'avvento di un "nuovo ordine
imperiale" che ha segnato la crisi e il declino della sovranità
democratica, seppure solo formale, degli Stati nazionali, soppiantati
dallo strapotere, illimitato e smisurato, di organismi economici
sovranazionali che dirigono e controllano le dinamiche dell'economia di
mercato e dei suoi assetti più propriamente bancari e finanziari, che
si sono rapidamente affermati su scala mondiale. Questo fenomeno di
globalizzazione neocapitalista ha determinato un pauroso incremento
ed un'ascesa inarrestabile del potere dei gruppi
capitalistico-finanziari più forti, in particolare delle
multinazionali, con danni e costi inimmaginabili e irreparabili per i
diritti civili e sindacali, le libertà democratiche, i redditi dei
lavoratori del sistema produttivo, di quello industriale prima di
tutto, la cui condizione si fa sempre più precaria e vulnerabile, ossia
più facilmente ricattabile.
Per tali ed altre ragioni, oggi è più che mai necessario:
"PENSARE GLOBALMENTE ED AGIRE LOCALMENTE".
Lucio Garofalo
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