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La crisi coreana, e prima quella iraniana, hanno il pregio di avere riportato la questione nucleare, troppo a lungo rimossa o dimenticata, al centro dell'attenzione mondiale. E' apparso con nuova chiarezza il potenziale ultimo,' per l'appunto la dimensione nucleare, del terrorismo fondamentalista islamico, che lo rende diverso da ogni movimento terrorista della storia. Così come ha acquistato una nuova portata quello che finora poteva apparirci come un conflitto locale, quello araboisraeliano. Oggi, in Israele, per la prima volta dopo la vittoriosa guerra del 1948, si teme per la sopravvivenza dello Stato ebraico (cito la sofferta opinione che ho ascoltato recentemente da uno dei grandi scrittori che hanno espresso, in opere letterarie di fama mondiale, tutto il genio dei nuovi israeliani). Fiamma Nirenstein ha ricordato recentemente su «La Stampa» i validi motivi che la convincono a definire la tregua libanese come «la quiete prima della tempesta». La combinazione di proliferazione nucleare e diffusione e potenziamento delle armi missilistiche minaccia di vanificare la schiacciante superiorità dell'esercito d'Israele e l'utilità dello stesso deterrente nucleare israeliano. Ne appare dubbio il valore di fronte a una nebulosa fondamentalista-terroristica che sicuramente cercherà di impadronirsi di armi nucleari; che ha fatto proprio lo slogan del 1948 («buttiamo a mare gli ebrei»); che non ha basi territoriali e frontiere definite; e che sembra priva di quell'istinto di autoconservazione che era la premessa necessaria della pace del terrore, fondata sulla logica della «mutua distruzione assicurata», Mad. Ma al di là di Bin Laden, della sfida dell'estremismo islamico all'Occidente e della profonda e insoluta crisi di ammodernamento del mondo araboislamico da cui scaturisce la folle minaccia, scorgiamo, alzando lo sguardo verso un futuro più distante, altre oscure prospettive.Possiamo anche sperare che l'Islam finisca, presto o tardi, per adattarsi alla realtà del mondo globalizzato - nel cui ambito la minaccia di al Qaedaha soltanto le dimensioni di una crisi regionale - e a convivere pacificamente con altre civiltà, eliminando dalla sua identità i geni dell'assolutismo religioso e del terrorismo suicida. Non sappiamo quanto tempo possa occorrere affinché ciò avvenga, e sappiamo che nel frattempo potremo subirne tutti danni imprevedibili e incalcolabili. Ma nel quadro della nuova dimensione globale anche il terrorismo fondamentalista islamico, e la crisi di modernizzazione del mondo arabo, possono apparirci come delle anomalie spazio-temporali, che finiremo per lasciarci alle spalle. Già oggi, il mondo va avanti per altre strade, affronta altri problemi: la scarsità potenziale delle materie prime, l'inquinamento dell'ambiente, le regole di un mercato globale. Solo che le strade per cui andrà il mondo si inoltrano, al di là di queste ragionevoli preoccupazioni, verso orizzonti imprevedibili. E questi sono tutti sovrastati dalla minaccia di autodistruzione nucleare della civiltà e della specie umana, che avevamo dimenticato, o represso, e che oggi è di nuovo presente nelle nostre coscienze. Sam Huntington passa per essere stato il profeta della guerra dell'islamismo fondamentalista all'Occidente; ma in realtà, quando egli propose «lo scontro delle civiltà» come sfida dominante al «nuovo ordine mondiale», elencava tutta una serie di possibili scontri fra diverse civiltà e nazioni, coinvolgendo in essi tutte le principali culture, anche quelle che oggi convivono più pacificamente. Le incognite sono tante. Le dichiarate ambizioni
nucleari della Nord Corea, e dell'Iran, hanno già allargato l'orizzonte
dei potenziali conflitti dal Medio Oriente agli estremi confini
asiatici. E non possiamo dimenticare che l'Occidente non ha seminato nel
mondo soltanto la democrazia, ma anche la mala pianta del nazionalismo e
i germi del totalitarismo (che Talmon definiva «democrazia totalitaria»).
La Cina d'oggi e forse anche altri Paesi che reclamano per sé la
definizione di democrazie sono ancora soltanto a metà strada fra
totalitarismo puro, democrazia totalitaria e democrazia liberale. E il
nazionalismo contagia sempre nuove etnie che aspirano, bellicosamente, a
farsi Stati. E tuttavia, è ancora l'occidente, democratico e liberale, e in Occidente l'Europa, e in Europa l'Italia, che debbono e possono impegnarsi a fondo per primi, e più di tutti gli altri, per portare avanti la costruzione di quel sistema di istituzioni internazionali che sono l'impalcatura incompiuta entro la quale potrà crescere e sopravvivere, anche nell'era nucleare in cui viviamo e vivremo per sempre, un mondo di pace. Chi altro, se non noi, che abbiamo saputo sconfiggere, contro ogni ragionevole previsione, i nostri dèmoni? E se non ora, quando? Ma è difficile avere la certezza che sapremo agire di concerto; che sapremo mettere a punto la giusta combinazione fra diplomazia, politica e strategia, e che sentiremo al giusto livello l'urgenza di un'impresa cui è affidata la stessa sopravvivenza delle nostre libertà e della nostra civiltà, la sconfitta delle minacce nazionaliste e fondamentaliste, la pace fra le nazioni. Il fatto è che ci si unisce quando c'è un nemico alle porte. Oltre Bin Laden, i potenziali nemici sono molti, ma poco prevedibili. Tuttavia non occorre essere profeti o veggenti per intravedere le molte possibili pagine oscure del nostro futuro.
Fonte: http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo333661.shtml |
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