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Mike New, un uomo solo contro l'ONU



di Tiziano Buzzacchera


Ci sono storie che si autoricamano un'aura di importanza, vestono l'abito buono della notorietà mediatica, conquistano titoli e copertine di quotidiani e riviste. E ci sono storie meno inseguite, che non sublimano la loro rilevanza, infrangendo il muro dei commenti di firme prestigiose, che non reclamano il ruolo e l'attenzione che forse dovrebbero spettare loro. In questa ultima categoria rientra a pieno la vicenda, di cui ricorre il decennale quest'anno, di Michael New, sfortunato protagonista di una catena di eventi destinati a segnare il corso della sua esistenza.

Era il 1995 e a Mike, un giovane soldato americano, viene ordinato di partire con la sua compagnia per la Macedonia, dove è in corso di svolgimento una delle numerose operazioni di peacekeeping che fanno capo all'Onu. L'unità di cui fa parte New viene costretta a indossare uniformi delle Nazioni Unite, senza fornire spiegazione alcuna sulla legittimità di tale decisione. L'unica giustificazione (chiamiamola così) arriva da un briefing che laconicamente afferma che i soldati americani devono vestire le divise Onu perchè "sono favolose". E' la goccia che fa traboccare il vaso. New non ci sta e lo puntualizza, con adamantina chiarezza e lucidità, in una lettera destinata al suo comando centrale: «sono un cittadino americano che si è volontariamente unito all'esercito degli Stati Uniti per servire come soldato americano. Non sono un cittadino delle Nazioni Unite. Non sono un militare delle Nazioni Unite. Non ho mai prestato giuramento per le Nazioni Unite, ma ho giurato di supportare e difendere la Costituzione degli Stati Uniti». A questo punto, New viene mandato di fronte alla Corte Marziale, accusato di disobbedienza ed espulso dall'esercito. Decisione, questa, che inaugurerà la lunga serie di traversie giudiziarie che coinvolgono ancora oggi Mike e Daniel, il padre.

Già, perchè, in questa strana vicenda, un ruolo di primo piano lo ha avuto anche Daniel New, ispiratore di un sito interamente dedicato al figlio e autore di un libro (Michael New: Mercenary... or American Soldier?) che fa luce sulla questione ed è, al contempo, un atto di accusa forte alle Nazioni Unite. Secondo Daniel, l'Onu è una mela marcia: pieno di belle, buone e savie intenzioni, in realtà nasconde il germe totalitario, ovvero il disegno perseguito con melliflua retorica di assoggettare il mondo intero a un governo mondiale. In sè medesimo, l'Onu non potrebbe avere alcun rispetto per i diritti individuali, proprio perchè alla sua base vi sono entità collettive che richiedono diritti per sè stesse, a prescindere dai singoli. La battaglia dei New nasce dunque da un desiderio intimo quanto apprezzabile: farla finita con il Nuovo Ordine Mondiale progettato dai gerarchi delle Nazioni Unite e restituire all'esercito americano il compito di difendere la Costituzione del proprio Paese, declinando ogni responsabilità verso quella che viene vista come una istituzione invasiva, opprimente e lesiva delle libertà e dei diritti dell'individuo. Di più: il rifiuto di Mike di indossare l'uniforme dell'Onu è rafforzato dall'illegittimità della richiesta, in palese contrasto con la Costituzione americana.

Ma New non si scaglia solo contro il Leviatano planetario. Una dose di critiche (propositive) le riserva anche al governo americano, accusato di tradire la più autentica tradizione americana della shining city on the hill, per abbracciare quella raffazzonata del "poliziotto del globo". Spiega Daniel: «Non siamo disposti a versare il sangue dei nostri figli e delle nostre figlie sull'altare del Nuovo Ordine Mondiale. Se gli Stati Uniti vogliono diventare i poliziotti del globo, essi diventeranno soltanto quello che abbiamo sempre combattuto: il tiranno del mondo». Nonostante gli esiti non fortunati dal punto di vista giudiziario, la protesta di New è sostenuta da un costante numero di fedelissimi (dopo poche settimane dall'inizio della vicenda, le lettere di sostegno a Michael superavano quota 1000). Oggettivamente, quella di New sembrerebbe (e forse lo è davvero) una battaglia difficile da vincere. Ma rimettere quantomeno in discussione i punti cardinali dell'interventismo Onu è già qualcosa. In fondo, quel che conta è il pensiero. (3 giugno 2005)