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L'imprevisto responsabile

di Benedetto Vecchi

INTERVISTA - MANUEL CRUZ

Da Max Weber a Hans Jonas, la ricostruzione dell'ambivalenza di un concetto che viene spesso usato per legittimare lo «status quo», ma che apre la strada anche a quel gesto radicale di libertà che è «prendere il destino nelle proprie mani»

Un'intervista con il filosofo spagnolo Manuel Cruz, in Italia per presentare il suo ultimo libro, «Farsi carico». L'emancipazione della responsabilità dal «senso di colpa», il suo rapporto con l'etica e la natura delle conseguenze delle decisioni prese


Il tema che il filosofo spagnolo Manuel Cruz ha voluto affrontare nel libro Farsi Carico. A proposito di responsabilità e di identità personale (Meltemi, pp. 191, € 17) va preso, come lui stesso ama dire, con le molle. In primo luogo perché la responsabilità è un concetto ambivalente, che apre il campo a quel sovversivo «prendere nelle mani il proprio destino», ma è anche un potente argomento usato per legittimare lo status quo. L'espressione «fatti carico con responsabilità della situazione data» è infatti il leit motiv di chi la realtà la vorrebbe far restare così come è. Ma, seguendo il filo del pensiero di Manuel Cruz, c'è una via di fuga da questa deriva conservatrice. La responsabilità è infatti «concatenata» alla decisione. Io decido di fare una cosa, piuttosto che un'altra, compiendo dunque una scelta e facendomi carico dei suoi effetti. La responsabilità però, afferma Cruz, ha ben poco a che vedere con i contenuti di quella scelta o decisione. La responsabilità stabilisce quindi il fatto che si è compiuta una scelta, ed è quindi una delle componenti del vivere in società. Nascondersi, però, dietro il dito della responsabilità per nascondere il contenuto della scelta è un'attitudine decisamente conservatrice, afferma il filosofo spagnolo che abbiamo incontrato a Roma, dove Cruz ha presentato il libro. Una discussione che si è snodata su sentieri spesso tortuosi, dove ogni passo compiuto richiedeva soste e spiegazioni ulteriori per poi riprendere.

L'obiettivo che si pone con questo libro è definire lo statuto della responsabilità, termine che ha una lunga e tormentata storia nella filosofia. E una volta stabilito il suo status, punta decisamente a stabilire le coordinate con cui orientare l'etica individuale. Un obiettivo ambizioso, non crede?

Il concetto di responsabilità è un concetto moderno. Dal punto di vista etimologico è una parola comparsa recentemente. Nel castigliano, così come nel francese, nell'inglese e nel tedesco compare tra la fine del diciassettisimo secolo e gli inizi del diciottesimo. Possiamo dire che la sua comparsa coincide con la rivoluzione industriale. Certo, possiamo affermare che la responsabilità è «figlia» del concetto di colpa, ma una volta che fa la sua comparsa nella scena pubblica prende decisamente le distanze da essa. Nella riflessione teologica, il «senso di colpa» si manifesta con la violazione di alcune regole socialmente condivise e fa parte di quel luogo comune secondo il quale vivere è sempre l'attraversamento di una valle di lacrime. Per i teologi, il singolo vive sempre a stretto contatto con il male, la colpa, la sofferenza, il danno subito e arrecato. La modernità è un'era che si emancipa dalla «colpa» di vivere: è in questo momento che subentra il concetto di responsabilità. Provo a fare un esempio per esemplificare il mutamento che subentra nel rapporto tra l'individuo e la realtà.

Stiamo facendo una passeggiata per la strada e incontriamo un essere umano che chiede l'elemosina o che è talmente ubriaco da non reggersi in piedi. Proviamo un sentimento di compassione, ma subito dopo poniamo e ci poniamo una domanda: chi si prende cura di lui? Ecco questa è una domanda che esclude il senso di colpa, ma non quello di responsabilità. La colpa è sempre un sentimento legato a qualcosa accaduto nel passato, mentre la responsabilità investe i comportamenti del qui e dell'ora, perché interroga il nostro stare in società. Altro esempio per introdurre una tassonomia della responsabilità: i genitori sono responsabili dell'educazione dei propri figli. Questo significa che si fanno carico di loro fino a quando possono andare nel mondo con i loro piedi. Certo, i genitori si possono domandare se quello che fanno o decidono per i propri figli sia giusto o sbagliato, ma quello che conta è che si fanno carico di loro. Il concetto di responsabilità che io cerco di indagare è di questo tipo, perché tenta di sondare il momento della scelta, della decisione di fare una cosa piuttosto che un'altra.

E' stato Hans Jonas che ha definito la cornice filosofica del significato contemporaneo, secolarizzato di responsabilità, perché ha stabilito la concatenazione tra responsabilità, decisione e conseguenze di tale decisione. Il suo «principio di responsabilità» è ben diverso anche da quello weberiano, il primo studioso che si è occupato di responsabilità in epoca moderna. Quando Max Weber affronta il tema della responsabilità fa infatti riferimento al dialogo interiore del singolo con se stesso. Non c'è «esteriorità» in Weber, ma solo «interiorità». Per lo studioso dell'etica protestante e dello spirito del capitalismo il singolo ha un potere limitato di prevedere gli effetti di alcune sue scelte, ma in ogni caso ritiene che gli effetti del suo comportamento siano considerazioni di secondo livello rispetto a quell'incessante dialogo che l'uomo moderno svolge con se stesso. Ovviamente non c'è un dio che sorveglia le tue decisioni perché è il singolo che stabilisce i termini di una condotta responsabile. Jonas parte invece dalla convinzione che l'uomo ha il potere di conoscere o quantomeno di prevedere gli effetti di una decisione. E' noto che il filosofo tedesco è stato testimone dell'avvento del nazismo, della seconda guerra mondiale e dell'esplosione delle prime bombe atomiche. Da qui l'elaborazione di un principio di responsabilità verso le future generazioni. Siamo dunque responsabili se ci facciamo carico delle conseguenze delle nostre scelte.

Se Weber secolarizza la responsabilità, facendone una faccenda privata, Jean Paul Sartre la inscrive nel rapporto tra singolo e collettività e tra libertà e necessità. Ognuno di noi è libero di scegliere, affermava l'esistenzialista Sartre. Ma la nostra possibilità di operare una libera scelta responsabile investe il modo di funzionare la società e quindi i fattori che ci impediscono di essere liberi, rispondeva il Sartre marxista. Lei afferma invece che la responsabilità esiste quando il singolo si fa carico degli effetti di una scelta e che possiamo definire l'identità personale in base a questo particolare significato di responsabilità. Mi sembra però che così facendo l'identità personale rinvii nuovamente a quel rapporto dialogico con se stesso che nega il carattere «sociale» della responsabilità. Non è così?

Mi è sempre piaciuta l'espressione «rapporto con se stesso», ma per me l'identità personale è una costruzione sociale. In questo momento noi stiamo parlando e usiamo termini, sintassi, semantiche che riguardano un prodotto sociale, il linguaggio. In ogni caso siamo «sovrani» sui discorsi che facciamo. L'identità, in quanto costruzione sociale, è semmai la finestra attraverso la quale noi comunichiamo con il mondo esterno, mentre la responsabilità sono gli atti e i discorsi che mettiamo in campo per rispondere alle domande che gli «altri» ci pongono in quanto essere sociali.

Prendiamo il vittimismo: spesso gli individui sono chiamati in causa per alcuni comportamenti e loro rispondono di non essere responsabili di ciò che fanno e che fanno quello e non altro perché sono stati vittime di un'ingiustizia o di una discriminazione del passato. Può riguardare il singolo o il gruppo sociale, etnico, religioso, culturale al quale l'individuo pensa di appartenere. Possiamo dire che rivendicano un principio di non responsbilità in base al quale si legittimano alcune scelte. Il vittimista dice sempre: faccio questo, perché voi, la società, siete responsabili della mia condizione. In altri termini: il vittimismo afferma la non responsabilità dei singoli rispetto al loro comportamento, ma chiede alla società di farsi carico delle sue presunte colpe.

In Spagna sono stato invitato a un dibattito organizzato da alcuni psichiatri che verteva su un interrogativo: se le persone affette da alcune tipologie di distubi mentali erano responsabili o meno delle loro azioni. Mi sono spesso chiesto perché avessero invitato un filosofo, ma poi ho capito che la domanda che ponevano era filosofica, prima che medica o giuridica. Secondo alcuni psichiatri conservatori la risposta era negativa: no, quelle persone non erano responsabili delle loro azioni. Sul versante opposto, invece, psichiatri progressisti affermavano il contrario: si, sono responsabili. Accettare di applicare il principio di non responsabilità al comportamento di alcune persone o di gruppi sociali o culturali apre la strada a un ragionamento pericoloso: poiché non sono responsabili sono soggetti minori che quindi hanno diritti minori rispetto agli altri.

C'è sempre una concatenazione tra decisione e responsabilità. Quando si decide si traccia una linea tra un prima e un dopo. E' un atto che separa il mondo precendente da quello che si vuol produrre. La decisione è quindi sempre legata a una contingenza, a un qui e ora. Dunque anche la responsabilità è legata a una contingenza. E' quindi difficile pensare a una responsabilità che si fa carico delle conseguenze di una decisione. A meno che non si pensi che gli effetti «collaterali» debbano entra a far parte della situazione contingente. C'è il rischio di paralisi. Se mi pongo il problema degli effetti, sarà difficile prendere una decisione...

Da alcuni anni il tema degli effetti imprevisti di una decisione è, a ragione, molto dibattuto. E tuttavia credo che vada usata molta cautela nel porlo al centro della riflessione, perché se ne può fare un uso paralizzante. Prendiamo l'argomentazione tipica dei conservatori: non sappiamo prevedere cosa accadrà se facciamo questa cosa, ragione per cui è meglio lasciare tutto così come è. Gli effetti imprevisti sono branditi come una minaccia o un pericolo da evitare. La storia è però un insieme di effetti imprevisti. Nessuno può prevedere cosa accadrà se prendiamo una decisione. La responsabilità non vuol dire che bisogna prevedere tutti gli effetti della nostre decisione, ma farsene carico una volta che si manifestano. Il problema non è la decisione, ma la responsabilità nel farsi carico degli effetti previsti o no di tale decisione.

Seguendo il suo ragionamento, prendere e attuare decisioni è già un atto di responsabilità....

Il contenuto della decisione è cosa diversa dalla responsabilità. Io posso decidere di fare una cosa, ma sono gli altri che chiedono conto del contenuto della decisione, cioè fanno leva sula resposnabilità di chi ha deciso di fare una cosa piuttosto che un'altra. Faccio un esempio: una forza politica chiede conto dell'operato di un governo. Non mette in discussione che c'è stata una decisione, ma il contenuto di quella decisione. Quindi la decisione e la responsabilità non sono separati, ma rimangono distinti, perché la responsabilità investe il contenuto della decisione.

Prima lei ha fatto riferimento ad Hans Jonas, il quale si è molto interrogato sulle responsabilità degli scienziati rispetto al fare ricerca. Possiamo dire che, se la responsabilità ha uno statuto contemporaneo, i primi a esserne stati investiti sono gli scienziati.....

La storia della scienza ci narra di ricercatori di alto livello che dopo Hiroshima dissero: oltre di lì non si deve andare, perché così mettiamo in pericolo l'esistenza stessa della terra. Fisici e biologi di grande livello dissero che la scienza doveva autoregolamentarsi, doveva cioè farsi carico dei risultati della ricerca e quindi smettere di fare ricerca in alcuni campi piuttosto che in altri. Quella stessa storia ci narra però che non è andata così. Quante sono le scoperte che non rispondono a questa logica? Tante, troppe. Da parte mia, credo che il problema non sia quello di bloccare per legge questa o quell'altra linee di ricerca. Ritengo che anche per gli scienziati valga lo stesso principio di responsabilità: farsi carico cioè delle conseguenze di alcune decisioni. Allo stesso tempo sono portato ad affermare che il problema della responsabilità sul proprio lavoro di ricercatori non sia molto diffuso nella comunità scientifica. Ci sono infatti molti scienziati che continuano a dire: faccio ricerca, non è compito mio farmi carico degli effetti del mio lavoro. Le ricordo il libro I sommersi e i salvati, in particolar modo quando Primo Levi scrive sulle giustificazione date da alcuni scienziati tedeschi per il loro operato: io faccio ciò che l'autorità ci comanda di fare. Posso costruire forni crematori, condurre esperiementi su cavie umane, inventare un gas mortale, ma così facendo obbedisco solo a degli ordini. Sono dunque loro - il governo, il Terzo Reich, Hitler - i responsabili di ciò che è accaduto, non io. Questo è una delle classiche argomentazioni dell'attitudine vittimista, che punta a una deresponsabilizzazione totale delle scelte e dei compartamenti individuali..

Ma tutte le istituzioni totali legittimano il loro operato in base a una retorica vittimista. Noi applichiamo regole, procedure di cui non siamo responsabili.....

Il vittimismo ha un forte glamour sociale e politico. In fondo Hitler ha fatto leva su questo sentimento per raccogliere consensi: i tedeschi erano vittime di una ingiustiza, il trattato di Versailles, che li umiliava. Ragion per cui non si considevano responsabili per quello che poi è accaduto. Si sente dire spesso che tutti siamo responsabili dell'inquinamento e del buco dell'ozono. Sono portato a problematizzare questa chiamata di correo per una situazione così drammatica per il pianeta. C'è infatti differenza tra chi usa un deodorante o la filiale indiana di una multinazionale della chimica. Chi usa il deodorante rilascia nell'atmosfera alcuni decimi, centesimi di grammi di sostanze dannose: una quantità di gran lunga inferiore delle tonnelate rilasciate nell'atmosfera da una fabbrica inquinante.

Il filosofo tedesco Adorno ha una volta scritto, cito a memoria, che ci sono molte circonstanze, fatti e contesti che possono limitare la nostra libertà, e tuttavia c'è un elemento irriducibile che può spingere a fare scelte di libertà. Anche nel pensiero marxista c'è stata una concezione della responsabilità personale che metteva l'accento sui condizionamenti e sul potere della sovrastruttura nel condizionare la nostra vita. Ma se accettiamo fino in fondo questa visione impoverita del rapporto tra il singolo e il collettivo, ogni scelta di dominio può essere giustificata.

Prendiamo il vecchio testamento e la parabola di Abramo e Isacco. Dio ordina ad Abramo di uccidere suo figlio: noi sappiamo che disobbedire a quell'ordine è una scelta di libertà. Bene, la responsabilità inizia con scelte di libertà.

 


Fonte: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/03-Maggio-2005/art97.html