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Rumsfeld in Azerbaigian per il "Grande gioco" caspico

di Daniele Scalea

Pochi giorni fa il Capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, in visita nella neocolonia irachena, ha fatto un salto "ufficioso" in Azerbaigian, e da lì si è recato nel Kyrgyzistan. Il viaggio a Baku s'è svolto nel più completo riserbo: nessun annuncio o dichiarazione ufficiale da parte delle autorità e, non fosse stato per la stampa locale (il quotidiano "Echo" ha titolato: "Rumsfeld interessato al petrolio azero") di questo viaggio non si sarebbe saputo nulla. Quali interessi hanno gli USA in Azerbaigian, e qual è la ragione di tanta segretezza?

Innanzitutto l'Azerbaigian è un paese ricco di petrolio che, come sappiamo ed ha argutamente notato "Echo", è una delle parole magiche che riescono a scatenare la frenesia nelle stanze del potere statunitense. In questo momento Washington ha in ballo un affare parecchio importante col governo azero, e cioè l'oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan. È impossibile comprendere appieno la finalità di questo corridoio energetico, senza essersi prima calati nella realtà di quello che potremmo definire "il Grande Gioco del Mar Caspio".

Il bacino del Caspio, molto ricco di risorse energetiche, era un tempo sotto il pieno controllo dell'Unione Sovietica. Dopo il 1992, però, la Russia ha dovuto dividerne il possesso non più col solo Iran, com'era in precedenza, ma pure con Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan e, appunto, Azerbaigian. Ad ogni modo l'importanza del Mar Caspio non si riduce a una mera spartizione delle sue risorse, ma ha una ben chiara valenza strategica: non va dimenticato che già un Sir Mackinder, padre della geopolitica anglosassone, indicava nella regione centrasiatica il "cuore del mondo" ("Heartland") fondamentale per l'egemonia globale. Un esperto riconosciuto com'è l'italiano Fabrizio Vielmini, ha voluto sottolineare come l'interesse statunitense per l'Asia Centrale e il Mar Caspio sia prevalentemente strategico più che economico, e come lo stesso agire nel secondo campo trovi poi gli effetti maggiori nell'altra direzione.[1] In effetti, la Federazione Russa gode ancora di un importante ascendente strategico su quei paesi, dal momento ch'essi, per esportare le proprie produzioni di petrolio, debbono ricorrere alla rete d'oleodotti creata già in epoca sovietica. Washington sa bene che sottrarre a Mosca questa posizione di forza vorrebbe dire, quasi certamente, portare nella propria sfera d'influenza l'Asia Centrale, e perciò ha avviato una serie di progetti alternativi per l'esportazione del petrolio caspico, qual è, ad esempio, il celebre oleodotto che dovrebbe attraversare l'Afghanistan e il Pakistan e sfociare nell'Oceano Indiano. Al momento, comunque, il progetto principe dell'operazione strategica nordamericana è proprio il Baku-Tblisi-Ceyhan, in via di completamento, il quale senz'altro sottrarrà alla Russia l'esportazione del petrolio azero e, con buone probabilità, anche quello dei paesi dell'Asia Centrale. A Ceyhan il petrolio sarà imbarcato sulle petroliere e inviato, in massima parte, all'Europa. Una parte però potrebbe prendere una via differente, come invocano i presidenti di Ucraina, Georgia e Moldova, rispettivamente Jušcenko, Saakašvili e Vorosin (i primi due "rivoluzionari" creati da Washington, il terzo un "comunista" filamericano), per sostentare il fulcro del nuovo GUUAM (o GUAM o GUM, a seconda della sua conformazione finale), l'associazione strategica intra-CSI volta ad alleggerire il peso regionale del Cremlino, naturalmente col beneplacito della Casa Bianca.

Ad ogni modo, l'Azerbaigian è zona "calda" anche per un altro motivo, e cioè la sua vicinanza tanto alla Federazione Russa, tanto alla Repubblica Islamica d'Iran. Com'è noto il paese dell'Ayatollah è nuovamente entrato nelle mire egemoniche dei cervelli di Washington, eccitati dal sogno del "Grande Medio Oriente", cui senza dubbio Tehran potrebbe interporre ostacoli. In vista di un possibile attacco contro l'Iran, gli USA si trovano nella necessità d'individuare basi di partenza. Il Pakistan è un fido alleato della Casa Bianca, ma ultimamente ha abbracciato un'iniziativa che ha fatto infuriare i caporioni yankee, vale a dire l'oleodotto che dovrebbe portare all'India il petrolio iraniano, naturalmente attraverso il territorio pakistano. In Afghanistan la presenza nordamericana non è così salda e sicura come servirebbe per renderla ideale base di partenza d'una offensiva: stesso discorso si potrebbe fare per l'Iraq, coll'aggiunta che colà la situazione è ancora più rovente, e pure le stesse forze collaborazioniste sono per la maggior parte politicamente vicine a Tehran. Rimane allora l'Azerbaigian. Baku ha anch'essa stretti e profondi legami con l'Iran.[2] Jumšid Nurév, uomo politico vicino al governo azero, ha affermato senza mezzi termini: «L'Azerbaigian non accetterà mai di diventare una base per l'attacco all'Iran, paese a cui ci uniscono tanti legami storici e culturali». Fatto sta che il portavoce presidenziale azero, Alì Hasanov, ha confermato come i colloqui con Rumsfeld abbiano riguardato in primo luogo questioni di «sicurezza», come oggi si usa ipocritamente definire gli affari bellici.[3] Il giorno dopo la visita di Rumsfeld a Baku il Generale Johns, comandante delle forze NATO in Europa, ha confessato l'intenzione statunitense di stabilire proprie basi militare nel bacino del Caspio «per garantire la sicurezza regionale». In effetti già da lunga data Washington ha coinvolto i paesi caspici nel progetto di una sorta di "forza armata" comune, la Caspian Guard, il cui centro operativo, secondo varie fonti,[4] sarà proprio il centro di comando radar situato a Baku, che potrebbe essere aperto a breve. Inoltre, già prima della fine di questo mese, potrebbero giungere nel paese i primi gruppi mobili armati statunitensi.

Questo spiegamento militare nordamericano nel bacino del Caspio non preoccupa solo l'Iran, possibile obiettivo di un attacco diretto, ma pure la sua alleata Russia, la quale troverà presto un potente competitore militare nella regione. Inoltre, i radar di Baku copriranno tutta la parte meridionale della Federazione, fortemente industrializzata e di primaria importanza strategica. Un altro fendente al ventre molle dell'Eurasia, cui Mosca continua a rispondere, pare, con troppa poca decisione. Il Cremlino ha cercato di convincere il Kyrgyzistan a richiedere lo smantellamento della base militare che gli USA hanno colà installato, colla scusa dell'invasione dell'Afghanistan, ma Biškek (visitata da Rumsfeld subito dopo Baku) pare decisa a consentirne l'uso agli Yankees fin tanto che durerà la farsesca "guerra al terrorismo", vale a dire fin tanto che gli USA avranno conquistato il mondo o - Dio volendo - saranno stati sconfitti.

Daniele Scalea

[1] Cfr. "Implications of the U S military presence in the Central Asian security system: evolution, current situation and future perspectives", relazione alla Conferenza "Dinamiche e trasformazioni nell'Asia Centrale" (Roma, 5-6 novembre 2004). Una traduzione italiana sarà presto pubblicata sul prossimo numero di "Eurasia, rivista di studi geopolitici".

[2] Kaveh Afrasiabi, docente di scienze politiche presso l'Università di Tehran, ha compiuto un ragionamento simile per negare l'eventualità d'un attacco aereo israeliano contro il suo paese; presumo che la dimostrazione si possa grossomodo adattare anche inserendo gli USA nel ruolo dell'aggressore. L'articolo in questione, originariamente pubblicato sul "Asia Times", è stato dal sottoscritto tradotto in italiano come "Il mito di un attacco israeliano all'Iran", e può essere consultato, tra l'altro, anche su <http://www.eurasia-rivista-org/>.

[3] Per le due citazioni vedi: Maurizio Blondet, "Rumsfeld (in segreto) in Azerbaigian", sito della Casa editrice "Effedieffe".

[4] Ad esempio: John Fialka, "Search for crude comes with new dangers", "The Wall Street Journal", 11 aprile 2005.


Fonte: Rinascita, aprile 2005