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Il "Nuovo Ordine Mondiale"



di Lucio Garofalo


DA RONALD REAGAN ALLA FAMIGLIA BUSH

All’inizio degli anni ’90, dopo il tracollo dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia, i cui stati-satelliti erano caduti uno dopo l’altro come tante tessere di un’impressionante serie di domino, gli Stati Uniti erano rimasti l’unica superpotenza militare sulla scena globale. I nuovi padroni e gendarmi del mondo esclamarono: “Ehi, siamo diventati i padroni assoluti e incontrastati della Terra! Dunque diamoci da fare!”… E si diedero da fare, non per risolvere le questioni che da secoli o decenni affliggevano i popoli del pianeta, come le accese dispute in Medio Oriente, ma per tutelare e perseguire i propri interessi economici, depredando le risorse altrui, senza incontrare la minima resistenza interna e nessuna opposizione internazionale come accadeva in passato quando dovevano fare i conti con l’altra superpotenza militare, l’URSS, o dovevano contrastare l’ascesa rivoluzionaria di governi popolari e comunisti, o dovevano fronteggiare le lotte armate per l’autodeterminazione dei popoli del Terzo Mondo (cito, ad esempio, la lotta eroica del popolo vietnamita).

Il reaganismo, cioè il modello politico-economico re-inventato dall’attore (pazzo) Ronald Reagan, con il suo neoliberismo sfrenato, il suo capitalismo selvaggio e senza regole, l’esaltazione acritica del mercato quale panacea di tutti i mali sociali, l’ingerenza imperialista condotta alle estreme conseguenze soprattutto in America Latina, nonché tutte le sciocche illusioni edonistiche e consumistiche che recava con sé, aveva già preparato un terreno fertile e propizio per l’ascesa al potere della ricca famiglia texana dei Bush. Nel 1989, George Herbert Walker Bush, il padre dell’attuale presidente USA, venne eletto a capo della Casa Bianca. Con la nuova amministrazione repubblicana, ispirata dai teorici neocons, sorse l’idea di un “nuovo ordine mondiale”, disegnato e pilotato dagli Stati Uniti d’America, una nazione che si auto-proclamava “predestinata” al dominio universale del mondo quale si figurava e si intuiva sin dalla nascita, avvenuta il 4 luglio del 1776, con la Dichiarazione ufficiale dell’indipendenza. Un documento che annunciava formalmente la costituzione di un “impero federale” fondato per espandersi progressivamente e controllare l’intero pianeta.

UNA STORIA DI SANGUE

Per compiere il proprio destino di “gloria” e di “comando” la nazione nordamericana intraprese un doloroso (per gli altri) cammino intriso di sangue, violenze e misfatti d’ogni tipo perpetrati contro l’umanità: il più atroce fra questi delitti fu senza dubbio il genocidio dei pellerossa. Questo rappresenta uno degli atti più scellerati e criminali compiuti nella storia del genere umano, alla pari se non peggiore dell’Olocausto, dunque più efferato e sanguinoso dello sterminio nazista degli Ebrei durante la seconda guerra mondiale, comunemente riconosciuto come il genocidio per antonomasia. Ma non dobbiamo dimenticare o disdegnare altri eccidi di massa eseguiti dall’uomo bianco occidentale, ad esempio in America centro-meridionale (si pensi al totale annientamento delle antiche civiltà precolombiane – Incas, Maya, Aztechi - ad opera dei conquistadores spagnoli capeggiati da Hernan Cortés e Francisco Pizarro che si impossessarono di inestimabili tesori d’oro, argento ed altri metalli preziosi, sottratti ai popoli indigeni con l’astuzia e l’inganno, quando non si è fatto ricorso alla forza delle armi), né i feroci massacri e le razzie compiute in Africa, in Asia, in Oceania, insomma ovunque abbia fatto la sua comparsa la civiltà occidentale, facendo strage dei popoli incontrati e scempio del territorio, delle ricchezze naturali ed ambientali sistematicamente dilapidate. Tuttavia, il genocidio dei nativi nordamericani costituisce senza ombra di dubbio il crimine più brutale e cruento della storia universale. Anzitutto perché i popoli pellerossa, che si estendevano dalla punta più settentrionale del Canada alla parte più meridionale degli USA fino in Messico, occupavano territori sterminati, ricchissimi di materie prime, per cui vennero soppressi dall’esercito yankee durante gli ultimi decenni del secolo XIX, nel corso delle furiose e sanguinose “guerre indiane”. Infatti, mentre il popolo ebraico, non solo è in gran parte sopravvissuto ai feroci eccidi hitleriani, ma oggi vive e regna in un proprio Stato sovrano, dotato di una propria costituzione politica e di una forte identità etnico-confessionale, ed è tra i più ricchi e potenti popoli della Terra, invece i pellerossa, ridotti ormai a poche decine di migliaia, senza più alcuna identità etnico-culturale, non possono vantare nemmeno uno straccio di territorio e di sovranità nazionale, se non quella delle “riserve indiane” in cui sono segregati, simili ai nostri CPT, e che probabilmente sono più orribili dei ghetti ebraici, e probabilmente comparabili persino ai campi di concentramento e di sterminio nazisti. Inoltre, non bisogna omettere altre crudeltà ed atrocità commesse dall’esercito nordamericano, come ad esempio il bombardamento e la cancellazione violenta delle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki al termine del secondo conflitto mondiale, in pratica già vinto dagli USA e dai suoi alleati. Un bombardamento effettuato mediante l’impiego di armi nucleari, al solo scopo di intimidire e ricattare i sovietici, con cui avrebbero dovuto fare i conti nell’immediata opera di spartizione del pianeta e, in seguito, durante l’epoca della “guerra fredda”. Tuttora gli USA restano l’unico Stato ad avere usato armi atomiche contro un altro Stato e un altro popolo, per cui nulla lascia supporre che non possano ripetere un simile gesto criminale e terroristico anche ai giorni nostri. Per conservare il proprio status di supremazia, per salvaguardare il primato del dollaro (ormai incrinato e compromesso dall’inarrestabile ascesa dell’euro) come moneta privilegiata per gli scambi commerciali internazionali, in particolare per la compravendita di materie prime quali il petrolio, gli USA sarebbero persino capaci di intraprendere una guerra totale unilaterale contro chiunque osasse sfidare la loro “maestà”.

ASCESA DEL “NUOVO ORDINE MONDIALE”: LA PRIMA GUERRA NEL GOLFO PERSICO

Si giunse in tal modo alla prima guerra nel Golfo Persico, esplosa agli inizi del 1991. All’epoca il regime sovietico era crollato, la potenza militare russa, ridotta a pezzi, fu messa in (s)vendita, la società post-sovietica era allo sfascio, l’economia in rovina, l’Europa dell’Est era ormai diventata una colonia dell’imperialismo nordamericano, il mondo era allo sbando. Gli USA approfittarono della situazione di sfacelo a loro propizia, per cui si trovarono dalla propria parte un’estesa coalizione internazionale, schierata a favore dell’intervento militare contro l’Iraq, colpevole di aver invaso il “libero, sovrano e democratico” stato del Kuwait, diretto da un emirato, cioè da una satrapia aristocratico-familiare di stampo dispotico, in pratica un protettorato vero e proprio, uno stato-fantoccio al servizio dei padroni nordamericani. I quali, in brevissimo tempo, sbaragliarono il campo avversario, dopo una guerra più virtuale che reale, ripresa dalle televisioni del mondo intero, ovvero dalla sola CNN, che realizzava e decideva i filmati da trasmettere, e il cui monopolio cominciò ad essere contrastato da una neonata emittente televisiva araba, Al Jazeera, divenuta poi un famoso network internazionale. Quindi, gli eroici “liberatori” d’oltreoceano liberarono il misero popolo del Kuwait, oppresso dal terribile e sanguinario tiranno Saddam Hussein (la cui ascesa alla guida dell’Iraq era stata caldeggiata proprio dall’occidente, nel lontano 1979, in funzione anti-khomeinista), riconsegnando il potere nelle mani dell’emiro, un ricchissimo burattino manovrato dagli USA. Ma gli stessi “eroici liberatori” non mossero nemmeno un dito quando, negli anni ’80, il sanguinario dittatore e genocida iracheno massacrò intere popolazioni facendo ricorso ai gas e ai veleni venduti dalle industrie occidentali, quelle stesse armi di sterminio di massa, le armi chimiche e batteriologiche, impiegate prima contro gli Sciiti filo-iraniani e poi contro i Curdi, i più oppressi tra i popoli oppressi, i più miserabili tra i miserabili, gli ultimi tra gli ultimi. Una popolazione, quella curda, che ha avuto la “sventura” di vivere da secoli su un territorio ricco di giacimenti petroliferi, per cui non potrà mai godere, e nemmeno aspirare ad una propria sovranità nazionale, né rivendicare un’autonomia statale, come hanno fatto e ambiscono ad ottenere tutti i popoli del mondo, persino i Palestinesi.

L’AVVENTO DEL “POPOLO DI SEATTLE”, L’11 SETTEMBRE E LA SECONDA GUERRA NEL GOLFO PERSICO

L'avvento del nuovo millennio ha assistito alla comparsa repentina del cosiddetto "popolo di Seattle", un movimento eterogeneo di rivolta anticapitalista che ha aperto un nuovo ciclo di lotte e mobilitazioni di massa a livello internazionale, il cui apice è stato probabilmente raggiunto in occasione del summit del G8 svoltosi a Genova nel luglio 2001, la cui memoria rievoca anzitutto la tragica morte del giovane Carlo Giuliani. In quella circostanza luttuosa la reazione del sistema globale, messo duramente in discussione, proruppe in modo primitivo ed irrazionale. Turbato dalle vaste moltitudini umane che sciamavano e si contaminavano felicemente, rifiutavano e contestavano il modello di società imposto dalla “rivoluzione neoliberista”, progettavano e costruivano nella prassi quotidiana “un altro mondo possibile”, proponendo esperienze di autogestione e partecipazione politica diretta, in alternativa al verticismo antidemocratico esercitato dalle oligarchie economiche multinazionali, la risposta del “nuovo ordine mondiale” non tardò a manifestarsi in una forma istintivamente rozza e brutale, rivelando la natura criminale ed autoritaria del nuovo potere sovranazionale incarnato dai capi di stato riuniti nel vertice del G8. Nella sua fase iniziale questa reazione si è concretizzata in atti insensati e raccapriccianti di brutalità poliziesca, immediatamente denunciati dal movimento (attraverso fotografie e filmati autoprodotti, testimonianze, documenti e inchieste di controinformazione), quindi condannati dall'opinione pubblica internazionale, per cui la fase successiva ha assistito ad un clamoroso salto qualitativo dell'azione repressiva. Fu a quel punto che venne progettato e partorito il disastro epocale dell'11 settembre. Questo tragico evento ha fornito un efficace alibi, scientemente strumentalizzato per autorizzare uno stato di "guerra preventiva e permanente" contro il terrorismo globale. L'apparente antinomia tra terrorismo e guerra sottintende un orrendo parto gemellare generato dal medesimo apparato di potere che fa capo al blocco imperialista anglo-americano. Il sistema di comando ha concepito ed orchestrato una mostruosa ed ingegnosa riedizione della classica "strategia della tensione" proiettata in chiave planetaria, tesa a “destabilizzare per stabilizzare”, ossia a preservare e consolidare l'ordine (mondiale) con il disordine, ossia con il terrore globale. In effetti, da quel momento storico la parabola ascendente (sul piano ideologico-propagandistico e strategico-organizzativo) del movimento anti-globalizzazione ha ricevuto un brusco rallentamento, fin quasi ad arrestarsi, per riacquistare vigore e visibilità mondiale nel 2007, in occasione del vertice G8 svoltosi nella località di Rostock, in Germania.

All'11 settembre seguirono ben presto l'occupazione militare dell'Afghanistan e l'intervento armato in Iraq (la seconda guerra nel Golfo persico), che non a caso durano ancora. Tali conflitti bellici si sono dimostrati assolutamente ingiusti e sanguinosi, seppur camuffati sotto mentite spoglie, mascherati nella veste di operazioni di "gendarmeria planetaria", ovvero propagandati come strumenti legali di esportazione della "democrazia occidentale", o addirittura spacciati come "interventismo umanitario". Com'è noto, entrambe le guerre sono state imposte e pilotate dalla Tigre di carta dell'impero nordamericano, al cui carro militarista e guerrafondaio si è agganciata anche la "pecorella" italica, che negli ultimi anni si sta timidamente affacciando nello schieramento del rinascente imperialismo europeo. L'attuale blocco imperialista è ancora egemonizzato e diretto dagli Stati Uniti d’America, ma al suo interno si vanno delineando e assestando nuovi equilibri e nuovi rapporti di supremazia economico-monetaria, provocando inevitabili conseguenze e ripercussioni in termini di nuovi contrasti internazionali.

 

CRISI DEL “NUOVO ORDINE MONDIALE”

Dopo il crollo del muro di Berlino, avvenuto nel 1989, e  la dissoluzione dell’intero blocco sovietico, gli USA si sono ritrovati ad essere l'unica superpotenza militare  sulla scena globale, per cui hanno decisamente assunto il ruolo di gendarmeria mondiale, esautorando l'ONU e arrogandosi l'esercizio esclusivo della forza e del diritto internazionale, mentre sul piano economico-commerciale e monetario sono emerse nuove rivalità e nuove tensioni tra i maggiori colossi del mercato capitalistico mondiale, vale a dire Stati Uniti, Europa, Giappone, Cina e India. Senza dubbio sono questi i principali protagonisti del nuovo ordine mondiale.

Tuttavia, non bisogna dimenticare o sottovalutare i popoli in lotta e in continuo movimento, le “turbe dei pezzenti”, le masse dei produttori sottosalariati, le schiere di forza-lavoro migrante, le sterminate moltitudini dei disperati e derelitti della Terra, le folle dei vinti e dei diseredati che non sopporteranno più troppo a lungo il peso sovrumano dell’ingiustizia, dell'oppressione e dello sfruttamento materiale, causati dal sistema economico dominante a livello internazionale. I popoli finora sottomessi, costretti a sopravvivere a stento, circondati dalla fame, dalla miseria, dalle malattie, dall'ignoranza e dalla guerra, emarginati dalla storia, strangolati e dissanguati da rapine e debiti usurai, non resteranno per sempre in uno stato di paura e rassegnazione, non accetteranno più di consolarsi con le speranze illusorie ed alienanti procurate dalla religione (o dai suoi surrogati ideologici ed artificiali), ma prima o poi si solleveranno dalla condizione di torpore e passività in cui sono immersi da troppo tempo, per riappropriarsi finalmente di ciò che gli spetta di diritto.

I centri nevralgici del nuovo potere decisionale non sono da identificare nei tradizionali spazi della democrazia liberale e costituzionale, ovvero nelle assemblee parlamentari borghesi e negli esecutivi nazionali, bensì vanno individuati altrove, vanno riconosciuti in quelle sedi di natura sovranazionale come il WTO (World Trade Organization), la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, oppure i summit del G8. Ebbene, il nuovo sistema sovranazionale è da tempo precipitato in uno stato di declino e crisi radicale, sia sul piano economico-strutturale sia sotto il profilo ideologico e propagandistico. Il processo discendente è in atto da alcuni anni, benché non sia molto visibile agli occhi e alle menti delle persone più ingenue e superficiali, plagiate da sistematiche manipolazioni delle informazioni, diffuse soprattutto nel campo dell'emittenza televisiva. L'opinione pubblica è in gran parte formata e condizionata dalla propaganda ideologica mistificatrice che i mezzi di comunicazione di massa operano quotidianamente, occultando e alterando la realtà delle cose. Tuttavia, le contraddizioni latenti, insite nel nuovo assetto economico globale, sono destinate ad acuirsi progressivamente, ad emergere ed esplodere inevitabilmente, investendo anzitutto le istituzioni politiche più tradizionali, vale a dire i classici ordinamenti del parlamentarismo borghese, ma anche le strutture del potere sovra-nazionale (a cominciare dai vertici del G8 e del WTO), innescando un ciclo conflittuale in grado di scatenare fatalmente nel tempo una rottura critica del sistema su scala planetaria. I segnali sono già palesi e diffusi un po’ dappertutto, soprattutto nelle aree depresse del Sud del mondo, in modo particolare in America Latina e in Asia, mentre in Europa e nel mondo occidentale il processo di disgregazione e di crisi si presenta in forme apparentemente meno esplosive e virulente. Le rivolte dei giovani, dei migranti, dei lavoratori precarizzati e marginalizzati, dei proletari oppressi e sfruttati in ogni angolo del globo, sono ormai all'ordine del giorno. Si pensi alle innumerevoli lotte territoriali come nella Val di Susa e nella città di Vicenza, solo per limitarci ad alcune vertenze esemplari sorte nel panorama nazionale. Si pensi alle dure conflittualità di classe e alle aspre contese in corso ovunque, nei luoghi di lavoro e di studio, nelle fabbriche, nelle scuole, nei ghetti di periferia, nelle piazze. Si pensi alle tenaci iniziative (g)locali che intere popolazioni stanno mettendo in piedi in varie parti del mondo. Il movimento no-global si è praticamente sbriciolato e frammentato, generando infiniti rivoli e ruscelli di rivolta, numerosi movimenti di lotta e di contestazione riconducibili ad un unico denominatore comune: il rifiuto della logica perversa ed affaristica dell'economia di mercato. Un modo di produzione globalizzato, retto su leggi inique e spietate, dettate dalle lobbies monopolistico-finanziarie del neoliberismo. Un sistema di organizzazione della vita economica, politica e sociale degli uomini che è assolutamente cinico e disumano, e che ormai sono sempre meno le persone disposte a subire passivamente, senza lottare, reagire e ribellarsi.

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Fonte: Lucio Garofalo