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E’ stato soprannominato il “fantasma di von Havenstein” dal nome
del banchiere centrale Rudolf E. A. Havenstein della Reichsbank
che prima di morire - nel 1923 - guidò la Banca centrale della
Germania post-gugliemina nell’era tormentata dell’iperinflazione
tedesca, quella delle carriole di denari buoni per fare il fuoco
nelle caldaie a legna o raccolti nelle strade dai netturbini
come foglie morte. Se ne torna a parlare oggi mentre
imperversa Lady spread, con la crisi del debito sovrano europeo
al suo massimo, un 2012 da recessione e una Bce che sposa una
linea di stabilizzazione del livello dei prezzi da ortodossia
dei trattati e che conduce una politica deflazionistica non
dissimile da quella che in gergo monetaristico verrebbe definita
hard money policy - di questi tempi sostenuta
ferocemente dalla cancelliera tedesca Angela Merkel in barba
alle richieste di quei pochi governi politici che restano in
sella e che la pensano diversamente dal clan del ministro delle
finanze tedesco, Wolfgang Schäuble.
La vexata quaestio rimane il ruolo della Bce: deve o
no la Banca centrale europea diventare il prestatore d’ultima
istanza qualora i titoli di debito dei paesi europei a rischio
default dovessero andare invenduti? Sulla questione è
intervenuto il fior fiore dell’accademia liberal statunitense –
Paul Krugman su tutti dalle colonne del New York Times – ma
anche i professoroni un po’ polverosi d’Europa.
S’infoltisce sempre più il coro di quelli che ritengono (ciò
inizia ad accadere anche in Germania) che Francoforte debba dar
vita a politiche inflattive, abbandonando la sua strategia
über harte währung, per una moneta forte, in favore di una
qualche versione europea di quel quantitative easing che
la Fed statunitense di Ben Bernanke mette in campo ormai dal
2008 a questa parte, acquistando prodotti tossici delle banche e
che non poco frutta alla banca centrale statunitense.
Ma perché allora la Germania resiste all’idea di una politica
inflattiva da parte della Bce se addirittura dalla funzione di
prestatore di ultima istanza la Fed riesce anche a tirarne fuori
i buoni rendimenti che prevedono prestiti nel quadro del
T.a.r.p.
senza neppure costi inflattivi? La tesi ricorrente è che la
classe dirigente tedesca tema l’inflazione - e la sua
degenerazione, l’iperinflazione – perché essa è annoverabile
come una delle ragioni che permisero negli anni ’20 e ’30 del
secolo scorso al nazional-socialismo di Adolf Hitler di
emergere, trascinando la Germania nell’ignominia morale e
gettando l’Europa verso un destino di irrilevanza storica.
A parte le rivendicazioni di quelli che rifiutano che una
paura collettiva di un solo paese possano mandare nel baratro
altre comunità – vedi l’Italia – bisognose invece di svalutare
il proprio debito, la domanda da farsi è la seguente: "E' valido
il sillogismo che presuppone che un'inflazione crescente
incrementi i rischi di una crescita nella conflittualità sociale
di una comunità nazionale, terreno fertile questa per
l’affermazione di forze politiche di tipo autoritario? La
risposta è "No, non è valido".
Nel caso tedesco empiricamente non fu l’iperinflazione a
generare il nazional-socialismo. Fu invece l’aumento della
disoccupazione – nel 1932 arrivata al 33% della forza lavoro - a
scatenare l’ascesa di Hitler. Lo scorso 18 Novembre Dylan Grice,
analista a Société Générale, ha firmato un paper dal titolo
“Exorcising von Havenstein's ghost” per la serie 'Popular
Delusions', nel quale l’analista smentisce apertamente, dati
alla mano, la tesi in base alla quale l’iperinflazione tedesca
degli anni ‘20 abbia creato le condizioni per l’ascesa
hitleriana.
Secondo Grice sarebbe stata invece la paura
dell’iperinflazione figlia delle brutte esperienze dell'inizio
degli anni venti che avrebbe condizionato le rigide politiche
deflazionistiche della Reichsbank tedesca all’indomani della
crisi del 1929. Mentre tutti i grandi paesi euro-atlantici
abbandonavano il gold standard nel periodo post-crisi del 1929,
svalutando le rispettive valute, la Germania formalmente già
uscitane nel 1931, manteneva comunque una mentalità da parità
aurea – con alti tassi d’interesse e politiche deflazionistiche.
Nel 1923 l’iperinflazione toccò il massimo picco in Germania.
Nel 1924 avvenne la stabilizzazione monetaria che diede vita nel
1925 ad un’altra recessione, la seconda che subirà la Germania
negli anni ‘20. Nel 1926 riparte la locomotiva internazionale e
il tasso di disoccupazione in Germania scende sotto il 10%. Nel
1929 arriva la crisi finanziaria statunitense. L’America inizia
a dragare i propri aiuti- fondi dalla Germania messi a
disposizione del paese europeo per la sua ricostruzione
postbellica.
Il ritiro dei capitali statunitensi nel 1930 getta di nuovo
la Germania nell’ennesima recessione economica nella quale cade
del resto tutto il mondo nel 1931. La disoccupazione tedesca
torna a salire. La reazione di Regno Unito, Giappone e Stati
Uniti è la quella giusta: dare vita a politiche deflattive.
La Germania invece no. Non svaluta. La Reichsbank lascia
tassi d’interesse alti. La memoria dell’iperinflazione di dieci
anni prima è così forte da costringere ideologicamente i
banchieri centrali tedeschi a tenere il marco solido. Qualora
avessero svalutato – probabilmente – vi sarebbe stato certo un
aumento dell’inflazione ma anche una diminuzione della
disoccupazione.
Nel 1933 la disoccupazione tedesca sale invece al 33%. Se si
analizza la dinamica di crescita della disoccupazione nella
Germania tra gli anni ’20 e ’30 e i risultati elettorali del
NSDAP, il partito nazional-socialista guidato da Hitler*, si
osserva che non è l’inflazione a spingere il popolo germanico
nelle braccia dei nazisti, bensì la mancanza di lavoro, la
disoccupazione. Un dinamica che grazie alla politiche deflattive
assunte dalla Banca d’Inghilterra nello stesso periodo mantenne
la disoccupazione britannica sotto il 20%.
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Tornando a oggi, non si capisce allora perché la classe
dirigente tedesca abbia così invisa l’inflazione. La posta in
palio è alta e la posizione della Germania – senza dubbio oggi
il paese più potente d’Europa - deve essere oggetto d’analisi
approfondita. A Berlino di ritiene che le politiche di
responsabilità fiscale adottate negli ultimi otto anni dal
governo tedesco siano e debbano essere l’esempio da seguire per
tutti i paesi dell’eurozona in particolare quelli del
Mediterraneo: Italia, Spagna, Portogallo e Grecia.
Ora, la Germania non è la prima della classe perché ha i
conti in ordine. E' la prima della classe perché cresce. E’
facile tenere i conti in ordine quando si cresce. L’economia
tedesca cresce perché le esportazioni germaniche verso l’Asia,
notoriamente la Cina, hanno negli ultimi tre anni trainato
l’industria e innescato una dinamica economica virtuosa. Il
‘giocattolo’ però sta per rompersi anche nel Regno di Mezzo: la
bolla del credito cinese sta per esplodere e c’è da ritenere che
un tale fenomeno avrà un forte impatto anche sulla domanda
interna di prodotti d’importazione tra cui - com’è lecito
attendersi – anche quelli tedeschi.
Cosa accadrà allora in Germania quando la produzione
industriale si sgonfierà e i tassi di crescita non saranno più
quelli attuali? Il governo tedesco sarà allora più disponibile
forse a prendere in considerazione una svalutazione della moneta
unica europea magari per prevenire l’aumento della propria
disoccupazione e una contrazione della domanda interna?
Se così dovesse essere, tutti coloro che hanno gridato – a
torto o a ragione – allo scandalo, denunciando il fatto che
l’euro è stato preso in ostaggio da un solo paese, avranno la
prova provata che dietro la rigidità tedesca c’è solo
opportunismo nazionale e non una visione ideologica volta a
premiare, come si vorrebbe, la responsabilità in finanza
pubblica dei paesi europei virtuosi. Sarebbe una scoperta
sgradevole che minerebbe in profondità la già esile comunanza di
destino dei popoli europei, già morta quella tra le classi
dirigenti nazionali.
Comunque vada a finire, che prevalgano gli inflazionisti o
meno, una Bce più incline a fare inflazione permetterebbe
all'Europa di guadagnare solo un po' di tempo. I problemi del
Vecchio Continente non hanno a che fare con l'inflazione o la
deflazione. Sono altri e in particolare tre: spesa pubblica
fuori controllo; un ambiente giuridico e burocratico ostile
all'impresa; un'iper-regolamentazione che sfavorisce
investimenti esteri e disincentiva la creazione di ricchezza.
Prima l'Europa farà i conti con questi problemi e meglio
sarà, con o senza Bce prestatore di ultima istanza.
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