Il
referendum
greco
bloccato,
l'Italia
commissariata.
Tutti
aspettano
l'uomo
che
risanerà
i conti
dello
Stato,
ma nel
frattempo
il gioco
democratico
va in
pezzi. E
avanza
una
nuova
forma di
dispotismo
illuminato
Le cronache della crisi offrono materia per qualche
riflessione sulle sorti della democrazia. Quando Papandreou ha osato
immaginare un referendum sulle misure imposte dalla Bce in cambio del
prestito, è stato preso per pazzo da potenti e sapienti e additato al
pubblico ludibrio. Eppure si era limitato a citare la Costituzione e un
elementare principio democratico. Qualcuno - tolti noi, pensatori liberi
e marginali - ha sentito il bisogno di dire, se non altro, che quella
levata di scudi tradiva un problema? Che qualcosa non va in questa
Europa, se anche solo ipotizzare di dar voce al «popolo sovrano» scatena
una crisi di nervi?
Poi è venuto il turno nostro. Nel giro di una settimana ci siamo
ritrovati il commissariamento del Paese, il governo in crisi, un
senatore a vita già unto del Signore e la prospettiva di un nuovo
esecutivo, decisa da un presidente della Repubblica che sta
rivoluzionando il ruolo costituzionale del Capo dello Stato. Non
bastasse, stiamo assistendo a un esemplare esercizio di obbedienza all'ordine
dettato dai cosiddetti mercati. Lo stesso Napolitano si è mosso entro
margini strettissimi, di tempo e di merito. Ed è stato, per dir così,
costretto a imporre ai partiti una figura designata dal mondo della
finanza internazionale. Difficilmente avrebbe potuto fare scelte molto
diverse.
Come la condanna di Papandreou, così il giubilo per Monti è stato
pressoché unanime. Certo, il fatto che l'arrivo di Monti coincida con
l'uscita di Berlusconi aiuta a comprendere il generale sollievo, e lo
stesso può dirsi del discredito che pesa sulla classe politica. Ma i
modi e i tempi del suo irrompere - e questa stessa entusiastica
accoglienza - destano preoccupazione: la Costituzione repubblicana non
contempla governi presidenziali, né la figura del Salvatore della
Patria.
Ce n'è abbastanza per dire che il gioco democratico è in pezzi. È vero,
anche Monti dovrà ottenere il placet delle Camere e la resistenza della
destra pare introdurre un po' di suspence al riguardo. Ma questo non
toglie che la decisione del parlamento dovrà assumere un quadro di
vincoli imperativi. Prendere - e riaprire il dialogo con la Bce e i
Paesi forti dell'Unione; o lasciare - e allora precipitare in un gorgo.
Qualche giorno fa una delle teste d'uovo di Bruxelles l'ha detto in modo
chiaro: se Monti non passa, la reazione dei mercati sarà «molto
violenta».
Si dirà che non c'è nulla di nuovo rispetto alla logica di
Maastricht. Sono vent'anni che l'Europa funziona così, che le decisioni
che contano le prendono in pochi, tra Commissione europea e Banca
centrale, e che agli Stati membri più deboli non resta che allinearsi.
Invece qualcosa è cambiato in queste settimane. Forse si può dirla così:
come per i fondamentali principi morali, anche per i principi-base della
democrazia ormai funziona una clausola sospensiva in virtù della quale
nelle fasi di crisi acuta essi si riducono a dispositivi retorici.
La ratio trionfante è il realismo politico. In tempi di normale
amministrazione ci si può concedere il lusso della normalità: si possono
fare le elezioni, si può lasciare che i parlamenti dibattano e decidano
in autonomia, si riconoscono i diritti acquisiti, si può persino
promuovere la partecipazione democratica attraverso referendum e
manifestazioni di piazza. In tempi di crisi, no. Quando il gioco si fa
duro, tutto questo farraginoso armamentario va in archivio.
Qualcuno osserverà: è la classica dialettica tra norma e stato
d'eccezione, e l'altrettanto classica teoria della ragion di Stato. È
vero (e tanto più conforta che l'attuale presidente della Repubblica sia
uomo di sincera fede democratica). Ma rispetto al classico c'è un
elemento inedito. Il confine tra vigenza e sospensione della norma viene
ormai varcato tacitamente, senza che ciò comporti cesure nel
funzionamento del sistema. Il passaggio all'eccezione è sdrammatizzato,
quasi che l'eccezione sia divenuta essa stessa norma. O, più
precisamente, una possibilità sempre disponibile, una risorsa sempre
pronta all'uso, ogni qualvolta la matassa della governance si
aggroviglia. Questa filosofia emergeva limpida nel consueto editoriale
domenicale del fondatore di un sedicente giornale progressista,
soddisfatto per il realizzarsi del suo antico sogno
tecnocratico-elitista. Prende finalmente corpo la «democrazia senza
partiti», erede di quel dispotismo illuminato nel quale i migliori
reggono indisturbati il fardello del bene comune.
Se le cose stanno così, è bene prendere le misure di un mutamento
storico. Dopo cinquant'anni, durante i quali la lotta per la democrazia
è stata aperta e ha registrato anche straordinari avanzamenti dei corpi
sociali verso la conquista della propria autonomia, oggi il conflitto
parrebbe chiudersi tutto a vantaggio di poteri franchi, non soggetti al
controllo collettivo. Il quadro è a prima vista quello di un regime a
doppia sovranità, ma le diarchie sono finte, nascondono sempre una
gerarchia. Dietro il sovrano ufficiale, buono per le fasi di ordinaria
amministrazione, si staglia il sovrano di fatto, pronto a entrare in
gioco nei momenti difficili, che richiedono un surplus di potere: il
giovane Marx non potrebbe chiedere di meglio per sostenere le ragioni
della propria critica.
Il governo delle società e delle economie si allinea agli standard del
comando militare. Su quel terreno da sempre la democrazia è una
finzione. Le guerre le decidono altri, sulla base di una ferrea logica
di potenza. Gli anelli deboli della catena si conformano, ligi alla
logica delle alleanze. E i loro parlamenti ratificano, con buona pace
dei veti costituzionali. Oggi è così ormai anche per l'uso del denaro,
per il governo della forza-lavoro, per la gestione della ricchezza
sociale. L'irresistibile ascesa del professor Monti parla chiaro. La
Nazione è ai suoi piedi, in attesa di ordini: rassicurata dal suo
pedigree, rassegnata ai diktat della grande finanza e forzosamente
immemore del cortocircuito che (come nel caso di Draghi) affida i panni
del Salvatore a chi da sempre occupa ruoli di rilievo nelle istituzioni
europee e finanziarie maggiormente responsabili dell'attuale disastro.
Stiamo assistendo - da anni, ma in questi giorni con un'accelerazione
micidiale - alla regressione oligarchica delle nostre democrazie. Il
dopoguerra è ormai lontano anni-luce e il nuovo mostra caratteri
sinistri. È sempre meno chiaro che cosa siano in effetti i poteri
elettivi e quali funzioni realmente svolgano. L'ottimismo è davvero
difficile. Almeno cerchiamo di capire, finché siamo in tempo.
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