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I dubbi della scienza sulla "morte cerebrale"



di Rita Pennarola


TUTTI VIVI - (Tratto da: Sirchia ai raggi X su lavocedelacampania.it)

La tragedia di Annalisa Durante, la quattordicenne di Forcella uccisa per sbaglio dai killer, e la donazione dei suoi organi, fanno nuovamente divampare la polemica mai sopita fra i sostenitori dei trapianti e la vasta parte del movimento scientifico che in una recente "Dichiarazione internazionale" diffusa in 19 Stati spiega perché si oppone alla dichiarazione di "morte cerebrale". Ecco le loro straordinarie testimonianze.

Il fax arriva intorno a mezzanotte con la dicitura "urgente" bene in evidenza. La Lega nazionale contro la predazione di organi a cuore battente si scaglia contro i medici che stanno effettuando l'espianto degli organi sul corpicino di Annalisa Durante, la quattordicenne gravemente ferita, poche ore prima, nel corso di un agguato di camorra, a Forcella, che aveva come bersaglio il diciannovenne Salvatore Giuliano, nipote di don Luigi 'o Lione, per anni incontrastato capoclan del quartiere ed oggi collaboratore di giustizia.

Una cronologia dell'orrore: intorno alle 23 di sabato 27 marzo Annalisa sta chiacchierando con le amiche nei pressi di casa sua, in via Vicaria Vecchia. All'improvviso l'inferno, due giovani in motorino sparano all'impazzata cercando di colpire Giuliano. La ragazza finisce lungo la traiettoria di un proiettile che le si conficca nella nuca. Trasportata al Loreto Mare appare subito in condizioni disperate. Meno di 24 ore dopo, la domenica sera alle 19 e 22, il bollettino sanitario emesso dall'ospedale informa che la giovane "non é morta, ma in coma irreversibile". "Di fronte alla ineluttabilità del destino di Annalisa - annotano le agenzie - il cui cervello é secondo i medici irrimediabilmente danneggiato, il padre e il parroco (don Luigi Merola, ndr) avevano riferito ai giornalisti che la ragazza era morta. E avevano chiesto l'autorizzazione ai funerali. Ma, sebbene le sue condizioni non lascino spazio ad alcuna speranza, i medici hanno riferito che la ragazza rimane in osservazione in ospedale e non é ancora stata dichiarata la morte cerebrale".

29 marzo. Alle 10 e 33, nuovo lancio d'agenzia: "Il direttore generale della Asl Napoli 1 Angelo Montemarano fa sapere che sono state avviate le procedure tanatologiche per verificare se ci sia o meno morte cerebrale". Alle 12 e 30 Giannino, il padre di Annalisa, é al Loreto Mare. Vi rimane appena 10 minuti: il tempo per parlare con Maurizio Postiglione del reparto di rianimazione ed accettare di donare gli organi della ragazza. Un convincimento maturato con l'assistenza spirituale del giovane parroco, rimasto sempre accanto alla famiglia. Quella stessa notte il fegato viene trapiantato su un quattordicenne di Ragusa. Cuore e polmoni raggiungono un bambino romano in fin di vita, mentre destinazioni diverse seguiranno reni e cornee espiantati alla giovane.

LO SCHIANTO

Di fronte alle due, tre vite riavviate alla speranza, resta l'abisso di un'incertezza, di un dubbio mai definitivamente risolto dalla scienza. Che cosa é realmente la "morte cerebrale"? Quanti ammalati si sono "risvegliati" proprio da quello stato? E perché esistono tanti rianimatori che in diverse parti del mondo si oppongono con fermezza agli espianti?

"Il termine "coma irreversibile" - attaccano alla Lega Antipredazione, l'associazione fondata nel 1985 a Bergamo da Nerina Negrello, che oggi conta cinquecentomila sottoscrittori di appelli - scatta subito per la povera gente, ma non é mai pronunciato per i politici e per le persone importanti. Per loro vige la speranza a oltranza, con ricoveri protratti a lungo, senza fretta. Tutto questo é indicativo di una crudele funzione dei proletari, destinati al ricambio di organi all'interno di questa società di predatori".

Le ragioni scientifiche alla base di questa lotta - condotta per ridare la speranza agli "ultimi", a coloro che già prima occupavano posizioni marginali nella scala sociale e che dopo la malattia o l'incidente si trovano ancor più indifesi - sono state da tempo enunciate e dettagliate attraverso decine di ricerche scientifiche, testi, storie vere. Il documento più recente é la Dichiarazione internazionale di opposizione alla morte cerebrale promossa un paio d'anni fa negli Stati Uniti dal Movimento Cure presieduto da Earl E. Appleby.

Firmata da 120 personalità e sostenuta in 19 Stati, la Dichiarazione era sorta in seguito al discorso pronunciato da Giovanni Paolo II il 29 agosto 2000 dinanzi al Congresso internazionale della Società dei Trapianti. "Gli organi vitali non possono essere prelevati che ex cadavere - aveva detto il Papa - cioé da un individuo certamente morto. Comportarsi diversamente significherebbe causare intenzionalmente la morte del donatore, prelevando i suoi organi". Ed é proprio su come sia possibile accertare se un individuo é "sicuramente morto" che nasce il tormentato conflitto fra i trapiantisti, da un lato, e il movimento per la vita, sul versante opposto. Fra questi ultimi, i ricercatori Paul Byrne (Usa), Cicero Coimbra (Brasile), David W. Evans (Inghilterra), Jodef Seifert (Liechtenstein), Yoshio Wanatabe (Giappone) e gli italiani Giuseppe Bartolini, Massimo Bondì, Maria Luisa Robbiati. Insieme agli scienziati, a firmare la Dichiarazione sono stati alti esponenti del clero internazionale.

"Nessuno dei mutevoli protocolli del cosiddetto "criterio neurologico" per determinare la morte - si legge nel documento - soddisfa le condizioni descritte dal Papa per una "rigorosa applicazione" dell'accertamento "della completa e irreversibile cessazione di tutte le funzioni dell'encefalo"". "In sintesi - continuano i firmatari - la morte cerebrale non é la morte e la morte non dovrebbe essere mai dichiarata se non in presenza della distruzione dell'intero cervello e contemporaneamente dei sistemi respiratorio e circolatorio". Ancora: "Affinché gli organi vitali siano adatti al trapianto devono essere organi viventi rimossi da esseri umani viventi. (...) Le persone condannate a morte con la dichiarazione di "morte cerebrale" non sono veramente morte" ma, al contrario, sono "certamente vive"".

"Parliamoci chiaro - aggiunge Massimo Bondì, per quarant'anni chirurgo in prima linea e poi primario al San Giovanni di Roma - la fretta con la quale vengono effettuati gli espianti é dovuta al fatto che molte ore di ventilazione artificiale danneggiano gli organi da trapiantare. E così, invece di eseguire ripetuti accertamenti sul paziente in coma e verificare la reale entità ed evoluzione delle sue lesioni cerebrali nel tempo, si preferisce sottoporlo celermente all'espianto". Tra le richieste avanzate con forza in questi anni da Bondì, quella di reperire risorse per creare in Italia almeno un centro attrezzato per ammalati in coma profondo. "Sono i più fragili ed esposti, ma non tutti privi di speranze. Ecco, vorrei che un giorno i familiari potessero scegliere di portare il loro caro in una struttura attrezzata, quando vengono sottoposti a richieste perentorie di autorizzazione all'espianto di fronte alle quali non sono in grado di assumere, nell'immediatezza del loro dramma, la decisione giusta".

"Quel che é peggio - aggiunge Stefania Dente, rianimatrice napoletana del gruppo Medici senza Frontiere - é che in Italia su questo delicato versante anche il medico non può scegliere: la nostra legge non prevede alcuna obiezione di coscienza, come avviene ad esempio nel caso degli aborti". "E questo - tiene a sottolineare Bondì - la dice lunga sulla natura impositiva di una norma pensata solo per dar vita ad un gigantesco business. Non si vuol capire che il futuro é negli studi sulle cellule staminali e che bisogna attendere". Il professore tiene a ricordare gli studi effettuati negli Stati Uniti su circa 500 individui espiantati: i ricercatori che decisero di studiare i loro cervelli scoprirono che in molti casi (tutti documentati, ndr) le lesioni cerebrali potevano essere recuperate.

Altro motivo di scontro fra trapiantisti e potenziali obiettori sono i dati ufficiali sulla allarmante casistica di malattie contratte dai trapiantati in seguito alle cure antirigetto, che deprimono il sistema immunitario, rendendoli in qualche modo simili agli ammalati di Aids.

Più che sofferto il dibattito, intanto, anche in seno alla Chiesa, con giovani preti di frontiera (come don Luigi Merola) che testimoniano la speranza di salvare altre vite grazie alle donazioni e, dall'altro lato, una fronda crescente di cattolici schierati in difesa di quella vita che c'é ancora, di quel cuore che batte, dell'ipotesi di un "risveglio" che la scienza, ad oggi, non é in grado di smentire completamente.

Ne é convinto, ad esempio, Ugo Tozzini, un ingegnere napoletano divenuto ora oblato benedettino presso il monastero francese di Le Barroux, che ha recentemente dato alle stampe, per l'editrice partenopea Grafite, Mors tua vita mea. Un titolo che é già un pugno nello stomaco. Il saggio nasce dal lungo lavoro di ricerca effettuato per la stesura di una tesi di Magistero in Scienze Religiose: partendo dalla considerazione che "le norme medico legali e gli accertamenti diagnostici, come si deduce dalla letteratura specialistica prodotta da una parte qualitativamente importante e autorevole della comunità scientifica internazionale, dimostrano che il concetto-criterio di morte cerebrale é ambiguo e controverso", Tozzini giunge a definire tale concetto "una mostruosità scientifica, giuridica ed etica", come dimostra anche nella prefazione Luca Poli, presidente del Movimento per la vita di Trento.

Argomento centrale: la necessità - universalmente riconosciuta - di effettuare anestesia o "curarizzare" il paziente durante il prelievo degli organi per frenare le sue reazioni: dalla sudorazione all'aumento tumultuoso del battito cardiaco e della pressione sanguigna, fino al movimento inconsulto degli arti, definito in medicina il "segno di Lazzaro". "Mentre si trovavano in quel preciso stato di cosiddetta "morte cerebrale" - sottolinea Negrello - alcune donne hanno portato avanti la gravidanza e partorito. Non si può definire così la morte".

Un confronto che scuote gli animi di teologi e ricercatori, ma che - come dimostrano le cronache - non sembra toccare la classe medica italiana, dove i casi di "obiezione di coscienza" , in caso di espianto, si contano sulla punta delle dita. E un motivo c'é.

LE CARRIERE

"I chirurghi - spiegano alla Lega di Bergamo - sono ricattati da una legge iniqua, la numero 91 del 1999, che conferisce alle Regioni il potere di revocare l'idoneità al trapianto ed ai relativi finanziamenti a quelle strutture che abbiano eseguito meno del 50 per cento dell'attività minima prevista dagli standard stabiliti dal ministro della Sanità". Quello della produttività resta un punto chiave nel sistema del "trapiantificio" nazionale. Prova ne sia la massa di critiche piovute un paio d'anni fa su Ignazio Marino, il trapiantologo siciliano emigrato a Philadelphia e dichiaratosi "un cervello in fuga dall'Italia". A Marino autorevoli colleghi replicarono infatti con accuse di "scarsa produttività": "é stato costretto a dimettersi perché i suoi 120 trapianti sono costati 120 milioni di euro. Con gli stessi soldi qualsiasi altro centro avrebbe fatto faville".

E proprio dal gigantesco apparato scientifico ed organizzativo necessario per i trapianti - con folgoranti carriere, apertura di reparti e relativi primariati, senza contare il vorticoso giro di miliardi collegato ai farmaci antirigetto - è partita l'escalation dell'attuale ministro della Salute. Girolamo Sirchia, 71 anni, lavora fin da giovanissimo al Policlinico di Milano, dove nel '69 si specializza in immunoematologia. Nel '72 fonda il NITp, Nord Italia Transplant, la prima società che si occupa del reperimento di organi per il trapianto. Poco più tardi nascerà un'omologa iniziativa per il Sud guidata da Raffaello Cortesini, di provata fede Opus Dei e da sempre rivale scientifico di Sirchia. "Il vero problema del trapianto - dichiara in quel periodo il futuro ministro - é il folle numero di documenti che occorre reperire per il prelievo dal donatore". Ed annuncia iniziative finalizzate a "mettere i servizi di anestesia in grado di occuparsi delle possibili donazioni", prefigurando la figura del "transplant coordinator".

Considerato nella koiné accademica italiana come il vero padre delle leggi sui trapianti (varate nel 1990 e poi nel '94, più quella del '99 sul "silenzio assenso", tuttora controversa e mai perfezionata), a inizio 2000 Sirchia ingaggia un duro braccio di ferro con la direzione dell'Ospedale Maggiore di Milano che voleva metterlo in pensione per sopraggiunti limiti di età. Il giudice del lavoro gli dà ragione, restituendolo alla sua funzione sanitaria per un ulteriore triennio.

Fa di più Silvio Berlusconi, che giusto un anno dopo chiama il professor Sirchia, già ex assessore ai Servizi sociali del Comune di Milano nelle giunte targate Polo, a guidare il dicastero della Sanità. Ottimo il rapporto con l'altro nume della sanità privata in Italia, il suo predecessore nei governi del centro sinistra Umberto Veronesi. Al punto che la prima telefonata dopo la nomina è per lui: "Non illuderti di restare a guardare, perché avremo spesso bisogno della tua collaborazione", gli dice scherzando Sirchia, che con Veronesi ministro aveva collaborato, fra l'altro, come membro della Commissione nazionale sulle cellule staminali.

Dal vertice di Lungotevere Ripa Sirchia non ha mai smesso di battersi per incrementare l'attività trapiantistica in Italia. Attualmente la sua creatura, il NITp, copre un'area da 18 milioni di abitanti "e può contare - dicono le cifre ufficiali - su 115 Rianimazioni, 42 Unità di Trapianto (16 di rene, 5 di rene-pancreas, 8 di fegato, 6 di cuore, 1 di cuore-polmoni e 6 di polmoni) in 16 Ospedali, 6 Centri Regionali di Riferimento e un Centro Interregionale di Riferimento". Molteplice la gamma delle funzioni: "gestione delle liste d'attesa per i vari organi, tipizzazione del donatore e prove di compatibilità, allocazione degli organi, coordinamento dei trasporti, raccolta dei dati del donatore e del paziente prima e dopo il trapianto". Il sostegno del dicastero Sirchia a questa come ad altre strutture operanti da Nord a Sud della penisola si concretizza oggi in una massiccia campagna di propaganda e comunicazione varata appena qualche settimana fa e significativamente intitolata "Dai valore alla vita".



L'ENTOURAGE

Dalla cartellonistica agli spot tv, fino agli avvisi su quotidiani e periodici, nessuno sforzo è stato risparmiato per "aumentare la fiducia dei cittadini verso il sistema dei trapianti, incentivare le dichiarazioni di volontà favorevoli alla donazione di organi e diminuire le opposizioni al prelievo". Non ha dubbi l'affascinante Antonella Cinque, napoletana, cui il ministro ha affidato il lancio e coordinamento dell'intera iniziativa dopo averla fortemente voluta, nel luglio dello scorso anno, a capo del Dipartimento prevenzione e comunicazione del ministero. Un ruolo di primissimo piano per la bionda funzionaria, che fin dal suo insediamento Sirchia aveva chiamato accanto a sé con la qualifica di "segretario tecnico e consigliere per le relazioni esterne del ministro".

Classe 1961, laureata in legge, Cinque proviene dai ranghi di Farmindustria ed oggi annovera al ministero anche altri, prestigiosi incarichi: dalla presidenza del "Comitato di esperti in comunicazione e programmazione televisiva" a quella del "Comitato tecnico per le campagne sull'Aids", fino alla presenza nel consiglio d'amministrazione dell'Istituto Superiore di Sanità. I suoi biografi, intenti a rintracciarne le prestigiose credenziali, la troveranno fino al 1995 intenta ad amministrare la società in accomandita semplice Top Class Service, sigla romana da appena 2.500 euro e spiccioli in dote fondata nel '91 insieme al socio accomandatario Salvatore Pascale, sessant'anni, romano. Lo scopo era quello di "prestare consulenze nel settore turistico alberghiero e viaggi, con particolare riferimento alla promozione, predisposizione, assistenta di detti servizi in Italia e all'estero".

Ma il suo sogno - dice chi ne conosce il carattere tenace - era di volare ben più in alto. "E così oggi - racconta Dagospia, il sito più visitato d'Italia, messo su da Roberto D'Agostino - il vero ministro della salute è lei, Antonella Cinque". "Si dice - aggiungono perfidi i Dago boys - che lei sia l'unica a tener testa a Sirchia. (...). Non é difficile notarla, nell'auto blu del ministro, sul sedile posteriore della macchina, mentre spiega a lui, assiso accanto all'autista, cosa bisogna fare...".

Contestuale alla nomina di Antonella Cinque ai vertici del Dipartimento Comunicazione é stato l'avanzamento proposto ed ottenuto da Sirchia per il cosentino Raffaele D'Ari, presente al ministero della Sanità fin dal lontano 1969 dopo gli esordi al dicastero delle Poste. Ex commissario straordinario dell'Istituto per i tumori Pascale di Napoli, D'Ari il 3 luglio 2003 diventa capo del Dipartimento per la Qualità, insediandosi nell'olimpo delle figure dirigenziali di stretto entourage del ministro. Accanto a Cinque e D'Ari troviamo Vittorio Silano che, reggendo il Dipartimento dell'Innovazione, completa la terna di vertice. Napoletano, 64 anni, Silano proviene dalla Cuf, la Commissione Unica per il Farmaco, ma siede da tempo anche nell'Istituto Superiore di Sanità.

Del Consiglio Superiore di Sanità fa parte invece Raffaele Perrone Donnorso, altro fedelissimo di Sirchia catapultato a fine dello scorso anno - con una mossa a sorpresa, che non ha mancato di provocare mal di pancia nelle stesse fila del Polo - alla guida dell'Istituto Pascale di Napoli in sostituzione del commissario straordinario Sergio Florio, anche lui di area Polo, rimosso con un provvedimento ad horas.

Origine napoletana, classe 1939, Perrone Donnorso tiene a ricordare gli studi compiuti alla Nunziatella ed i trascorsi da paracadutista, come si conviene al figlio di un ufficiale dell'esercito. La sua carriera scientifica lo vede scalare il cursus honorum nel settore dell'anatomia patologica. Divenuto ben presto primario proprio in questa branca, va ad assumere e reggere la presidenza dell'Anpo, il potente sindacato dei primari italiani. A metà anni novanta lo troviamo tra i soci della srl romana Pathology Service, 20 milioni di capitale, destinata ad "allestimento di preparati istologici e citologici", nonché alla "gestione di case di cura medico specialistiche, centri medici, gabinetti di analisi". Con lui ci sono altri tre anatomo patologi: Maria Enrica Martini, Alberto Fabiano, 52 anni, foggiano, amministratore della società (poi andata in liquidazione) ed iscritto al Rotary Ovest di Roma proprio come l'altro socio, Mario Alberto Dina, esperto della medesima disciplina specialistica. Presente nel team di Pathology Service insieme alla figlia Mariangela, oggi pediatra, Dina era stato consulente della commissione parlamentare d'inchiesta insediata nell'89 per stabilire la data esatta del decesso del pilota di quel Mig libico legato alla tragedia di Ustica.

Anche durante gli anni in cui era attiva la sua società privata, Perrone Donnorso - iscritto, fra l'altro, all'Arciconfraternita dei Pellegrini di Napoli insieme a migliaia di confratelli magistrati, medici, avvocati e militari - non ha mai smesso di dedicarsi alla sanità pubblica ed ai relativi incarichi. Fino ad accumulare, oggi, un numero impressionante di cariche: vicepresidente della Sezione Programmazione Sanitaria al Consiglio Superiore di Sanità (accanto al presidente Mario Condorelli, anche lui partenopeo doc); primario di Anatomia patologica agli Istituti Fisioterapici Ospedalieri di Roma, commissario straordinario sia all'Istituto Spallanzani, sempre nella capitale, che al Pascale di Napoli; direttore del Centro Speciale per il Bioterrorismo, un organismo nazionale voluto da Sirchia durante l'emergenza Sars dello scorso anno.

Dulcis in fundo, Donnorso siede anche ai vertici della Figc, la Federazione Italiana Gioco Calcio, come componente della commissione medico infortunistica. "Efficiente, decisionista, drastico". Così lo descrivono quelli che hanno lavorato con lui per anni. Ma anche fra loro c'é qualcuno che comincia a chiedersi - specialmente dopo l'investitura al comando della "patata bollente" Pascale - se Perrone Donnorso sia già riuscito a procurarsi il dono dell'ubiquità. Staremo a vedere.

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