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di
Daniele Scalea per Equilibri La
"questione" ucraina Se
voi chiedeste a un russo d'indicarvi una possibile data da cui far
partire la sua storia nazionale, molto probabilmente egli vi
risponderebbe: anno 530 circa dell'era volgare, sulle sponde del Dnepr.
Là e allora nasceva Kiev, che meno di quattro secoli dopo sarebbe
divenuta la capitale della Santa Rus', il principato slavo-varego (cioè russo) che univa le
sponde del Baltico a quelle del Mar Nero. Sempre a Kiev il 15 agosto 989
l'intera cittadinanza, spronata dal proprio Principe Vladimiro il Santo,
s'immerse nelle acque del Dnepr per un suggestivo battesimo di massa, e
nel 996 sorgeva la prima cattedrale di Russia, sede originaria del
metropolita nazionale. Kiev decadeva a partire dal 1054, allorché alla
morte di Vladimiro il Saggio, il Principato di Rus' si sfaldava in preda
all'anarchia. Quando nel 1480 la Russia si lasciò alle spalle
l'esperienza mongola, lo Car' imperava dal Cremlino moscovita, e la
valle del Dnepr colla sua capitale Kiev era ormai solo una "terra
di confine", una "Ucraina". Tra
il XIV e il XVII secolo l'Ucraina fu contesa con Lituani, Polacchi e,
per quel che concerne il meridione, l'Impero Ottomano. Per questi
trecento anni le regioni occidentali dell'Ucraina furono subordinate al
dominio polacco (la Galizia passò poi all'Impero asburgico e non tornò
alla Russia prima del secolo scorso), laddove l'inveterata russofobia di
quel popolo si trasmise ai sottoposti: ne sono segni più evidenti la
nascita di una lingua e di un sentimento nazionale ucraino, e della
Chiesa Uniate (o greco-cattolica), di rito bizantino ma fedele al Papa.
Va però notato che tali fenomeni furono assolutamente estranei all'area
orientale e meridionale del paese, e inizialmente marginali persino
nelle regioni occidentali. Oltretutto, durante il periodo sovietico,
quando i confini tra Ucraina e Russia erano più teorici che reali,
molti ucraini migrarono verso oriente per colonizzare le steppe
siberiane, mentre un ancor più gran numero di russi si trasferì nel
bacino del Dnepr, attratto dalle prospettive lavorative offerte dal
grande complesso industriale idroelettrico. La formazione d'un
sentimento nazionale ucraino è stato perciò limitato all'area
occidentale del paese, laddove a lungo rimase circoscritto alla classe
intellettuale, e limitato alla rivendicazione di una
"confederazione delle nazioni slave" (Ševcenko) o di una "nazione autonoma in uno stato federale" (Hrusevsky).
Curiosamente il primo vero tentativo di conquistare un'indipendenza fino
ad allora mai neppure desiderata, fu la risposta dei menscevichi ucraini
alla presa di potere dei bolscevichi a Pietrogrado. Cosa che non catturò
affatto l'interesse dei contadini locali, la gran maggioranza della
popolazione, che infine appoggiò i bolscevichi stessi quando questi si
decisero a blandirli colla redistribuzione delle terre. Durante la
Seconda Guerra Mondiale l'Ucraina si ritrovò di fatto lacerata tra due
sentimenti contrastanti: mentre in occidente non pochi abbracciarono la
causa tedesca (in Galizia si formò anche una Divisione SS), pressoché
tutti gli orientali o fuggirono al seguito dell'Armata Rossa o
alimentarono una vitale resistenza patriottica. Anche dopo la cacciata
dei Tedeschi, fino al 1952 si sostenne in armi l'esercito nazionalista
di Stepan Bandéra (poi ucciso dal KGB a Monaco di Baviera), le cui
gesta ancor oggi sono esaltate dagli abitanti delle regioni occidentali:
a oriente, naturalmente, gli eroi sono considerati i militi dell'Armata
Rossa e i partigiani antinazisti. Come
sappiamo bene, avendo seguiti gli avvenimenti degli ultimi mesi,
l'Ucraina è tuttora una nazione fortemente lacerata, una parte
nazionalista e spesso antirussa, l'altra filorussa o, più
semplicemente, russa. La prima è culturalmente, ideologicamente,
economicamente tesa verso l'Europa e l'Occidente, l'altra
indissolubilmente legata a quella Russia che sente come sua patria più
grande. Con questo problema si sono trovati (e si trovano) a doversi
confrontare i grandi attori geopolitici della regione (Mosca, Bruxelles
e Washington) e, naturalmente, la classe dirigente dell'Ucraina
indipendente postsovietica. Il
problema religioso Uno
dei riflessi di tale situazione è la frammentarietà del panorama
religioso ucraino. Affatto maggioritaria, con circa 8000 parrocchie e
tutti i più prestigiosi monasteri del paese, è la tradizionale Chiesa
Ortodossa Ucraina che riconosce quale autorità suprema il Patriarcato
ecumenico di Mosca. Proprio colui che contese tale carica all'attuale
Patriarca Alessio II, cioè l'ex metropolita di Kiev (oggi scomunicato)
Filaret, è stato protagonista subito dopo l'indipendenza della
scissione nazionalista (sostenuta dalle autorità ucraine); essa è
sostanzialmente fallita - gode di poco più di 2000 parrocchie - grazie
soprattutto all'eroica resistenza dei cenobiti che furono assediati da
vere e proprie milizie armate sostenute dalla polizia. Ancora più
piccola - circa la metà della chiesa di Filaret - è la Chiesa
Ortodossa Ucraina Autocefala, vacuo residuo dell'ultima occupazione
polacca, quella del 1920. Il peso della Chiesa Ortodossa
"ufficiale" può essere determinante per le sorti della
nazione ucraina, dal momento che il Patriarcato ecumenico di Mosca è da
tempo in prima linea nel difendere l'unità spirituale dei popoli slavi
orientali. Non a caso, poco dopo la vittoria del nazionalista Jušcenko,
la Chiesa Uniate ha cominciato a organizzare missioni religiose per fare
proselitismo nelle regioni ortodosse del meridione, soprattutto Odessa e
Mykolaiv. Vittoria
democratica o golpe postmoderno? Ciò
non ostante, la presa di potere di Viktor Jušcenko non si può ridurre
a un puro fenomeno della storica dialettica intranazionale tra
"occidentali" e "orientali", bensì va inquadrata
nel più vasto scenario geopolitico esteuropeo-eurasiatico nel quale
rientra l'Ucraina. Innanzitutto
dobbiamo realizzare che la "rivoluzione arancione" non è
stata un avvenimento genuinamente spontaneo, cui l'Occidente si sarebbe
limitato a dare il proprio idealistico appoggio. Jušcenko, già
direttore della Banca Centrale e Primo Ministro del proprio paese,
pupillo del FMI per la sua attitudine ultraliberista, è stato per anni
- e cioè perlomeno da quando dovette dimettersi dopo lo scandalo
Gongadze (fine 2001) - attivamente sostenuto e foraggiato da Washington
e, in seconda schiera, dall'Unione Europea. Dietro il suo partito e
quello della fida Julia Timošcenko, nonché dietro alle circa 300 ONG
che hanno operato a suo sostegno (tra queste gli istituti demoscopici
che hanno fornito i celebri "exit
polls" da cui è sortita la protesta e l'accusa di brogli),
hanno operato una vera e propria task
force di organizzazioni anglosassoni (e anche alcune europee),
ufficiali e non: Open Society Fundation di George Soros, U.S. Aid, International
Republican Institute, National
Democratic Institute for International Affairs, American
Center for International Labor Solidarity, Center for International Private Enterprise, Freedom House, Westminster
Fundation, e via di questo passo. La coalizione ora al governo, al
pari del colossale apparato d'organizzazioni fiancheggiatrici
completamente costruito dagli Statunitensi, ha dunque ricevuto
sostanziali finanziamenti dall'estero (in passato oggetto d'inchiesta
dalla Rada Verhovna): nel contempo, la televisione "Canale 5"
del ricco oligarca Pëtr Porošenko (ora Segretario alla difesa e alla
sicurezza nazionale) dall'interno, e "Radio Free Europe - Radio Liberty" (stazione radiofonica di
propaganda istituita e mantenuta da Washington) dall'esterno, si
facevano megafoni della loro voce. La stessa strategia operativa seguita
alla denuncia dei brogli - la discesa nelle piazze, il blocco delle sedi
istituzionali, il forzamento dell'iter legale e la presa di potere -
ricorda fortemente quella attuata in Jugoslavia e poi in Georgia, due
colpi di stato che sappiamo essere strettamente connessi alla volontà
di Washington. Del resto, la stessa capacità organizzativa e i mezzi
mostrati in quei giorni di rivolta - pronto raduno di centinaia di
migliaia di persone a Kiev, perfetto mantenimento dell'ordine, puntuale
foraggiamento della massa di manifestanti e addirittura distribuzione di
gadgets, installazione di
megaschermi, organizzazione di concerti - fanno dubitare fortemente che
tutto ciò possa essere ricollegato a un moto spontaneo. Aleksandr Olon,
un esperto russo addetto alla campagna elettorale di Viktor Janukovic,
è stato chiarissimo nell'esprimere il proprio pensiero: «In Ucraina
non c'è stato niente di spontaneo. Noi abbiamo perso perché dall'altra
parte c'erano dei professionisti dell'agitazione meglio addestrati».
Professionisti come James Woolsey, statunitense ex direttore della CIA e
dal 1995 direttore della cosiddetta Freedom
House, organizzazione che rivendica d'essere non governativa e si
occupa - per sua stessa ammissione - di rovesciare governi legittimi:
naturalmente per «diffondere i valori democratici». Il signor Woolsey
nel 2000 fornì uno specifico addestramento che potremmo definire
"sovversivo-paramilitare" (i corsi furono tenuti dal
colonnello in pensione Helvy) ai militanti jugoslavi di Otpor
i quali, una volta rovesciato il Presidente Milosevic, andarono a Tblisi
per indottrinare i loro omologhi georgiani di Kmara;
si sa che Stanko Lazendic e Aleksandr Maric, i capi di Otpor,
hanno gestito l'addestramento alla formazione paramilitare di Pora,
protagonista della "rivoluzione arancione"; la cui immagine,
man mano che si scava più a fondo, si fa sempre meno romantica... In
Ucraina la Guerra Fredda non è ancora finita Viene
ora da chiedersi per quale motivo Washington si sia impegnata tanto a
fondo nel favorire la presa di potere da parte di Viktor Jušcenko, e
parallelamente perché Mosca abbia fatto di tutto per impedirla.
L'interesse geostrategico russo in Ucraina è alquanto ovvio: l'Ucraina
è il secondo paese per importanza entro la Comunità degli Stati
Indipendenti, e quello storicamente più legato a Mosca, al pari della
Bielorussia. Il celebre e influentissimo geopolitico statunitense
Zbignew Brzezinski - noto per le sue posizioni mackinderiane sull'Eurasia,
e dunque decisamente antirusso (tanto da avere apertamente auspicato lo
smembramento della Federazione Russa) - ha scritto nella sua opera La
grande scacchiera che «l'Ucraina assumeva (al momento dello
scioglimento dell'URSS) un'importanza decisiva» in quanto la sua
indipendenza «ha privato (...) la Russia della sua posizione dominante
sul Mar Nero, dove Odessa costituiva un avamposto strategico per gli
scambi con il Mediterraneo e il più vasto mondo. La perdita
dell'Ucraina ha avuto anche enormi conseguenze geopolitiche, poiché ha
drasticamente limitato le opzioni geostrategiche della Russia. Anche
senza i Paesi Baltici e la Polonia, una Russia che avesse conservato il
controllo sull'Ucraina poteva ancora cercare di fungere da guida di un
impero eurasiatico risoluto, dove Mosca avrebbe dominato i non slavi del
Sud e nel Sud-Est dell'ex Unione Sovietica». Da che ne deduciamo
facilmente quale interesse Washington possa nutrire per un allargamento
della sfera d'influenza atlantica fino a Kiev. Da quando la goffa
politica di Gorbacëv (ereditata da El'cin) ha causato il crollo del
Patto di Varsavia e la disintegrazione dell'Unione Sovietica, gli USA si
sono attivamente adoperati per penetrare ed erodere la sfera d'influenza
eurasiatica della Russia, grossomodo quello che oggi è chiamato
"estero vicino", in Europa Orientale, Transcaucasia e Asia
Centrale. Di fatto l'ambizione imperialista d'egemonia globale nutrita
dalla Casa Bianca non può sopportare neppure una Russia semplice
potenza regionale, e allora l'alternativa delle possibili relazioni
politiche tra Washington e Mosca si riduce sensibilmente, sino a
restringersi ad un crudo aut aut ontologico. Cosa
cambierà nelle relazioni russo-ucraine? Compito
davvero arduo sarebbe dare già ora una risposta definitiva a questa
domanda. Per adesso, possiamo limitarci a registrare e commentare le
prese di posizione sino ad oggi assunte da Kiev. Innanzitutto,
il neopresidente Jušcenko, pur mettendo al primo posto della propria
agenda l'adesione all'Unione Europea, ha garantito il proprio interesse
a proseguire sulla strada imboccata già da Kucma, e diretta verso la
realizzazione dello Spazio Economico Comune che unirà Russia,
Bielorussia, Kazakistan e, appunto, Ucraina. In tal modo Jušcenko ha
mostrato d'essere conscio del legame economico pressoché indissolubile
- almeno nel breve periodo - che salda l'Ucraina alla Russia. La
partecipazione allo SEC potrà avere risvolti molto importanti per
l'Ucraina, se pensiamo ad esempio che già nel gennaio del prossimo anno
Mosca e Minsk potrebbero annunciare la nascita d'una valuta comune tra i
due paesi. Senza dubbio anche Astana dovrà avvicinarsi ulteriormente al
Cremlino, dato che il Presidente Nursultan Nazarbaev è un assiduo
sostenitore dell'integrazione eurasiatica, e soprattutto sente ora il
fiato sul collo dei golpe che si rincorrono, sempre più temporalmente
prossimi tra loro, nei vari paesi ex sovietici. Kiev ha tutto
l'interesse a cooperare nel modo quanto più stretto possibile con la
Russia, soprattutto sul piano economico, il quale non preclude la
conduzione d'una politica sostanzialmente autonoma dal Cremlino, come
desiderano i nazionalisti. Inoltre il Presidente Putin non solo ha fatto
a meno di sollevare una qualsiasi obiezione verso la volontà
d'integrazione europea perseguita dai vari governi ucraini, ma persino
ha ripetutamente espresso il proprio entusiasmo per quest'eventualità
che creerebbe un legame incrociato tra Europa e Eurasia. Un
altro punto su cui il nuovo governo ucraino è stato molto rassicurante
con Mosca, è quello riguardante la Flotta del Mar Nero già sovietica,
a lungo contesa tra Ucraina e Russia, che si è poi concordato passasse
perlopiù a quest'ultima, la quale la ormeggia nella rada di Sebastopoli,
in Crimea, affittata dall'Ucraina. In effetti, Sebastopoli appare agli
esperti come l'unico sito adatto ad ospitare quella che fu uno dei
gioielli delle forze armate sovietiche, e che oggi si vede surclassata
persino dalla flotta turca. Il primo ministro ucraino, Julia Timošcenko,
interpellata a proposito dalla Novosti, ha fatto sapere che il nuovo
esecutivo non rivedrà alcuno degli accordi bilaterali presi da Kucma
col Cremlino. Segnali
positivi, questi, per il mantenimento di buone relazioni tra Mosca a
Kiev, confermate anche dall'incontro tra Putin e Jušcenko tenutosi a
Kiev il 19 e 20 marzo. Il Presidente russo si è guardato bene dal
rivangare i fatti del dicembre scorso, e un sano pragmatismo mostrato
dalle due parti ha fatto sì che la stessa Timošcenko, rappresentante
dell'ala "dura" antirussa, auspicasse una stretta
collaborazione tra Mosca e Kiev. In effetti il nuovo governo ucraino non
può ignorare la sua cronica dipendenza economica, e soprattutto
energetica, dalla Federazione Russa, che tra l'altro vanta verso
l'Ucraina un ingente credito. Oltretutto, Putin si è presentato a Kiev
fresco dei colloqui con Chirac, Schroeder e Zapatero, nel quale i
quattro capi di stato hanno deciso di lavorare assieme sull'adesione
all'UE dell'Ucraina: il che significa che Jušcenko non può fare a meno
di Mosca per realizzare il punto principale del proprio programma
elettorale. Eppure,
com'è ovvio, non sono state tutte rose e fiori tra i nuovi padroni di
Kiev e il Cremlino. Jušcenko, appoggiato se non spinto in ciò da
Washington, vuole sciogliere ogni laccio che leghi l'Ucraina alla
Russia, e non pare certo disposto ad abbracciare i progetti strategici
di Mosca. Anche nel confermare la sua partecipazione allo Spazio
Economico Comune, Jušcenko non ha mancato di richiedere un più attivo
ruolo del governo ucraino nella sua creazione, probabilmente per
riuscire a modellarlo quale organismo meramente economico, e non
funzionale all'egemonia geopolitica del Cremlino sulla regione. A questa
esigenza di piena autonomia politica risponde anche il fervente lavorio
venutosi a generare sull'asse Kiev-Tblisi, volto a resuscitare il GUUAM,
l'alleanza strategica tra Georgia, Ucraina, Uzbekistan, Azerbaigian e
Moldova che mirava a creare un contrappeso geopolitico alla Federazione
Russa entro la Comunità degli Stati Indipendenti. Jušcenko e Saakašvili
hanno trovato la comunista ed ex filorussa Chisinau quale alleata più
decisa in questo progetto; il che è però ancora troppo poco per
riuscire a creare qualcosa di serio. In Uzbekistan l'ubriacatura
occidentalista che aveva colto la classe dirigente dopo l'11 settembre
2001, sembrerebbe essere passata in modo sostanzialmente indolore, e
oltretutto Islam Karimov non appare l'uomo più adatto a fiancheggiare i
due "rivoluzionari" Jušcenko e Saakašvili. Il Presidente
uzbeko, che ritirò il suo paese dal GUUAM nel giugno 2002, ha
apertamente criticato l'estremismo politico imperante a Kiev e Tblisi. A
questo punto il coinvolgimento dell'Azerbaigian è d'obbligo perché il
GUM raggiunga quella massa critica minima (GUAM) necessaria per farne un
organismo concreto e vitale. Infatti, l'indipendenza politica del GUM è
vincolata all'autarchia energetica, cosa che soltanto i giacimenti azeri
potrebbero garantire. A tal fine, il petrolio azero dovrebbe essere
inviato in Georgia attraverso la condotta Baku-Tblisi, quindi imbarcato
e trasportato via Mar Nero al terminale di Odessa, ove parte l'oleodotto
verso Brody. Ma anche per questo progetto sussistono delle significative
difficoltà. Come Taškent, anche Baku guarda con timore all'ondata
rivoluzionaria di cui Jušcenko e Saakašvili sono i prodotti più
emblematici. Inoltre, pur essendo ancora tendenzialmente filoccidentale,
i rapporti tra il governo azero e Mosca sono sensibilmente migliorati
negli ultimi tempi. Infine, va considerato che il suddetto oleodotto
Baku-Tblisi avrà al suo completamento un ulteriore ramo fino al porto
turco di Ceyhan, e con tutta probabilità sarà quest'ultima direttrice
quella ad essere privilegiata per l'esportazione del petrolio azero.
Resta allora da chiedersi se a Baku troveranno sufficiente materia prima
per sfruttare a pieno regime il BTC e nel contempo soddisfare le
richieste energetiche di Georgia, Ucraina e Moldova. La risposta più
plausibile è senz'altro negativa. E' per questi lampanti problemi
organizzativi che in Russia, se il tentativo di resuscitare il GUUAM è
correttamente visto come un'operazione rivolta contro di essa, si tende
a non sopravvalutare la reale portata che gli sforzi di Kiev e Tblisi
potranno avere nel danneggiare il potere regionale di Mosca. Più
problematica è semmai la questione propriamente politica. Durante i
moti di piazza a Kiev, i "rivoluzionari" ucraini e le
opposizioni russe hanno proclamato a più riprese che la
"rivoluzione arancione" sarebbe arrivata fino a Kiev.
L'oligarca russo esule e nemico di Putin, Boris Berezovsky, si è già
trasferito in Ucraina - il che non è biasimevole per il governo locale
poiché ha solo accolto un cittadino straniero. Certamente più
provocatorio e irritante per il Cremlino è il fatto che Jušcenko
s'avvalga quale consigliere del liberale russo antiputiniano Boris
Nemtsov. Se mai l'Ucraina "arancione" mostrasse d'assumere il
ruolo di posizione avanzata per un golpe in territorio russo, i
potenziali buoni rapporti tra Mosca e Kiev precipiterebbero rapidamente
in una drammatica contrapposizione. Daniele Scalea è redattore di "Eurasia, rivista di studi geopolitici".
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