Alla fine sarà il Logos. Sta irrobustendosi,
nella cultura contemporanea, una tendenza
scientifico-filosofica, di matrice dichiaratamente
non-cristiana, che non esita a parlare di Dio. Una visione dai
tratti panteisti o, più propriamente, panenteisti (Dio non
coincide con l’Universo, ma l’Universo è parte di Dio), che si
colloca in un’ampia riflessione non tanto sull’origine del
cosmo, quanto sul suo immanente sviluppo e destino.
Ed è quasi come se quel Dio «cacciato» dal ruolo di Origine, che
l’umanità gli aveva tradizionalmente attribuito («In principio
Dio creò il Cielo e la Terra»), «rientrasse» con il nuovo ruolo
di Compimento. Un Dio più omega che alfa, dunque, più
ricapitolatore che fonte, più reditus che exitus.
Le attestazioni sono molteplici, anche in opere recentemente
tradotte in Italia. Spesso si parte da tutt’altro genere di
considerazioni e poi, inaspettatamente, sfogliando le ultime
pagine, ecco che l’idea ritorna. In La Singolarità è vicina
(Apogeo, 2008), Ray Kurzweil, uno dei maggiori teorici delle
scienze applicate, dopo un grandioso affresco sullo stato e le
tendenze di genetica, informatica e nanotecnologie, prosegue
idealmente il suo grafico oltre le coordinate del tempo
presente: «L’evoluzione va nella direzione di una maggior
complessità, di maggior eleganza, conoscenza, intelligenza,
bellezza, creatività e livelli più alti di attributi fini come
l’amore. In ogni tradizione monoteista, Dio viene analogamente
descritto con tutte queste qualità tese all’infinito…
L’evoluzione procede inesorabilmente verso questa concezione di
Dio, anche se non raggiunge mai esattamente questo ideale.
Dunque, possiamo pensare che il liberarsi del nostro pensiero
dalle gravi limitazioni della sua forma biologica sia
sostanzialmente un’impresa spirituale». Un percorso assai simile
è tratteggiato da Kevin Kelly, una delle firme prestigiose della
divulgazione scientifica americana, in Quello che vuole la
tecnologia (Codice, 2011). Kelly usa il termine
«tecnologia» nell’accezione larga dell’etimo «techne», per cui i
suoi confini vengono a coincidere con tutto ciò che è introdotto
nel mondo dall’essere umano: «la cultura, l’arte, le istituzioni
sociali e le creazioni intellettuali di ogni genere».
Tale cosmo di artefatti a firma umana - osserva Kelly - è come
se adesso assumesse autonomia e tendesse per «inevitabilità
strutturale» verso una direzione precisa, dove la casualità
dell’ortodossia darwiniana è sostituita dai meccanismi
dell’auto-organizzazione, imperativi di sviluppo che
comparirebbero di nuovo, anche «se il nastro della vita venisse
riavvolto». Ebbene, conclude Kelly, «se esiste un Dio, è
precisamente il traguardo a cui punta tale traiettoria». Pur
prendendo espressamente le distanze dal panteismo, Kelly finisce
per parlare di «una forza impressa nel tessuto della materia e
dell’energia» e, nelle pagine conclusive, chiama in gioco quella
teologia del processo di J.B. Cobb jr. e D.R. Griffin nei cui
confronti, complessivamente, sembra ben disposto. Un approccio
frontale al tema è poi proposto da Stuart Kauffman, membro dello
storico Istituto di Santa Fe, con il suo Reinventare il
sacro (Codice, 2010), introdotto da una dichiarazione
d’intenti senza infingimenti: «Presenterò una nuova concezione
di Dio - un Dio calato profondamente nella natura - e del senso
del sacro, che fonderò su una nuova ed emergente visione
scientifica del mondo».
La nuova visione scientifica è basata sul riconoscimento della
«inadeguatezza del riduzionismo» e sull’affermarsi della
«concezione emergentista», secondo cui la biologia e
l’evoluzione non possono essere spiegate esaurientemente dalle
sole leggi della fisica. Al loro posto, o meglio accanto ad
esse, sta «una meravigliosa creatività naturale… e Dio è il nome
da noi scelto per questa incessante creatività dell’universo
naturale, della biosfera e delle culture umane». Kauffman
rafforza la propria posizione con un elenco di nomi eccellenti
della scienza della complessità che gli sono compagni lungo
questo viaggio intellettuale - Phil Anderson, Robert Laughlin,
Leonard Susskind… - e osserva come tale prospettiva offra il
vantaggio di «schiudere agli umanisti laici la legittimità della
loro spiritualità».
L’inaspettato accorciarsi del tempo tra una scoperta notevole e
l’altra ed una rinnovata consapevolezza intorno alle
potenzialità dell’essere umano nel destino del mondo - che non
sono più, fortunatamente, solo potenzialità distruttive -
alimentano, così, riflessioni intense sul senso della storia. E
per itinerari di simile guisa, l’approdo è frequentemente
costituito dalla nozione di Dio. Una nozione di Dio certamente
sui generis, che evita quasi totalmente i concetti di
«persona» e di «sostanza» e rimarca soprattutto l’aspetto di
spinta interna al cosmo, razionale e diretta a uno scopo. «Quasi
Dio» o «abbastanza Dio», si potrebbe dire, mutuando il titolo (God
Enough che Steve Paulson ha dato alla sua conversazione tra
scienza e fede con Kauffman comparsa su Atom & Eden.
Il dato forse più interessante di questa convergenza di idee sta
nel nuovo rapporto concettuale che si viene ad instaurare tra
fede e freccia dell’evoluzione. Il plurisecolare dibattito sullo
«scoccare» di tale freccia ha sollevato interminabili contese -
talvolta anche inappropriate, come la pseudo-opposizione tra i
concetti di «creazione» ed «evoluzione», in linea teorica del
tutto compatibili -, mentre l’attuale disquisire sulla
«direzione» della freccia medesima sembra inclinare verso una
ricomposizione. Con molte differenze, certo, ma, almeno, con un
nucleo condiviso.