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di Johan Galtung, a cura di Giulio Marcon
e Duccio Zola
Giovedì 24 giugno
l’associazione Lunaria, in collaborazione con il Master in Educazione
alla pace dell’Università degli Studi di Roma Tre, ha invitato un
ospite d’eccezione, Johan Galtung, a delineare i possibili scenari
geopolitici dopo la fine dell’era imperialistica americana. La
conferenza ha avuto luogo presso la facoltà di Lettere di Roma Tre.
Johan Galtung
(Oslo, 1930) è il più insigne teorico dei moderni studi sulla pace.
Studioso del pensiero gandhiano della nonviolenza, ha sviluppato un
approccio teorico-metodologico interdisciplinare e organico, capace di
legare economia, sociologia, letteratura, storia delle civiltà e delle
religioni. Molti dei suoi saggi e delle sue pubblicazioni sono raccolti
nei nove volumi di “Essays on Peace Resarch and Methodology”.
Fondatore nel 1959 dell’International Peace Research Institute di
Oslo, consigliere presso le Nazioni Unite, professore onorario in
numerose università, tra cui la Princeton University e la Freie
Universität di Berlino, attualmente titolare della cattedra di Peace
Studies presso l’Università delle Hawaii, Galtung ha dato vita al
“Journal for Peace Research” e al “Bulletin of Peace Proposals”.
La sua decennale attività scientifica e divulgativa gli ha meritato il
conferimento, nel 1987, del Right Livelihood Award (sorta di Nobel
alternativo per la pace). Direttore di Transcend (www.transcend.org),
un’organizzazione internazionale per la risoluzione dei conflitti che
opera in tutto il mondo, la sua ultima fatica è “La pace con mezzi
pacifici” (“Peace by peaceful means”), pubblicato in Italia da
Esperia. Cosmopolita, poliglotta e instancabile viaggiatore, legato
all’Italia e alla cultura italiana, Galtung è un grande conoscitore
delle opere e del pensiero di Aldo Capitini e Danilo Dolci, che ha
frequentato in anni lontani.
La trama della
conferenza che ha tenuto per noi si dipana a partire da un nodo centrale
che potrebbe, a tutta prima, sembrare paradossale e addirittura
provocatorio, la fine dell’imperialismo americano. Galtung ritiene che
l’attuale politica estera americana, fondata su una volontà di
dominio imperiale e su una logica unilateralistica irrispettosa del
diritto internazionale, non possa durare a lungo. Proprio come è
avvenuto per l’Unione Sovietica, anche l’impero degli Stati Uniti
finirà schiacciato sotto il peso di quelle contraddizioni che emergono,
ad esempio, dal suo preoccupante isolamento internazionale. La
conclusione di un’epoca segnata dalla potenza economica, culturale,
politica e militare americana determinerà la creazione di un nuovo
scenario geopolitico.
In questo quadro
si inseriscono le analisi, le predizioni, le proposte di Galtung per
realizzare un ordine mondiale fondato sulla cooperazione internazionale
e sulla pace, in cui il modello federativo possa garantire un
riconoscimento reciproco, una condivisione delle forme di sovranità e
un dialogo tra diversi. Il tema della riforma strutturale e della
democratizzazione delle Nazioni Unite rappresenta dunque la logica
conclusione del discorso di Galtung, in cui si intrecciano dimensione
descrittiva e dimensione prescrittiva, battute taglienti e analisi
illuminanti. La divisione in paragrafi rispecchia l’impostazione della
relazione dell’autore, scandita in diverse aree geografico-tematiche,
mentre il titolo dei paragrafi rimanda a elementi concettuali centrali
di ognuno di essi. Non è stato purtroppo possibile rendere in forma
scritta l’appassionante incedere della narrazione di Galtung, che ha
tenuto la conferenza in un italiano colto e brioso. L’invito è quello
di ascoltarlo personalmente, appena tornerà in Italia. La sua
conferenza è stata dedicata alla memoria di Tom Benettolo.
L’Unione
Sovietica, gli Stati Uniti
e la teoria della sinergia delle contraddizioni sincronizzate
Gli imperi vengono, gli
imperi vanno. Nessun impero dura per sempre. Un impero è un insieme
articolato di conquiste militari, dominio politico, sfruttamento
economico e penetrazione culturale. Per una corretta definizione di cosa
si intenda per impero non ci si può dunque ridurre alla sola dimensione
economica. La conferma indiretta di questa teoria viene da un famoso
pianificatore del Pentagono [Ralph Peters, colonnello dell’esercito
americano durante gli anni ottanta e novanta, NdR], il quale ha
affermato che il fine dell’esercito degli Stati Uniti sia quello di
rendere il mondo sicuro per favorire, oltre all’interesse commerciale,
l’offensiva culturale americana, prima di aggiungere con grande
lungimiranza: “Toward this end there will be a fair amount of killing”
(“Per questo scopo avremo un numero non trascurabile di morti”).
A tal proposito è bene ricordare che, in seguito a settanta interventi
militari a partire dal secondo dopoguerra, gli Stati Uniti si sono resi
colpevoli della morte di un numero di persone compreso tra dodici e
sedici milioni. L’ultimo di questi interventi, risalente a poche
settimane fa, porta il nome di Haiti, il penultimo quello dell’Iraq.
Nel 1980 ho sviluppato una teoria sulla fine dell’impero dell’Urss
che aveva come fondamento la “sinergia delle contraddizioni
sincronizzate” e che prevedeva il crollo sovietico entro dieci anni,
preceduto dalla caduta del muro di Berlino. Un impero fortemente
militarizzato, che imponga uno strettissimo controllo sociale, è in
grado di impedire che una contraddizione generi una condizione di crisi
irreversibile, ma quando le contraddizioni aumentano e si crea una
correlazione tra di esse, l’unica soluzione è rappresentata da un
cambio dell’intero sistema.
Nell’ex-Unione Sovietica erano presenti sei contraddizioni
sincronizzate, tra l’Unione Sovietica stessa e gli Stati satellite,
tra la nazione russa e le altre nazioni dell’impero, tra aree urbane e
rurali, tra borghesia socialista e classe operaia socialista, tra
liquidità e mancanza cronica di beni di consumo, tra miti e realtà.
Due mesi prima rispetto alla mia previsione, nel novembre del 1989, è
stato abbattuto il muro di Berlino, subito dopo si è smembrato
l’impero sovietico. Ebbene, al momento gli Stati Uniti hanno ben
quindici contraddizioni, che non elencherò in questa sede, ma che
potete trovare sul sito di Transcend, l’organizzazione internazionale
per la risoluzione dei conflitti di cui sono direttore.
Cinque anni fa, nel 1999, ho azzardato che l’impero americano sarebbe
crollato entro venticinque anni. Da quando è stato eletto Bush, ho
ridotto di cinque anni questa previsione: nelle teorie sistemiche si
direbbe che siamo di fronte a un acceleratore di sistema! A differenza
di Bill Clinton, persona brillante che non ha creduto nel ruolo
imperiale statunitense e per questo si è occupato di altro alla Casa
Bianca, anche di attività non proprio virtuose, trovo che Bush sia
profondamente arrogante e ignorante. Meglio ancora, credo che egli sia
stupido, esattamente come uno studente di un college che non riesce ad
andare oltre una misera c nelle sue votazioni. Naturalmente sto sperando
nella sua rielezione! Dietro questa battuta si celano una reale
preoccupazione e una piccola provocazione nei confronti di John Kerry,
che considero più come una sorta di Bush-light, che come
un’alternativa affidabile in grado di segnare una svolta decisiva nei
confronti della politica imperialista di Washington.
A questo punto proviamo a intraprendere un rapido giro del mondo per
identificare i possibili scenari del cambiamento geopolitico dovuti alla
scomparsa dell’attuale forma di dominio imperiale americano, iniziando
proprio dagli Stati Uniti.
Golpe
fascista o processo di verità e riconciliazione negli Stati Uniti? Quando, come abbiamo detto, tra quindici o venti anni un presidente
americano illuminato si renderà conto dell’inevitabilità, per gli
Stati Uniti, di ritirare le truppe di occupazione, di ridurre
drasticamente il numero delle basi militari dislocate ai quattro angoli
del mondo, di partecipare alle relazioni internazionali come un paese
uguale a tutti gli altri e non più sovraordinato a essi, quando insomma
si appresterà a modificare radicalmente la politica estera americana,
allora prevedo la minaccia incombente di un golpe di stampo fascista e
reazionario. Lo scopo di questo colpo di stato, che ricalcherebbe quello
sfiorato negli anni 1932-33 durante la presidenza di Roosevelt, sarebbe
di riaffermare il dominio imperiale della nazione americana,
naturalmente sotto il mandato di Dio come popolo eletto. Ciò che
dobbiamo fare fin da ora, dunque, è insegnare al popolo americano i
valori dell’uguaglianza, far capire loro che non esistono popoli
scelti, che apparteniamo tutti allo stesso pianeta, che solo lavorando
insieme possiamo migliorare le cose e che il luogo deputato per
un’azione politica comune e condivisa si chiama Onu, a patto che il
funzionamento di quest’ultimo non dipenda esclusivamente dal ruolo di
un consiglio di sicurezza dotato di poteri esclusivi ed egemonizzato da
un’unica superpotenza.
Quando mi reco negli Stati
Uniti per tenere conferenze o seminari e faccio circolare la lista dei
settanta interventi militari americani cui prima accennavo, mi accorgo
che c’è un’ignoranza diffusa su questi temi. Un professore
universitario americano mi ha raccontato che nel 1991 aveva chiesto in
un test ai propri studenti di indicare tra quali nazioni fosse stata
combattuta la guerra del Vietnam. La risposta più frequente era stata
tra Corea del Nord e Corea del Sud! Uno studente aveva addirittura
sbagliato a scrivere correttamente il nome dei due paesi! Da questo
esempio si capiscono molte cose, si capisce ad esempio perché gli
americani non abbiano compreso affatto l’11 settembre. Essi non
colgono il nesso strettissimo tra economia e guerre. A questo proposito
vorrei far notare che uno studioso italiano molto famoso ha scritto un
testo, “Impero”, senza analizzare gli interventi militari americani.
Naturalmente questo libro, che personalmente non ho apprezzato affatto,
è stato entusiasticamente pubblicato negli Stati Uniti dalla Harvard
University Press!
Sono convinto che in America ci sia bisogno di un processo pubblico di
verità e riconciliazione e che sia assolutamente realistico attendersi
questo esito. È importante ricordare che l’emancipazione dei
cittadini tedeschi dall’eredità del passato nazista è avvenuta
proprio in seguito a un percorso analogo, che essi hanno compiuto non
soltanto grazie all’ammissione delle proprie colpe, alla ricompensa
economica nei confronti di chi è stato vittima del regime hitleriano,
alla confessione totale dei propri crimini, ma anche grazie alla
pubblicazione di testi scolastici e alla diffusione di un tipo di
narrativa in cui la parola Auschwitz ricorre molto spesso. In questo
modo le generazioni che si sono succedute dal dopoguerra hanno avuto la
possibilità di capire e di imparare: oggi la Germania è uno Stato
democratico e per molti aspetti illuminato. Il nostro compito, oggi, è
quello di sostenere con forza le ragioni del dialogo e del confronto
culturale in modo tale che anche i nostri amici americani possano
svelare la verità che finora è rimasta loro nascosta. Tornando al
nostro breve viaggio intorno al mondo, una scossa positiva negli Stati
Uniti senza dubbio favorirebbe il processo di liberazione che sta
avvenendo in America Latina, processo che vedo destinato alla futura
costituzione degli Stati Uniti dell’America Latina: proprio come per
gli Stati Uniti, ma senza la bomba atomica!
Spostiamoci ora in Europa occidentale, dove la situazione è
particolarmente delicata.
L’effetto
euro e il peso genetico del passato coloniale europeo
Gli europei non immaginano
quale minaccia rappresenti per gli Stati Uniti il percorso di
cementificazione dell’Unione Europea. Essi, preoccupati piuttosto
dell’impatto dell’euro sulle rispettive economie nazionali, non
conoscono il pericolo dell’introduzione di una moneta continentale
sempre più forte e accreditata per gli scambi internazionali rispetto a
un dollaro svalutato e soggetto a tendenze inflazionistiche. In America
c’è il forte timore che l’euro venga utilizzato come moneta di
scambio commerciale, che in euro, ad esempio, venga pagato il petrolio.
Saddam Hussein, non a caso, è stato il primo capo di stato a
concretizzare le paure americane: un’analisi esauriente della guerra
irachena non può prescindere da una chiave di lettura che tenga conto
delle relazioni geopolitiche ed economiche tra blocchi continentali.
Per quanto riguarda il futuro europeo, dobbiamo prestare molta
attenzione al fatto che ben undici nazioni dell’Unione abbiano avuto
un passato coloniale. L’Italia, ad esempio, è stato tra i primi paesi
a utilizzare il terrorismo di stato per fini imperialistici. Quando, nel
1911, sono avvenuti bombardamenti e massacri di civili nel deserto
libico, l’esercito italiano ha rivendicato il buon esito
dell’operazione, sostenendo di aver prodotto un effetto morale molto
positivo. Forse anche per l’Italia, almeno nel caso della vicenda
libica, c’è bisogno di un processo di verità e riconciliazione.
Tenere presente il peso genetico del passato coloniale europeo, allora,
è di fondamentale importanza per impedire che si affermi in Europa una
linea politica centrata sulla volontà di istituire un contrappeso, o
meglio un’alternativa imperialista nei confronti degli Stati Uniti.
L’Europa, invece, deve restare sotto l’ombrello di un Onu riformato.
L’entrata a breve termine della Turchia nell’Unione, inoltre, è un
fatto molto positivo che può colmare il vuoto di relazioni, la distanza
politica e culturale, tra l’Islam e l’Occidente, e può
rappresentare l’occasione per un ruolo di pace e dialogo da parte di
questo continente. Un altro elemento degno di considerazione è la
possibilità di intrattenere buone relazioni con una futura e possibile
Unione Russa, in cui per la Cecenia si prospetti una collocazione
autonoma e federata, simile a quella del Lussemburgo rispetto
all’Unione Europea. Quest’ultima dunque, se si delineasse il quadro
che ho appena abbozzato, potrebbe risolvere due seri problemi, il
rapporto con il mondo musulmano e quello con le regioni
cattolico-ortodosse e potrebbe contare su un futuro più sereno e su un
ruolo centrale nelle future relazioni internazionali.
Quando terminerà la fase imperiale americana prevedo che si verrà a
costituire una comunità dell’Asia orientale tra paesi confuciani e
buddisti, comprendente Giappone, Cina, Vietnam e Corea, forte di una
popolazione di oltre un miliardo e mezzo di persone e di una economia
dai tassi di crescita notevoli, con i cui futuri stati membri l’Unione
Europea ha già intessuto buoni rapporti. Andiamo a verificare ora la
situazione mediorientale e quella africana.
Un’autostrada,
una ferrovia: un modello federativo per Africa e Medio oriente
L’idea di Abramo di
indicare una terra promessa per un popolo eletto è interessante, ma,
come dicono gli arabi, nessuno ha firmato questo patto, né esiste una
registrazione o un rapporto stenografico in merito! Dico questo per
sottolineare la presenza di un asse religioso di stampo fondamentalista
tra giudaismo e cristianesimo, un’alleanza pericolosa e molto stretta,
la cui voce, sostenuta negli Stati Uniti da una lobby di pressione più
forte ancora della National Rifle Association, gode di grande ascolto e
considerazione a Washington.
Personalmente credo nella legittimità dell’esistenza di uno stato
israeliano e di uno palestinese, ma non ritengo che la soluzione dei
“due popoli, due stati” sia la migliore. Tra i due paesi c’è una
evidente sproporzione di forze a scapito della Palestina, attestata
peraltro dalle risoluzioni Onu numero 242 e 338, che priverebbe di
qualsiasi fondamento questo progetto. Dovremmo piuttosto pensare a un
modello federativo, a creare cioè una comunità di paesi mediorientali,
di cui facciano parte uno stato palestinese riconosciuto, Israele,
Siria, Libano, Giordania e Egitto e in cui proprio le nazioni arabe, in
particolare quella egiziana, possano rappresentare un legittimo
contrappeso rispetto a Israele. Dopo mille anni senza traccia alcuna di
una sinergia tra le culture mediorientali, questa soluzione
permetterebbe, sul modello della Comunità europea del 1958,
l’affermazione di un’economia cooperativa e, nel lungo periodo,
della libera circolazione delle persone, oltre che degli investimenti,
nell’intera regione.
Un primo segnale per dar corpo al progetto federativo potrebbe essere
quello di realizzare un’autostrada che attraversi tutta la zona
mediorientale, che parta da Damasco e arrivi al Cairo, passando per
Tiberiade, Gerusalemme, Tel Aviv, Gerico, Amman e Akaba. Dal punto di
vista politico il tracciato da seguire non può però essere quello,
tradizionale, delle relazioni diplomatiche tra i governi della regione
interessata. Oggi quei governi sono screditati, non godono di
rappresentatività e non possono essere considerati interlocutori
affidabili.
Ho tenuto moltissimi seminari, conferenze, incontri in Medio Oriente e
ho accumulato una lunga esperienza da cui ho tratto un insegnamento e
un’indicazione preziosi. Occorre agire dal basso, coinvolgendo in modo
ampio e costante quante più persone e gruppi possibili della società
civile mediorientale per prospettare insieme gli scenari di una regione
pacificata. Invece di rivolgere lo sguardo al passato, di risvegliare
odi e rivalità mai sopiti attribuendo colpe e responsabilità, è
necessario elaborare idee costruttive tenendo presente che l’unico
collante possibile è la volontà di costruire un futuro comune di pace
e cooperazione. Quando ho fatto questo, quando insieme si è discusso su
quale futuro si immagina per il Medio Oriente, ho visto occhi lucidi e
carichi di speranza. La pace sta nel futuro, non in un dibattito senza
uscita sulle colpe del passato. Questo lo sanno soprattutto le giovani
generazioni mediorientali, su cui ripongo grandi aspettative.
Il modello federativo che ho proposto per il Medio Oriente vale anche
per l’Africa centrale. Qui, dove è molto forte il peso
dell’imperialismo europeo, vedo infatti la possibilità della
costituzione di una Confederazione Bioceanica, che comprenda Tanzania,
Uganda, Ruanda, Burundi, Repubblica democratica del Congo e Congo
Brazzaville. Parlo di una confederazione con confini aperti,
dall’Oceano Indiano all’Oceano Atlantico, attraversata da una
ferrovia, a patto che non venga costruita dagli europei: a essi
piuttosto andrebbe cambiata la bussola dal momento che non conoscono la
direttrice est-ovest, ma solo quella nord-sud! Per quanto riguarda,
inoltre, l’intero continente, dobbiamo sostenere con forza il processo
di unità africana, fortemente osteggiato da Europa e Stati Uniti. Noi
occidentali non abbiamo alcun diritto di mantenere le divisioni, ma solo
il dovere delle scuse, della ricompensa e della verità nei confronti
delle popolazioni africane che abbiamo colonizzato e sfruttato.
La
Cina, l’India, la Russia, il documento JCS570/2 e la terza guerra
mondiale
Spostiamoci ora nella zona
più delicata del mondo, quella che comprende Cina, India e Russia.
Proprio qui gli Stati Uniti stanno preparando la terza guerra mondiale.
Gli strateghi americani della Casa Bianca e del Pentagono seguono una
dottrina imperiale che si può sintetizzare in una vecchia formula,
risalente al periodo coloniale inglese dei primissimi anni del
Novecento: chi domina l’Europa orientale, domina l’Asia centrale;
chi domina l’Asia centrale, domina l’isola mondiale (cioè la
regione che comprende Europa, Asia e Africa); chi domina l’isola
mondiale, domina il mondo.
Questa tesi, evidentemente folle, gode di grande considerazione a
Washington. Essa viene riproposta nientemeno che nel più importante e
illuminante documento che attesta la linea geopolitica imperialista
americana, il documento JCS570/2. Provate a richiederlo presso
l’ambasciata o il ministero degli esteri americano, vedrete che faccia
faranno! Questo documento rappresenta la risposta all’interrogativo di
Roosevelt riguardo a quale linea di politica estera avrebbero dovuto
tenere gli Stati Uniti dopo la conclusione della seconda guerra
mondiale.
L’esigenza era quella di rendere il mondo sicuro per i commerci
americani. A questo scopo furono individuate tre aree geografiche su cui
imporre un rigido controllo, l’Europa occidentale, l’Asia orientale
e l’America Latina del nord. Il progetto fu concretizzato e
formalizzato attraverso la sigla di tre distinti trattati militari,
rispettivamente la Nato, l’Ampo e il Tiap. Lo stesso Kerry si è
pronunciato a favore del mantenimento di questo sistema di alleanze in
modo tale da poter continuare a dominare il mondo con mezzi
multilaterali, cioè con l’appoggio degli alleati. Da ciò si capisce
il motivo per cui non mi aspetto molto da lui.
Tornando alla regione di Cina, India e Russia appare subito evidente che
essa presenta il 40% dell’intera popolazione mondiale e che si situa
precisamente nel bel mezzo dell’espansione della Nato, da una parte, e
dell’Ampo, dall’altra. Se a questo poi aggiungiamo che gli Stati
Uniti stanno prendendo il controllo della regione grazie alla
costruzione di numerosi avamposti militari, ad esempio nelle repubbliche
islamiche dell’ex-Unione Sovietica, e che i tre paesi in questione
prevedibilmente raggiungeranno un accordo per il controllo comune della
zona, avremo tutti gli elementi per comprendere la delicatezza della
situazione.
Di tutto questo, naturalmente, nessuno sa nulla. I giornalisti invece di
promuovere un dibattito, di informare l’opinione pubblica su temi così
importanti, preferiscono restare a dormire nel proprio letto, in attesa
di essere svegliati dall’esplosione di una bomba e di poter dare così
notizia dell’inizio di una nuova guerra. Rimanendo ancora per un
momento nell’area asiatica, vorrei accennare al fatto che l’idea di
fare dell’Afghanistan e dell’Iraq due stati unitari è
un’illusione occidentale. Sul territorio iracheno convivono quattro
nazionalità, curda, turcomanna, sunnita e sciita, su quello afgano ben
undici. Un modello federale è l’unica alternativa praticabile per
questi due paesi.
Una
ristrutturazione, un ampliamento, un trasloco: tre riforme per le Nazioni Unite
Da quanto detto finora
apparirà chiaro che per prevenire il delinearsi di scenari drammatici
legati alla volontà di dominio imperialista, gli Stati Uniti, molto
semplicemente, dovrebbero lasciare la gestione del mondo al mondo
stesso. Anche se necessita di una profonda riforma, lo strumento per
l’auto-governo del mondo si chiama Onu. Penso che una complessiva
riarticolazione possa avvenire nell’arco di venti anni e debba
fondarsi su tre punti programmatici fondamentali. Il primo di questi
riguarda un ripensamento del ruolo e delle funzioni del Consiglio di
sicurezza. Innanzitutto è necessario abolire il diritto di veto, un
sistema feudale che non ha nulla da spartire con il mondo moderno e
grazie a cui gli Stati Uniti, che lo hanno utilizzato 76 volte, hanno
potuto paralizzare il funzionamento dell’intera Organizzazione. Si
deve inoltre espandere il numero dei paesi membri del Consiglio di
sicurezza a 54, cioè il numero degli stati presenti nel Consiglio
economico e sociale, l’organo che dirige con buoni risultati le
agenzie speciali.
Infine occorre abolire l’articolo 12/A della carta delle Nazioni
Unite, che afferma che sui temi di competenza del Consiglio di
sicurezza, l’Assemblea generale non ha il diritto di promuovere
risoluzioni. Più in generale si può affermare che la presenza di
cinque membri permanenti, quattro cristiani e uno confuciano, con
diritto di veto all’interno del Consiglio di sicurezza, sia
un’assurdità clamorosa agli occhi dei 56 stati musulmani. Noi
occidentali potremmo assegnare legittimità e promettere obbedienza a un
Consiglio di sicurezza egemonizzato dalla presenza del veto di quattro
membri musulmani e uno confuciano? Non credo. Inoltre non vedo come sia
possibile che i paesi musulmani rispettino la volontà di un Consiglio
che si è reso colpevole della morte di oltre 500mila persone,
soprattutto bambini, in seguito all’imposizione delle sanzioni
economiche in Iraq. Questo naturalmente non è un argomento a favore di
Saddam Hussein, ma solo la constatazione di un fatto drammatico. Per
uscire pacificamente dallo stallo e per garantire la piena sovranità
irachena credo che si debba affiancare all’Onu, necessario ma non
sufficiente, la Conferenza islamica, che conta 56 stati membri e di cui
si sente parlare ben poco.
Il secondo punto di riforma riguarda la democratizzazione delle Nazioni
Unite. È necessario creare un Parlamento che preveda un rappresentante
per ogni milione di cittadini. In questo modo avremmo un Assemblea con
1.250 cinesi, 1.000 indiani, 275 americani, 190 russi, 9 svedesi, forse
un pò troppi!, 4 norvegesi e via dicendo. La presenza degli occidentali
in un Parlamento siffatto si ridurrebbe al 22%: un buon test per
verificare la disposizione ai valori democratici che diciamo di
sostenere! La precondizione che sta dietro a questa soluzione prevede
che tutti i rappresentanti non siano scelti e designati, bensì vengano
eletti in elezioni democratiche, regolari, libere e segrete. Questo
elemento fondante consentirebbe, ad esempio, l’avanzamento del
processo di democratizzazione in Cina. Se l’intervento militare in
Iraq fosse stato discusso in questo Parlamento mondiale, e non al
Congresso americano, certamente non sarebbe stato avallato.
Il terzo e ultimo punto di riforma consiste nel trasferimento
dell’Onu. Credo che la sede ideale sia Hong Kong, dove si parlano le
due lingue più importanti, inglese e cinese, e dove i servizi segreti
cinesi sono sicuramente meno dannosi rispetto a quelli americani e
inglesi. A me pare che il progetto di riforma che ho appena abbozzato
sia pienamente realistico, non è invece realistica la continuazione
della politica imperialista americana.
Mr. President, the choice is yours!
Ho
da poco scritto il testo per un’inserzione su un’intera pagina del
“Washington Post”. Rivolgendomi direttamente al presidente Bush ho
espresso un’opinione e un giudizio diffusi sugli Stati Uniti e sulla
vicenda irachena. Noi tutti amiamo l’immensa forza creativa e la
generosità americana e per questo ci aspettiamo una politica forte,
generosa e creativa per l’Iraq. Solo un paese debole non è in grado
di cambiare una linea falsa e fallimentare. Desideriamo quindi scuse
pubbliche e ufficiali nei confronti del popolo iracheno per aver
intrapreso una guerra ingiusta e illegale e ricompense economiche per le
vittime del conflitto, il cui costo sia in parte coperto dagli stati che
hanno appoggiato l’intervento.
“Mr. President, the choice is yours”, Signor Presidente, a lei la
scelta! Se Bush, o chi verrà dopo di lui, avrà il coraggio di cambiare
radicalmente la rotta della politica estera americana, guadagnerà
rapidamente la stima per gli Stati Uniti e il terrorismo rapidamente
cesserà, altrimenti con la perdita definitiva della prima avremo la
crescita esponenziale del secondo.
Se, da una parte, devo ammettere di non essere ottimista sul tanto
auspicato cambio di registro, dall’altra è doveroso sottolineare che
la carta del cambiamento non sta esclusivamente nelle mani dei vertici
dell’amministrazione politica e militare di Washington, ma anche in
quelle dell’intero popolo americano. Su di esso ripongo le mie
speranze. Gli americani hanno l’occasione di liberarsi definitivamente
dell’immagine ambigua che gli Stati Uniti hanno agli occhi del mondo,
di rendere il loro paese esattamente uguale agli altri 191, di creare e
governare insieme a essi un mondo migliore.
Fonte: http://www.lostraniero.net/ottobre04/galtung.html
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