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Tratto da: La
Nazione Eurasia, anno II, nr.speciale1 "La Lotta della Palestina.
Omaggio a Yasser Arafat" La
terra di Palestina non è stata tra le predilette dalla Sorte, fin dalla
sua nascita: stretta tra il Mar Mediterraneo e il Deserto Siriaco, in
ampi tratti arida e inospitale, eppure contesa aspramente nel corso di
millenni di storia. La Palestina collega geograficamente e idealmente
tre continenti: Europa, Asia ed Africa possono essere viste come tre
estremità gravitanti intorno a un centro immobile, il loro punto
d'incontro, che si potrebbe individuare in Palestina. Inoltre, la
Palestina è Terra Santa per
le tre grandi religioni monoteistiche mondiali: Ebraismo, Cristianesimo
ed Islam. Dante Alighieri considerava Gerusalemme il centro del Mondo,
il punto dal quale partiva per l'uomo la discesa agl'Inferi o l'ascesa
al Paradiso (solo per lui, eccezionalmente, entrambe). L'Imperatore
Federico II, che pure per quella devotamente si trovò a combattere, non
potè fare a meno di notare l'asprezza della Palestina; pare che, giunto
in Terra Santa, commentasse: "Il Dio degli Ebrei non avrebbe
promesso questa terra al suo popolo, se avesse visto il mio Regno di
Sicilia". Eccoli dunque, i primi contendenti contemporanei di
questa terra: il popolo ebraico. Le
origini di tale gente sono difficili da situare, risalendo ad almeno
3500 anni orsono. La Bibbia,
loro testo sacro, situa le radici giudaiche in Mesopotamia, più
precisamente ad Ur, con Abramo. Egli ricevette da Dio il compito di
recarsi in Palestina con la sua stirpe (la vita del primo patriarca fu,
secondo la leggenda, straordinariamente lunga). Il nipote di Abramo,
Giacobbe figlio d'Isacco, fu detto anche Israele e considerato il capostipite del popolo ebraico, in quanto
dai suoi dodici figli sarebbero discese le dodici tribù antiche. La
stirpe d'Abramo era però destinata a fare un ulteriore passaggio, in
Egitto, dove con Giuseppe (viceré del Faraone, dice la Bibbia)
poté prosperare prima di partire alla volta della Palestina. Forse
intorno al XVIII secolo prima del Cristo, gli Israeliti dovettero
veramente fuggire ad una carestia e rifugiarsi in Egitto; certo è solo
che non vi sono sicurezze. Questa situazione aperta ha permesso la
formulazione d'ipotesi alternative sull'origine degli Ebrei: Sigmund
Freud, nelle vesti dello storico in cui è poco noto, vide nell'esodo
ebraico la fuga dei seguaci di Aton. Era infatti accaduto, in Egitto,
che il Faraone Amenhotep IV cacciasse i sacerdoti e chiudesse i templi
dedicati al dio Amon, sancendo invece il culto del disco solare Aton. Ma
alla morte di quello che si fece ribattezzare Ekhnaton, il successore
Tutanmkhamon ripristinò gli antichi ordinamenti e perseguitò i seguaci
di Aton. Ecco, allora, che secondo Freud, Mosé e gli Ebrei altro non
sarebbero che i sacerdoti e gli adoratori di questo dio unico costretti
a fuggire dall'Egitto. Non ci soffermiamo però sulla storicità o meno
di questa tesi, che desideravamo enunciare solo per la sua originalità
e fascino. Intorno
al XII secolo a.C. gli Ebrei iniziarono ad occupare la Palestina, allora
identificata col nome di Canaan, terra che affermano essere stata loro
"promessa" da Dio.
La conquista fu estremamente brutale, ed è descritta efficacemente
proprio dal testo sacro ebraico: là si racconta di massacri, stupri e
distruzioni, inquadrabili in un piano cosciente di genocidio praticato
dagli Israeliti di Giosuè (naturalmente, a loro dire, per
ordine divino...). Questi eventi trovano la loro conferma storica
grazie alla documentazione archeologica della distruzione di Debir,
Betel, Lakish e Hazor. In un mare di sangue gli Ebrei antichi avevano
conquistato Canaan; in un mare di sangue, gli Ebrei moderni tentano di
riconquistare la Palestina... Non
ostante lo sterminio dei Cananei i Giudei non erano soli, né uniti. Il
popolo ebraico sorse infatti dalla confederazione di sei tribù, il cui
numero si sarebbe poi accresciuto a dodici. Nella regione si trovava
anche il popolo indoeuropeo dei Filistei, uno dei progenitori degli
odierni Palestinesi, che anzi diede il proprio nome al paese. Annoverati
tra i cosiddetti "popoli del mare", essi nel XII secolo
(quindi contemporaneamente agli Ebrei, si noti bene) si stabilirono
nella lunga fascia costiera che comprendeva i centri di Gaza, Ashdod,
Askalona, Ekrom e Gat. Quasi a preconizzare gli eventi cominciati nel
secolo scorso, la rivalità tra Ebrei e Filistei divenne proverbiale, e
si concretò in una lunga sequela di guerre (celebre la sconfitta subita
dalla coalizione delle tribù giudaiche a Ebenezer, ove i Filistei
catturarono l'Arca dell'Alleanza con Yaweh). In funzione anti-filistea
il condottiero Saul fu nominato re degli Ebrei, ma dopo alcune vittorie
di relativa importanza, fu sbaragliato a Gilboa, dove trovò la morte
con tutti i suoi figli. La morte di Saul spalancò la strada al capotribù
di Giuda, David, già scudiero del Re e poi traditore al servizio
mercenario del filisteo Gat. Non ostante il tradimento, David riuscì a
farsi eleggere sovrano dalle tribù meridionali d'Israele. I Filistei,
considerandolo ancora un loro uomo, permisero a David di sbarazzarsi del
rivale Eshbaal, l'ultimo saulide proclamato re dagl'Israeliti del nord.
Riunificate tutte le tribù sotto il suo scettro, si ribellò allora ai
Filistei - dei quali conosceva alla perfezione le tecniche di guerra - e
per due volte riuscì a sconfiggerli, marginando il loro potere sulla
sola fascia costiera che abitavano. David ampliò considerevolmente il
Regno d'Israele, sottomettendo le ultime città cananee di Palestina
scampate al massacro, e i vicini Edomiti, Moabiti, Ammoniti e Aramei. Fu
forse in questo periodo che i sacerdoti di Yaweh, esaltati dalle
vittorie, gli fecero promettere nelle Sacre Scritture la terra "dal
Nilo all'Eufrate". Ma il regno di David non sopravvisse oltre il
figlio Salomone, alla morte del quale (nel 922 a.C.) fu scisso nei reami
di Giuda (a sud, governato dai discendenti di David) e di Israele (a
nord, politicamente vicino all'Egitto dei Faraoni). Ben presto la
minaccia per gli Ebrei divenne la crescente potenza degli Aramei di
Damasco, che arrivarono al massimo della loro espansione ad assediare
Gerusalemme, nel 734. I Giudei invocarono allora il soccorso dei potenti
Assiri, che giunsero dall'oriente, spezzarono l'assedio alla città,
saccheggiarono Israele alleata degli Aramei, e conquistarono Damasco.
Così facendo, però, anche Giuda si era posto sotto la pesante tutela
degli Assiri. Con il regno di Ezechia (715-687) gli Ebrei suscitavano la
rivolta contro l'Impero assiro, riuscendo dopo alterne vicende a
riconquistare l'indipendenza nella seconda metà del VII secolo. I
Mesopotamici, alleati con gli Egiziani, si rifecero però prontamente:
nel 597, infine, i Babilonesi di Nabucodonosor entrarono a Gerusalemme:
il tempio di Salomone fu saccheggiato, gran parte della popolazione
deportata come schiava in Babilonia, la Giudea sottomessa. Pur
vivendo alterne fortune, anche con momenti d'indipendenza, il Regno
ebraico aveva perso definitivamente la sua centralità nella geopolitica
mediorientale antica, riducendosi a un destino da satellite di grandi
imperi: l'Impero Medio-Parto-Persiano, l'Impero Macedone di Alessandro
Magno, il Regno ellenistico dei Seleucidi, l'Impero Romano. Il primo
condottiero latino ad entrare in Palestina fu Cneo Pompeo Magno che,
recatosi in Oriente per sconfiggere la coalizione di Mitridate e Tigrane,
ne approfittò pure per occupare la Siria e la Palestina. Qui trovò i
Giudei divisi da una disputa per il trono che divideva le fazioni dei
Sadducei e dei Farisei: Pompeo favorì il candidato di quest'ultima,
Ircano, imponendo così il protettorato di Roma sul Regno degli Ebrei,
che in seguito sarebbe stato annesso e costituito in provincia. Gli
Ebrei, però, si mostrarono sempre restii ad accettare il dato di fatto
e, mentre già nuclei consistenti cominciavano ad emigrare in tutti gli
angoli dell'Impero, la maggior parte rimase in Palestina ad organizzarvi
sedizioni e rivolte, alcune anche molto gravi. La più grande ed
importante fu quella del 66 d.C., guidata dall'integralismo degli Zeloti
e che si protrasse, sotto forma di guerriglia, fino all'anno 71. Tito,
figlio dell'Imperatore Vespasiano e a sua volta futuro sovrano, s'occupò
di sedare la ribellione. Episodio centrale della campagna, che avrebbe
avuto anche ingenti conseguenze per i millenni a seguire, fu l'assedio
di Gerusalemme. Nel drammatico evento morirono tra i 600 000 e i 2
milioni di gerosolimitani ed ebrei, rinchiusi dai fanatici difensori
della rocca in una città priva d'ogni scorta alimentare che non fosse
destinata ai combattenti. Il lungo assedio, com'è noto, si concluse con
la caduta della città e la distruzione del Tempio di Salomone, estrema
roccaforte in cui s'erano trincerati gli ultimi difensori di
Gerusalemme. Correva l'anno 70 dopo la nascita del Cristo: per gli Ebrei
cominciava la diaspora. La
grande maggioranza degli Israeliti raggiunse gradualmente i connazionali
emigrati già da generazioni nelle varie province dell'Impero; altri,
una minoranza, rimasero in Palestina con i Filistei e gli altri elementi
non ebraici del paese. Gli
Ebrei emigrati in Europa e nel Nordafrica allora romani, poterono
contare su una fitta rete di solidarietà etnica, che permise loro
d'integrarsi in comunità giudaiche precostituite, e contestualmente di
rimanere più o meno separati dalle popolazioni autoctone. Se da un lato
gli Ebrei emigrati conservavano integralmente la propria specificità,
dalla cultura ai costumi, dalle usanze alla religione - ed anche la
"purezza" della stirpe, almeno per gli ebrei sefarditi,
cioè i discendenti degli Ebrei originari e non derivanti da successive
conversioni -, dall'altro la mancanza d'integrazione, le tante
differenze culturali e la pretesa ebraica d'essere il "popolo
eletto dal Signore", crearono significative tensioni e contrasti
con le genti latine dell'Impero, soprattutto dopo la conversione di
questo al Cristianesimo, e dunque un acuirsi mai prima sperimentato
dell'intolleranza religiosa. Nel
frattempo in Palestina, i posti progressivamente lasciati liberi dalla
diaspora ebraica erano riempiti dalla migrazione di genti vicine, in
particolare, dopo Maometto, dagli Arabi. A metà del VII secolo la
Palestina entrava a far parte dell'Impero costruito dai Califfi
("successori") di Maometto, subendo una profonda arabizzazione,
demografica, culturale e religiosa. Ciò non ostante, le minoranze
ebraiche e cristiane non vedevano peggiorare di molto le proprie
condizioni, rispetto all'imperio di Bisanzio: anzi, il Califfo
riconosceva loro il diritto di praticare la propria religione e vivere
secondo i propri usi e costumi in comunità del tutto autonome, a patto
però che pagassero una tassa, che costituiva il loro contributo al
benessere e alla potenza dell'Islam. Pare anzi che gli Ebrei si fossero
schierati apertamente con gli Arabi contro Bisanzio, sfogando poi i
propri rancori verso l'Impero abbandonandosi a violenze e massacri ai
danni dei Cristiani locali. E'
probabile che le comunità giudaiche in Europa se la passassero peggio,
dato che le tensioni con i Cristiani s'erano acuite con l'arrivo delle
popolazioni barbariche, la cui conversione al cattolicesimo portò anche
ad una più stretta compenetrazione tra sfera civile e sfera religiosa.
E' noto come spesso sorgessero violenze tra Ebrei e Cristiani, e
naturalmente, essendo in minoranza, erano spesso i primi ad avere la
peggio. Ciò non ostante, la solidarietà che permeava le comunità
giudaiche e il loro innato spirito imprenditoriale, permise agli Ebrei
d'acquisire importanti posizioni sociali, a dispetto d'ogni
discriminazione: con le pratiche del commercio e dell'usura molti di
loro s'arricchirono considerevolmente, e in futuro sarebbero giunti a
ricoprire importanti incarichi nella struttura amministrativa dei regni
nazionali. Passarono
alcuni secoli, nel frattempo, e la Palestina tornò a ricoprire un ruolo
fondamentale nella storia del mondo. Essa, infatti, era diventata la Terra
Santa; in particolare, Gerusalemme era città sacra alle tre
religioni abramiche: per gli Ebrei, perché era stata la capitale del
loro Regno; per i Cristiani, perché vi era morto e resuscitato il
Messia; per i Musulmani, perché là era stato portato in volo Maometto
a conoscere Abramo, Mosé e Gesù e quindi ad ascendere al cielo. Da
quando nel 638 il Califfo Omar aveva raccolto la resa della città, ai
pellegrini ebrei e cristiani non era mai stato impedito l'accesso ai
luoghi santi come il Muro del pianto, la spianata del Tempio o il Santo
Sepolcro. Eppure, intorno alla fine dell'XI secolo, il Papa Urbano II
cominciò a predicare la crociata contro gl'infedeli,
per "liberare" i luoghi santi. Le motivazioni di una tale
decisione sono molteplici, e poco coincidono col nobile fine ideale di
combattere per la fede che pure animò molti dei partecipanti al
"pellegrinaggio armato". Il Papato stava affrontando allora
una delle fasi più difficili della lotta contro l'Impero: tant'è vero
che, al momento del celebre discorso di Clermont-Ferrand, il Papa non si
trovava a Roma perché colà risiedeva il cosiddetto Antipapa, Clemente II. Urbano II aveva pertanto la necessità di
stringere attorno a sé quanti più fedeli possibili, in particolare tra
la potente aristocrazia dei Franchi, per non perdere legittimità dal
forzato esilio e nel contempo guadagnarsi la fedeltà delle masse e
delle autorità. Lanciando la Crociata contro gli infedeli, il Papa
desiderava in primo luogo colpire l'Imperatore. Ma a prescindere dalle
motivazioni ultime, resta il fatto che da allora si sarebbero scatenate
una lunga sequenza di crociate, che col proseguire degli anni persero
sempre più la loro facciata di religiosità per svelarne una di
squallida politica (si pensi alla crociata rivoltasi poi contro
Costantinopoli!). Un primo tentativo, la cosiddetta "crociata dei
pezzenti", sortì dalla calorosa predicazione di Pietro l'Eremita,
che radunò una massa di sbandati, vagabondi, fanatici predicatori e
poveri devoti, i quali partirono alla volta dell'Oriente e giunti in
Ungheria credettero d'aver raggiunto la Terra Santa: stanchi ed
affamati, s'abbandonarono a indicibili violenze, soprattutto contro gli
Ebrei, finché il Re locale non decise di spazzarli via con la forza
delle armi. La prima vera Crociata è invece quella che partì nel 1097
da Costantinopoli, e radunava molti validi condottieri europei: Ugo di
Vermandois, Goffredo di Buglione, Boemondo d'Altavilla, sono solo alcuni
dei nomi più noti. Il 15 luglio 1099 i Crociati conquistavano
Gerusalemme, massacrando ferocemente l'intera popolazione musulmana e
giudaica: è chiaro che dopo quanto avvenuto, soprattutto dopo la
violenza mostrata dai Crociati, le cose non potevano essere più come
prima. I Musulmani non potevano permettere ai Regni cristiani di
sopravvivere a lungo in Palestina, poiché costituivano una pericolosa
testa di ponte della Cristianità all'interno dei loro territori: a tale
motivazione geostrategica, s'aggiungeva allora il desiderio di vendicare
le torture e i massacri perpetrati dall'invasore. Il condottiero della
riscossa fu il Sultano Saladino - che era turco, non arabo - il quale
entrò a Gerusalemme riconquistata nel 1187, non ostante i più grandi
sovrani d'Europa avessero condotta contro di lui una nuova crociata. Tre
anni dopo il Sultano difese ancora la città dalla potente terza
Crociata dell'Imperatore Federico Barbarossa, e di Re Filippo Augusto di
Francia, Re Riccardo Cuor di Leone d'Inghilterra e Re Guglielmo il Buono
di Sicilia. Ad ogni modo, il "feroce" Saladino mostrò di non
meritarsi l'attributo affibiatogli dai Cristiani, giacché permise agli
Ortodossi d'officiare liberamente i propri culti in Terra Santa, e ai
Cattolici di visitare il Santo Sepolcro. Le crociate avevano fatto il
loro tempo, e quelle che seguirono furono solo delle farse. Il fatto è
che la situazione era radicalmente cambiata: la crisi del Dar al-Islam
che aveva permesso ai Cristiani di lanciare la Reconquista
e le Crociate, era stata interrotta dal consolidarsi della potenza
turca, che anzi nei secoli successivi avrebbe rilanciato la spinta
propulsiva dell'Islam abbattendo Costantinopoli e dilagando nei Balcani.
Dobbiamo arrivare alla nostra epoca per assistere ad un nuovo
rivolgimento della situazione nel Vicino Oriente, con la crisi
dell'Impero Ottomano e poi il suo crollo conseguente alla sconfitta
nella Prima Guerra Mondiale, in virtù del quale la Palestina passò
sotto il "mandato" (cioè il dominio) britannico. Naturalmente,
il quadro della situazione nel 1918 si presentava molto differente da
quello che avevamo lasciato, poco meno di un millennio prima. L'Islam,
in primo luogo, non costituiva più una potenza, ma anzi - caduto anche
l'Impero Ottomano - era completamente colonizzato dagli stati nazionali
europei, ad eccezione della Turchia, che riuscì a salvarsi come paese
autonomo. D'altro canto, anche la situazione degli Ebrei in Europa era
decisamente cambiata: emancipati dalla Rivoluzione Francese, assurti ai
massimi gradi della scala politica e sociale, alcuni ambienti ebraici
avevano persino sviluppato una propria idea nazionale, e gettato lo
sguardo sulla Palestina per realizzarlo. Ma andiamo con ordine. Verso la metà del XIX secolo, quando quasi tutte le aspirazioni nazionali dei popoli d'Europa si sono realizzate o stanno per farlo, nasce anche tra alcuni intellettuali ebrei il desiderio di veder sorgere una nazione israelita. Il primo a parlare di sionismo (dalla collina di Sion a Gerusalemme) fu lo scrittore Birnbaum, nel 1895. Non ostante il tradizionale saluto alla fine della Pasqua ebraica ("l'anno prossimo a Gerusalemme!"), nel corso del Medio Evo e dell'Età Moderna gli Ebrei non avevano mai sentito il bisogno di creare un proprio stato nazionale. A dire il vero, il Sionismo fu una correnta minoritaria fino al 1945. Teodoro Herzl, l'ebreo austriaco massimo teorizzatore dell'idea sionista, predicò nel corso della sua vita ad una esigua minoranza, composta perlopiù da intellettuali e giudei dei ceti più abbienti. Herzl indicava due possibili alternative per situare questo stato ebraico prossimo venturo: o la vasta Argentina, allora in buona misura spopolata (la migrazione di massa degli Italiani doveva ancora cominciare), oppure la Palestina, descritta come la "terra degli avi". Peccato che la Palestina, in quei diciotto secoli, non fosse affatto rimasta spopolata: come abbiamo visto, una popolazione araba abitava ora quella terra, e da innumerevoli secoli, convivendo in pace con le minoranze ebree ed arie, giudee e cristiane. Inoltre, la Palestina era ancora sotto il controllo della Sublime Porta: pare che Herzl si recasse ad Istanbul per informarsi riguardo la possibilità d'acquistare per denaro quella regione. Ma il Sultano fu chiaro: quella terra sarebbe costata molto caro, perché si sarebbe pagata solo con il sangue! Per fortuna dei Sionisti, il sangue versato per il pagamento non fu il loro, ma quello degli Inglesi (e degli arabi loro alleati) che combatterono contro l'Impero Ottomano. Com'è noto, in quell'occasione l'Impero Britannico fece una doppia promessa: agli Arabi promise di dare, dopo la vittoria, una propria nazione in cambio dell'aiuto offerto in guerra; i potentati sionisti invece ottennero la famosa "Dichiarazione Balfour", con la quale il governo inglese assicurava agli Ebrei la creazione di un loro "focolare nazionale" in Palestina. Chiaramente l'intriganza inglese, una volta di più, aveva dato un colpo al cerchio ed uno alla botte, e nel 1918, a guerra conclusa, per sfuggire all'ambigua situazione, finirono col non mantenere nessuno dei due impegni! Infatti gli Arabi, lungi dall'ottenere una propria nazione secondo gli accordi presi con la Corona britannica, videro i propri paesi spartiti tra gli imperialismi coloniali di Francia e Inghilterra; gli Ebrei, dal canto loro, poterono trasferirsi sì in Palestina, ma solo a piccole quote annuali prestabilite, e comunque la regione rimaneva saldamente sotto il controllo inglese. Ad ogni modo, ai Sionisti era comunque andata meglio che agli Arabi: loro almeno avevano ottenuto qualcosa, e soprattutto beneficiavano ancora di un retroterra non colonizzato, cioè l'Europa e il Nordamerica, dove disponevano di considerevole potere politico e ancor più grande potere economico. Pian piano la regia sionista faceva penetrare ebrei in Palestina, sfruttando la propria preponderanza economica rispetto agli indigeni per acquistare dagli Inglesi la proprietà di grandi distese di terre coltivabili: nel 1914, a fronte di 500 000 tra musulmani e cristiani, si trovavano nella regione 85 000 giudei. Naturalmente l'aggressiva penetrazione sionista nella regione, fece sorgere seri contrasti tra Ebrei e Palestinesi, giacché i secondi vedevano i primi, appena arrivati, accaparrarsi grazie ai loro amici colonialisti quelle terre ch'essi avevano faticosamente coltivato per innumerevoli generazioni. Le tensioni sfociarono in violenze, man mano che l'afflusso di Ebrei aumentava, soprattutto dopo il 1933, a seguito della politica antisemita del Nazionalsocialismo. In effetti, Hitler e, più tardi, Mussolini, presero a cuore la risoluzione della questione ebraica, proponendo la creazione di un nuovo stato per gli Israeliti: non a caso una frangia di sionisti collaborò con l'Asse, anche durante la guerra e la deportazione in massa; va ricordato che fino ad allora la gran maggioranza degli Ebrei era rimasta tiepida di fronte alla prospettiva dell'emigrazione in un nuovo stato, e alcuni sionisti videro nella decisa e intransigente politica nazionalsocialista un alleato naturale. Inizialmente gli stessi Nazionalsocialisti fecero propria l'opzione Palestina, senonché temettero con ciò di favorire eccessivamente gli Inglesi (che tassavano lautamente ogni immigrante in entrata) e vanificare la propria politica filo-musulmana. Quando la Seconda Guerra Mondiale era già scoppiata, e in particolare subito dopo il crollo francese, sorse una nuova ipotesi: la creazione di uno stato ebraico nel Madagascar, colonia francese che era stata massivamente spopolata da una grave carestia. Senonché, l'ostruzionismo di Vichy e l'insicurezza dei mari, anche per l'entrata in guerra degli USA (alla fine del 1941), resero impraticabile anche questa opzione. Fu allora che la Germania si risolse per la celeberrima "soluzione finale": la deportazione degli Ebrei d'Europa verso l'Est, nell'area polacca di Auschwitz e degli altri grandi campi di concentramento.
Questa volta l'ONU, di fronte ad una
così palese violazione del diritto internazionale, si vide costretta ad
intervenire per intimare il ritiro israeliano. Nel 1973 i paesi arabi,
esasperati dal vile operato d'Israele, ricambiarono il
"favore" sferrando un attacco a sorpresa durante la festa
ebraica dello Yom Kippur: in quest'occasione gli Ebrei si trovarono in
serissima difficoltà, a un passo dalla sconfitta che avrebbe
significato la fine del sogno sionista e la liberazione della Palestina.
Ma, provvidenzialmente per Israele, intervennero gli USA con una
fornitura impressionante di materiale (ed assistenza) bellico d'ogni
tipo. Norman Filkenstein, nel suo studio L'industria
dell'Olocausto, fa risalire a quest'evento la presa di coscienza da
parte della classe dirigente americana del ruolo di testa di ponte che
Israele avrebbe potuto costituire in Medio Oriente, e dunque l'inizio
del massiccio sostegno politico, economico e militare. Fatto sta che
Israele riuscì a resistere all'avversario ed anzi contrattaccarlo nel
Golan. Ormai i paesi arabi persero la speranza di contrastare il
Sionismo, tant'è vero che guardarono senza reagire quando, nel 1978,
l'esercito israeliano invase (condannato dall'ONU) il Libano
meridionale. Ormai Israele era divenuta una grande potenza militare,
dotata di tutti i più potenti armamenti statunitensi e di un proprio
considerevole arsenale nucleare. Invece, i paesi arabi erano paesi di
recente decolonizzazione, poveri e minacciati dalla postcolonizzazione.
Il risultato fu, nel settembre 1978, la firma della pace tra Egitto e
Israele, a Camp David (negli USA): il presidente egiziano Sadat, delfino
di Nasser, rinunciò di fatto ad ogni contenzioso con gli Ebrei a patto
che quelli abbandonassero il Sinai. Con la resa dell'Egitto, ormai
lontanissimo dai tempi d'oro di Nasser, escono di scena buona parte dei
paesi arabi, da quelli del Maghreb a quelli della penisola arabica, e
persino la Giordania, che intraprese un cammino di progressiva
filo-americanizzazione, il cui culmine è stato raggiunto con l'attuale
tiranno regnante. Unici sostenitori della causa palestinese -
considerata anche la crisi ormai irreversibile dell'Unione Sovietica -
rimasero la Siria e l'Iraq baathisti, e l'Iran islamico (sostenitore
degli Hizbollah), oltre naturalmente al Libano costantemente minacciato
dall'espansionismo sionista. Rimase
però ancora qualcun altro, a non accettare la resa: il popolo
palestinese. Essi non potevano dimenticare i massacri, gli stupri, le
violenze, la distruzione dei loro villaggi, la profanazione dei loro
cimiteri. Essi non potevano accettare di vivere in eterno in campi
profughi, in condizioni d'indigenza spaventosa. Essi vollero continuare
la lotta a tutti i costi, contro l'invasore, e lo fecero stringendosi
attorno all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP),
creata nel 1964 dagli stati arabi coalizzati. Il suo più grande
animatore si faceva chiamare Yasser Arafat, figlio di profughi
palestinesi nato al Cairo (ma a suo dire fece giusto in tempo per
nascere a Gerusalemme), che organizzò la guerriglia anti-israeliana nei
Territori occupati della Cisgiordania e di Gaza, e curò le relazioni
diplomatiche con i paesi stranieri. Per due volte Israele invase il
Libano meridionale, dove l'OLP aveva la propria base: nel 1982 i carri
armati ornati dalla stella di David giunsero fino a Beirut, costringendo
alla fuga i vertici dell'OLP. Chi non poté fuggire alla furia sionista
furono però gli abitanti dei campi profughi di Sabra e Chatila: le
armate ebraiche comandate da Ariel Sharon circondarono i due bantustans,
impedendo a chiunque di fuggirvi, mentre i loro alleati delle milizie
cristiano-maronite vi penetrarono e, in 48 ore di sanguinosa tregenda,
massacrarono senza pietà le migliaia d'abitanti disarmati, perlopiù
donne e bambini, che vi sorpresero all'interno. Nel frattempo, il mondo
assisteva impotente davanti alla Tv: agli Israeliani tutto questo era
permesso! Ma
per Israele non è ancora il momento della vittoria: nel 1987 la
popolazione dei Territori occupati, si solleva come un sol uomo contro
l'invasore: è la famosa Intifada ("scossone"), condotta
eroicamente da un popolo intero, che dagli uomini armati di kalashnikov,
fino ai bambini armati di pietre, combatte con i pochi mezzi disponibili
contro i potenti carri armati israeliani. La risposta degli Ebrei è
feroce: il capo dell'esercito sionista, Yitzhak Rabin, ordina di
spezzare le braccia a tutti i bambini palestinesi sorpresi a lanciare
pietre. Ma questa volta l'eroismo può più dell'oppressione: le armate
sioniste sono costrette a ritirarsi nelle proprie caserme e a difesa
degl'insediamenti ebraici (punta di diamante del progetto di
colonizzazione ebraica dei Territori palestinesi), Israele deve scendere
a compromessi con l'OLP. Nel 1988 Arafat rinuncia ufficialmente alla
lotta armata: molti in Palestina si oppongono a questo passo, vorrebbero
proseguire nell'Intifada fino alla vittoria, ma il capo dell'OLP
preferisce trattare, e nel 1993 ad Oslo firma i famosi accordi col primo
ministro israeliano Shimon Peres. Israele ed OLP si riconoscono
vicendevolmente in modo ufficiale, e inoltre lo stato ebraico s'impegna
a ritirarsi, entro cinque anni, da Gaza, Gerico e da buona parte della
Cisgiordania. Purtroppo le cassandre che si erano opposte ad Oslo, si
rivelarono buoni profeti: dei Sionisti non c'era da fidarsi. Sette anni
dopo, nel 2000, l'Autorità Nazionale Palestinese controlla appena il
65% della Striscia di Gaza e solo il 40% della Cisgiordania, oltretutto
porzioni di territorio scollegate tra loro dalle colonie ebraiche e
rinchiuse in una fitta rete di avamposti militari israeliani. Nel luglio
2000 Clinton chiama Arafat e il primo ministro sionista Barak a Camp
David, per rilanciare gli accordi di Oslo, ma ormai è troppo tardi: gli
Israeliani vogliono rimangiarsi la parola, concedere sì qualcosa all'ANP,
ma meno di quanto precedentemente pattuito, e senza garanzie che, almeno
questa volta, gli impegni siano mantenuti. Il Raìs rifiuta. Il 28
settembre 2000, il capo dell'opposizione israeliana più sionista ed
anti-palestinese, Ariel Sharon - poi eletto alla carica di primo
ministro - sfila provocatoriamente presso la moschea di Al-Aqsa a
Gerusalemme, quasi a voler ribadire il dominio ebraico sull'intera città.
I Palestinesi, sempre più esasperati dai voltafaccia e dai soprusi
israeliani, reagiscono con orgoglio scatenando la seconda Intifada. Le
cose sono però cambiate rispetto a tredici anni prima. La fine del
sistema bipolare e l'egemonia americana, permettono ad Israele di godere
d'un appoggio incondizionato da parte di tutto il mondo, o per
convinzione o per paura (tanto negli stati per timore d'essere aggrediti
a loro volta, tanto nei singoli per tema di subire l'infamante accusa di
"antisemitismo"). Inoltre, l'esercito israeliano ha avuto modo
d'imparare dai propri errori, e non si fa trovare impreparato. In questi
cinque anni d'Intifada, i Palestinesi hanno subito ingentissime perdite
umane e materiali, senza però ottenere alcun significativo risultato
militare: oltretutto, gli Israeliani hanno avuto
carta bianca sul loro agire, e si
sono esercitati in pratiche inaccettabili come la demolizione delle case
palestinesi, la tortura e l'esecuzione dei prigionieri, l'assassinio dei
dirigenti dell'Intifada e persino la costruzione di un muro che
racchiude in un grande campo di concentramento i Palestinesi della
Cisgiordania, condannati a fuggire o morire d'inedia. Come se non
bastasse, poche settimane fa è piovuta come un macigno, sul capo del
popolo palestinese, la morte dell'integerrimo condottiero, Yasser Arafat,
che lascia orfano di sé uno stato non ancora nato e già
semi-distrutto, in balìa dell'espansionismo sionista e d'una classe
dirigente filo-israeliana capeggiata dai vari Abu Mazen, Abu Ala e
Dahlan.
Ciò detto, non si possono ignorare le gravissime
responsabilità che Al Fatah, l'OLP e i vertici dell'ANP hanno nel
fallimento della seconda Intifada. Essi, a parte la Brigata dei Martiri
di Al-Aqsa (il cui capo, Marwan Barghouti, è prigioniero degli
Israeliani), non hanno mai operato a favore d'una risoluzione militare
del conflitto, impegnandosi a parole a sedare gli animi tra i
Palestinesi, e nei fatti a contendersi il potere interno: a ciò ha
certamente giovato l'isolamento imposto a Yasser Arafat, ma la
perseveranza quasi assurda colla quale i vertici dell'ANP (Arafat
compreso) hanno sostenuto una ormai improponibile via diplomatica (per
trattare bisogna essere in due, ma Sharon di trattare non ha mai avuto
l'intenzione) sfiora l'idiozia, o per taluni l'aperto tradimento.
Cosicché la conduzione militare dell'Intifada è stata lasciata al
movimento Hamas, a formazioni marginali come Al-Aqsa e il FPDLP, o di
dubbia affidabilità come l'ambigua formazione della Jihad islamica.
L'inerzia delle Forze di sicurezza palestinesi, al contrario, ha messo a
dura prova i nervi della popolazione, acuendo ulteriormente i contrasti
intestini. A quanto pare, Israele sta vincendo su tutta la linea. Parrebbe
interessante, allora, confrontare i risultati di questa seconda Intifada
con quelli conseguiti finora dalla Resistenza in Iraq. Ciò che
maggiormente salta all'occhio è come la seconda riesca ad affrontare
con successo anche mezzi bellici del nemico contro cui i Palestinesi non
riescono ad avere ragione: il riferimento è ai carri armati Abrams e
agli elicotteri anticarro Apache. Il problema è semplice, e si risolve
nella disparità d'armamenti: la resistenza palestinese non dispone dei
lanciarazzi anticarro RPG, né dei missili terra-aria termoguidati.
Cosicché gli Israeliani possono tranquillamente operare con questi due
mezzi, praticamente senza temere alcun pericolo dall'avversario dotato
solo di armi leggere o cinture esplosive. Questo fa riflettere su come
il grande dramma dei Palestinesi, oggi, sia la solitudine: mentre gli
Israeliani sono ampiamente foraggiati dal mondo intero, e dagli USA in
particolare, i Palestinesi sono stati pressoché abbandonati da tutti,
compresi i fratelli arabi, e con l'invasione statunitense dell'Iraq
hanno perso anche l'ultimo importante alleato. Israele si è mossa
accortamente in tal senso, influenzando a proprio piacimento l'operato
della élite palestinese: bloccando i capi ostili all'occupante
(l'isolamento forzato a Ramallah - e forse l'avvelenamento - di Yasser
Arafat, la prigionia di Marwan Barghouti, l'assassinio dello Sceicco
Yassin e di Rantisi), e favorendo i dirigenti corrotti (Abu Mazen e Abu
Ala, la cui ascesa è stata fortemente supportata dalla "comunità
internazionale", cioè dagli alleati mondiali del Sionismo).
Laddove il Ba'ath ha certamente saputo organizzare l'Iraq per resistere
al più forte esercito del mondo, riuscendo probabilmente ad ottenere la
consulenza e l'aiuto degli esperti russi, l'ANP non ha saputo
organizzare alcuna seria entità militare nei Territori, né guadagnarsi
l'appoggio di potenze che pure avrebbero potuto supportarla: penso in
primo luogo a Russia e Cina, ma anche all'Iran. Né la dirigenza
palestinese ha saputo far fruttare gli aiuti economici, pur modesti,
giunti dall'Unione Europea, lasciando invece il proprio popolo a
combattere quasi disarmato contro il potente esercito israeliano. L'UE
ha anche timidamente mostrato alcune aperture di simpatia verso la causa
della Palestina, non ostante il ferreo ricatto imposto dalla
preponderanza d'individui d'etnia ebraica e sentimenti sionisti tra i
media (in Italia, si pensi a Paolo Mieli, Fiamma Nirenstein, Gad Lerner,
Stefano Jesorum, Giuliano Ferrara, ecc.). Ma l'ANP non ha provato a
cogliere neppure quelli: ad esempio, tentando di coinvolgere l'Europa
quale mediatrice nel conflitto israelo-palestinese, almeno al pari degli
USA - i quali essendo palesemente schierati, non possono che danneggiare
la Palestina nel loro ruolo di pacieri. Ciò
detto, è inutile piangere sul latte versato, ma anzi cercare di
mungerne quanto più possibile dalle vacche pur magre che la sorte ci ha
destinato. In questo caso la vacca magra è Abu Mazen, il nuovo reggente
delle (s)fortune di Palestina. Abbiamo detto ampiamente della sua
relativa vicinanza ad Israele, però dobbiamo anche renderci conto che,
non ostante tutto, Abu Mazen resta sempre un palestinese, e cercherà di
operare anche per il bene del suo popolo. Del resto gli interessi di
Israele e Palestina sono, in ultima analisi, inconciliabili: poiché i
propositi sionisti non prevedono
alcuna Palestina! Il nuovo
dirigente dell'ANP ha già mostrato chiaramente alcune di quelle che
saranno le sue priorità. In primo luogo, ha chiesto di fermare l'Intifada:
la guerra è considerata persa - non senza responsabilità di chi, come
lui, non ha fatto nulla per vincerla! - e vuole prenderne atto, nella
speranza di limitare i danni. Inoltre, sembra un chiaro tratto della
futura linea diplomatica il tentativo di stringere nuovamente le
relazioni con gli altri paesi arabi. Senza illusioni (i regimi al
governo in Egitto o in Arabia Saudita hanno ben poco da dare a sostegno
della causa palestinese), plausibilmente spera di ottenere da questi un
deciso appoggio presso il padrone americano. Trattare: probabilmente sarà
questa la parola d'ordine di Abu Mazen. Realisticamente, cosa può
ottenere la Palestina? Ben poco. Se l'Intifada cessa, significa che la
Palestina ha perso la guerra, e dunque l'ANP tratterebbe da vinto con il
vincitore. E' probabile che gli Israeliani siano disposti - anche per le
pressioni americane in tal senso - a concedere una forma di
organizzazione statale ai Palestinesi: ma a modo loro. E ciò, lasciando
solo i terreni peggiori, garantendosi il possesso di tutte le fonti
d'acqua e il controllo dei punti strategici. Inoltre, gli Israeliani
tenteranno di spezzare l'unità politica dell'ANP, possibilmente
separando la Striscia di Gaza dalla Cisgiordania; così prenderebbero
due piccioni con una fava: da un lato dimezzerebbero la forza politica
dei Palestinesi, dall'altro risolverebbero l'annoso problema del
collegamento che avevano promesso ad Oslo tra i due territori. E' da
intendersi che ciò che nascerebbe da simili accordi, sarebbero una
serie di povere e deboli "riserve" palestinesi, probabilmente
destinate a spopolarsi lentamente per la mancanza di risorse. Insomma,
la fine della Palestina. Se
davvero Abu Mazen è deciso a trattare, ma nel contempo desidera il bene
della Palestina, dovrebbe a mio parere comportarsi in questo modo:
prendere tempo. Il che significa allora fermare l'Intifada, ma per non
dare più pretesti ad Israele per attaccare l'ANP (le rappresaglie
israeliane, non a caso, colpiscono prevalentemente le strutture di
governo e della sicurezza palestinese, proprio per indebolirne l'autorità).
Nella nuova situazione venutasi a creare, intavolare nuovi negoziati, ma
non più con la sola America quale mediatrice, bensì coinvolgendo anche
UE, Russia, Cina e Lega Araba: è dimostrato come quanto più l'assise
si faccia ampia, tante più possibilità hanno le ragioni palestinesi
d'affermarsi (vedi l'ONU), almeno a parole se non nei fatti. Senz'altro
queste trattative non porterebbero a nulla di buono, se non il
coinvolgimento di nuove potenze nella questione, ma nel frattempo l'ANP
avrebbe tutto il tempo di riorganizzare i suoi territori. In
particolare, una priorità sarebbe quella di riaffermare l'unità e la
coesione dell'ANP, eliminando le spinte secessioniste a Gaza e
riportando sotto la propria direzione le variegate anime della
resistenza. Insomma, ripristinare l'autorità di un solo soggetto, in
questo caso Al-Fatah, sull'intera Palestina. Fatto questo, organizzare
dal centro gli apparati fondamentali dello stato, le forze di sicurezza,
i collegamenti (per quanto possibile) e soprattutto le forze armate e la
resistenza popolare. In tal modo, quando inevitabilmente la parola
tornerà alle armi, i Palestinesi non saranno più semplice carne da
macello per i cannoni israeliani. Chissà se anche Abu Mazen ha in mente
tutto ciò...? Purtroppo fatico ad essere ottimista, dunque affidarsi solo ai massimi sistemi non sembra una strategia consigliabile. Cosa possiamo fare noi Europei, intesi come singoli individui, dato che come entità politica siamo ancora inesistenti? Principalmente, non smettere di fare tutto quello che abbiamo fatto sinora: non cessare di sostenere la causa palestinese sui giornali, sulle riviste, su internet, al bar, per strada, ecc.; non cessare di sbugiardare le menzogne dei mezzi di disinformazione ufficiale; non permettere al regime collaborazionista e alla cosiddetta "società civile" di lanciare l'anatema su ogni forma d'opposizione ad Israele e di anti-sionismo equiparandolo all'antisemitismo e al razzismo. E poi organizzarci, laddove non si sia già provveduto, ed agire: creando siti internet, associazioni, opere d'assistenza, gruppi di pressione, movimenti civili, ecc. in sostegno della causa palestinese. Non dobbiamo dimenticare mai che la causa della Palestina è anche la causa dell'Europa, e che ieri come oggi l'olocausto dei Palestinesi si consuma a difesa di tutta l'Eurasia.
Fonte: http://lanazioneeurasia.altervista.org/ |
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