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La lotta della Palestina



di Daniele Scalea


Tratto da: La Nazione Eurasia, anno II, nr.speciale1 "La Lotta della Palestina. Omaggio a Yasser Arafat"

La terra di Palestina non è stata tra le predilette dalla Sorte, fin dalla sua nascita: stretta tra il Mar Mediterraneo e il Deserto Siriaco, in ampi tratti arida e inospitale, eppure contesa aspramente nel corso di millenni di storia. La Palestina collega geograficamente e idealmente tre continenti: Europa, Asia ed Africa possono essere viste come tre estremità gravitanti intorno a un centro immobile, il loro punto d'incontro, che si potrebbe individuare in Palestina. Inoltre, la Palestina è Terra Santa per le tre grandi religioni monoteistiche mondiali: Ebraismo, Cristianesimo ed Islam. Dante Alighieri considerava Gerusalemme il centro del Mondo, il punto dal quale partiva per l'uomo la discesa agl'Inferi o l'ascesa al Paradiso (solo per lui, eccezionalmente, entrambe). L'Imperatore Federico II, che pure per quella devotamente si trovò a combattere, non potè fare a meno di notare l'asprezza della Palestina; pare che, giunto in Terra Santa, commentasse: "Il Dio degli Ebrei non avrebbe promesso questa terra al suo popolo, se avesse visto il mio Regno di Sicilia". Eccoli dunque, i primi contendenti contemporanei di questa terra: il popolo ebraico.

Le origini di tale gente sono difficili da situare, risalendo ad almeno 3500 anni orsono. La Bibbia, loro testo sacro, situa le radici giudaiche in Mesopotamia, più precisamente ad Ur, con Abramo. Egli ricevette da Dio il compito di recarsi in Palestina con la sua stirpe (la vita del primo patriarca fu, secondo la leggenda, straordinariamente lunga). Il nipote di Abramo, Giacobbe figlio d'Isacco, fu detto anche Israele e considerato il capostipite del popolo ebraico, in quanto dai suoi dodici figli sarebbero discese le dodici tribù antiche. La stirpe d'Abramo era però destinata a fare un ulteriore passaggio, in Egitto, dove con Giuseppe (viceré del Faraone, dice la Bibbia) poté prosperare prima di partire alla volta della Palestina. Forse intorno al XVIII secolo prima del Cristo, gli Israeliti dovettero veramente fuggire ad una carestia e rifugiarsi in Egitto; certo è solo che non vi sono sicurezze. Questa situazione aperta ha permesso la formulazione d'ipotesi alternative sull'origine degli Ebrei: Sigmund Freud, nelle vesti dello storico in cui è poco noto, vide nell'esodo ebraico la fuga dei seguaci di Aton. Era infatti accaduto, in Egitto, che il Faraone Amenhotep IV cacciasse i sacerdoti e chiudesse i templi dedicati al dio Amon, sancendo invece il culto del disco solare Aton. Ma alla morte di quello che si fece ribattezzare Ekhnaton, il successore Tutanmkhamon ripristinò gli antichi ordinamenti e perseguitò i seguaci di Aton. Ecco, allora, che secondo Freud, Mosé e gli Ebrei altro non sarebbero che i sacerdoti e gli adoratori di questo dio unico costretti a fuggire dall'Egitto. Non ci soffermiamo però sulla storicità o meno di questa tesi, che desideravamo enunciare solo per la sua originalità e fascino.

Intorno al XII secolo a.C. gli Ebrei iniziarono ad occupare la Palestina, allora identificata col nome di Canaan, terra che affermano essere stata loro "promessa" da Dio. La conquista fu estremamente brutale, ed è descritta efficacemente proprio dal testo sacro ebraico: là si racconta di massacri, stupri e distruzioni, inquadrabili in un piano cosciente di genocidio praticato dagli Israeliti di Giosuè (naturalmente, a loro dire, per ordine divino...). Questi eventi trovano la loro conferma storica grazie alla documentazione archeologica della distruzione di Debir, Betel, Lakish e Hazor. In un mare di sangue gli Ebrei antichi avevano conquistato Canaan; in un mare di sangue, gli Ebrei moderni tentano di riconquistare la Palestina...

Non ostante lo sterminio dei Cananei i Giudei non erano soli, né uniti. Il popolo ebraico sorse infatti dalla confederazione di sei tribù, il cui numero si sarebbe poi accresciuto a dodici. Nella regione si trovava anche il popolo indoeuropeo dei Filistei, uno dei progenitori degli odierni Palestinesi, che anzi diede il proprio nome al paese. Annoverati tra i cosiddetti "popoli del mare", essi nel XII secolo (quindi contemporaneamente agli Ebrei, si noti bene) si stabilirono nella lunga fascia costiera che comprendeva i centri di Gaza, Ashdod, Askalona, Ekrom e Gat. Quasi a preconizzare gli eventi cominciati nel secolo scorso, la rivalità tra Ebrei e Filistei divenne proverbiale, e si concretò in una lunga sequela di guerre (celebre la sconfitta subita dalla coalizione delle tribù giudaiche a Ebenezer, ove i Filistei catturarono l'Arca dell'Alleanza con Yaweh). In funzione anti-filistea il condottiero Saul fu nominato re degli Ebrei, ma dopo alcune vittorie di relativa importanza, fu sbaragliato a Gilboa, dove trovò la morte con tutti i suoi figli. La morte di Saul spalancò la strada al capotribù di Giuda, David, già scudiero del Re e poi traditore al servizio mercenario del filisteo Gat. Non ostante il tradimento, David riuscì a farsi eleggere sovrano dalle tribù meridionali d'Israele. I Filistei, considerandolo ancora un loro uomo, permisero a David di sbarazzarsi del rivale Eshbaal, l'ultimo saulide proclamato re dagl'Israeliti del nord. Riunificate tutte le tribù sotto il suo scettro, si ribellò allora ai Filistei - dei quali conosceva alla perfezione le tecniche di guerra - e per due volte riuscì a sconfiggerli, marginando il loro potere sulla sola fascia costiera che abitavano. David ampliò considerevolmente il Regno d'Israele, sottomettendo le ultime città cananee di Palestina scampate al massacro, e i vicini Edomiti, Moabiti, Ammoniti e Aramei. Fu forse in questo periodo che i sacerdoti di Yaweh, esaltati dalle vittorie, gli fecero promettere nelle Sacre Scritture la terra "dal Nilo all'Eufrate". Ma il regno di David non sopravvisse oltre il figlio Salomone, alla morte del quale (nel 922 a.C.) fu scisso nei reami di Giuda (a sud, governato dai discendenti di David) e di Israele (a nord, politicamente vicino all'Egitto dei Faraoni). Ben presto la minaccia per gli Ebrei divenne la crescente potenza degli Aramei di Damasco, che arrivarono al massimo della loro espansione ad assediare Gerusalemme, nel 734. I Giudei invocarono allora il soccorso dei potenti Assiri, che giunsero dall'oriente, spezzarono l'assedio alla città, saccheggiarono Israele alleata degli Aramei, e conquistarono Damasco. Così facendo, però, anche Giuda si era posto sotto la pesante tutela degli Assiri. Con il regno di Ezechia (715-687) gli Ebrei suscitavano la rivolta contro l'Impero assiro, riuscendo dopo alterne vicende a riconquistare l'indipendenza nella seconda metà del VII secolo. I Mesopotamici, alleati con gli Egiziani, si rifecero però prontamente: nel 597, infine, i Babilonesi di Nabucodonosor entrarono a Gerusalemme: il tempio di Salomone fu saccheggiato, gran parte della popolazione deportata come schiava in Babilonia, la Giudea sottomessa.

Pur vivendo alterne fortune, anche con momenti d'indipendenza, il Regno ebraico aveva perso definitivamente la sua centralità nella geopolitica mediorientale antica, riducendosi a un destino da satellite di grandi imperi: l'Impero Medio-Parto-Persiano, l'Impero Macedone di Alessandro Magno, il Regno ellenistico dei Seleucidi, l'Impero Romano. Il primo condottiero latino ad entrare in Palestina fu Cneo Pompeo Magno che, recatosi in Oriente per sconfiggere la coalizione di Mitridate e Tigrane, ne approfittò pure per occupare la Siria e la Palestina. Qui trovò i Giudei divisi da una disputa per il trono che divideva le fazioni dei Sadducei e dei Farisei: Pompeo favorì il candidato di quest'ultima, Ircano, imponendo così il protettorato di Roma sul Regno degli Ebrei, che in seguito sarebbe stato annesso e costituito in provincia. Gli Ebrei, però, si mostrarono sempre restii ad accettare il dato di fatto e, mentre già nuclei consistenti cominciavano ad emigrare in tutti gli angoli dell'Impero, la maggior parte rimase in Palestina ad organizzarvi sedizioni e rivolte, alcune anche molto gravi. La più grande ed importante fu quella del 66 d.C., guidata dall'integralismo degli Zeloti e che si protrasse, sotto forma di guerriglia, fino all'anno 71. Tito, figlio dell'Imperatore Vespasiano e a sua volta futuro sovrano, s'occupò di sedare la ribellione. Episodio centrale della campagna, che avrebbe avuto anche ingenti conseguenze per i millenni a seguire, fu l'assedio di Gerusalemme. Nel drammatico evento morirono tra i 600 000 e i 2 milioni di gerosolimitani ed ebrei, rinchiusi dai fanatici difensori della rocca in una città priva d'ogni scorta alimentare che non fosse destinata ai combattenti. Il lungo assedio, com'è noto, si concluse con la caduta della città e la distruzione del Tempio di Salomone, estrema roccaforte in cui s'erano trincerati gli ultimi difensori di Gerusalemme. Correva l'anno 70 dopo la nascita del Cristo: per gli Ebrei cominciava la diaspora. La grande maggioranza degli Israeliti raggiunse gradualmente i connazionali emigrati già da generazioni nelle varie province dell'Impero; altri, una minoranza, rimasero in Palestina con i Filistei e gli altri elementi non ebraici del paese.

Gli Ebrei emigrati in Europa e nel Nordafrica allora romani, poterono contare su una fitta rete di solidarietà etnica, che permise loro d'integrarsi in comunità giudaiche precostituite, e contestualmente di rimanere più o meno separati dalle popolazioni autoctone. Se da un lato gli Ebrei emigrati conservavano integralmente la propria specificità, dalla cultura ai costumi, dalle usanze alla religione - ed anche la "purezza" della stirpe, almeno per gli ebrei sefarditi, cioè i discendenti degli Ebrei originari e non derivanti da successive conversioni -, dall'altro la mancanza d'integrazione, le tante differenze culturali e la pretesa ebraica d'essere il "popolo eletto dal Signore", crearono significative tensioni e contrasti con le genti latine dell'Impero, soprattutto dopo la conversione di questo al Cristianesimo, e dunque un acuirsi mai prima sperimentato dell'intolleranza religiosa.

Nel frattempo in Palestina, i posti progressivamente lasciati liberi dalla diaspora ebraica erano riempiti dalla migrazione di genti vicine, in particolare, dopo Maometto, dagli Arabi. A metà del VII secolo la Palestina entrava a far parte dell'Impero costruito dai Califfi ("successori") di Maometto, subendo una profonda arabizzazione, demografica, culturale e religiosa. Ciò non ostante, le minoranze ebraiche e cristiane non vedevano peggiorare di molto le proprie condizioni, rispetto all'imperio di Bisanzio: anzi, il Califfo riconosceva loro il diritto di praticare la propria religione e vivere secondo i propri usi e costumi in comunità del tutto autonome, a patto però che pagassero una tassa, che costituiva il loro contributo al benessere e alla potenza dell'Islam. Pare anzi che gli Ebrei si fossero schierati apertamente con gli Arabi contro Bisanzio, sfogando poi i propri rancori verso l'Impero abbandonandosi a violenze e massacri ai danni dei Cristiani locali.

E' probabile che le comunità giudaiche in Europa se la passassero peggio, dato che le tensioni con i Cristiani s'erano acuite con l'arrivo delle popolazioni barbariche, la cui conversione al cattolicesimo portò anche ad una più stretta compenetrazione tra sfera civile e sfera religiosa. E' noto come spesso sorgessero violenze tra Ebrei e Cristiani, e naturalmente, essendo in minoranza, erano spesso i primi ad avere la peggio. Ciò non ostante, la solidarietà che permeava le comunità giudaiche e il loro innato spirito imprenditoriale, permise agli Ebrei d'acquisire importanti posizioni sociali, a dispetto d'ogni discriminazione: con le pratiche del commercio e dell'usura molti di loro s'arricchirono considerevolmente, e in futuro sarebbero giunti a ricoprire importanti incarichi nella struttura amministrativa dei regni nazionali.

Passarono alcuni secoli, nel frattempo, e la Palestina tornò a ricoprire un ruolo fondamentale nella storia del mondo. Essa, infatti, era diventata la Terra Santa; in particolare, Gerusalemme era città sacra alle tre religioni abramiche: per gli Ebrei, perché era stata la capitale del loro Regno; per i Cristiani, perché vi era morto e resuscitato il Messia; per i Musulmani, perché là era stato portato in volo Maometto a conoscere Abramo, Mosé e Gesù e quindi ad ascendere al cielo. Da quando nel 638 il Califfo Omar aveva raccolto la resa della città, ai pellegrini ebrei e cristiani non era mai stato impedito l'accesso ai luoghi santi come il Muro del pianto, la spianata del Tempio o il Santo Sepolcro. Eppure, intorno alla fine dell'XI secolo, il Papa Urbano II cominciò a predicare la crociata contro gl'infedeli, per "liberare" i luoghi santi. Le motivazioni di una tale decisione sono molteplici, e poco coincidono col nobile fine ideale di combattere per la fede che pure animò molti dei partecipanti al "pellegrinaggio armato". Il Papato stava affrontando allora una delle fasi più difficili della lotta contro l'Impero: tant'è vero che, al momento del celebre discorso di Clermont-Ferrand, il Papa non si trovava a Roma perché colà risiedeva il cosiddetto Antipapa, Clemente II. Urbano II aveva pertanto la necessità di stringere attorno a sé quanti più fedeli possibili, in particolare tra la potente aristocrazia dei Franchi, per non perdere legittimità dal forzato esilio e nel contempo guadagnarsi la fedeltà delle masse e delle autorità. Lanciando la Crociata contro gli infedeli, il Papa desiderava in primo luogo colpire l'Imperatore. Ma a prescindere dalle motivazioni ultime, resta il fatto che da allora si sarebbero scatenate una lunga sequenza di crociate, che col proseguire degli anni persero sempre più la loro facciata di religiosità per svelarne una di squallida politica (si pensi alla crociata rivoltasi poi contro Costantinopoli!). Un primo tentativo, la cosiddetta "crociata dei pezzenti", sortì dalla calorosa predicazione di Pietro l'Eremita, che radunò una massa di sbandati, vagabondi, fanatici predicatori e poveri devoti, i quali partirono alla volta dell'Oriente e giunti in Ungheria credettero d'aver raggiunto la Terra Santa: stanchi ed affamati, s'abbandonarono a indicibili violenze, soprattutto contro gli Ebrei, finché il Re locale non decise di spazzarli via con la forza delle armi. La prima vera Crociata è invece quella che partì nel 1097 da Costantinopoli, e radunava molti validi condottieri europei: Ugo di Vermandois, Goffredo di Buglione, Boemondo d'Altavilla, sono solo alcuni dei nomi più noti. Il 15 luglio 1099 i Crociati conquistavano Gerusalemme, massacrando ferocemente l'intera popolazione musulmana e giudaica: è chiaro che dopo quanto avvenuto, soprattutto dopo la violenza mostrata dai Crociati, le cose non potevano essere più come prima. I Musulmani non potevano permettere ai Regni cristiani di sopravvivere a lungo in Palestina, poiché costituivano una pericolosa testa di ponte della Cristianità all'interno dei loro territori: a tale motivazione geostrategica, s'aggiungeva allora il desiderio di vendicare le torture e i massacri perpetrati dall'invasore. Il condottiero della riscossa fu il Sultano Saladino - che era turco, non arabo - il quale entrò a Gerusalemme riconquistata nel 1187, non ostante i più grandi sovrani d'Europa avessero condotta contro di lui una nuova crociata. Tre anni dopo il Sultano difese ancora la città dalla potente terza Crociata dell'Imperatore Federico Barbarossa, e di Re Filippo Augusto di Francia, Re Riccardo Cuor di Leone d'Inghilterra e Re Guglielmo il Buono di Sicilia. Ad ogni modo, il "feroce" Saladino mostrò di non meritarsi l'attributo affibiatogli dai Cristiani, giacché permise agli Ortodossi d'officiare liberamente i propri culti in Terra Santa, e ai Cattolici di visitare il Santo Sepolcro. Le crociate avevano fatto il loro tempo, e quelle che seguirono furono solo delle farse. Il fatto è che la situazione era radicalmente cambiata: la crisi del Dar al-Islam che aveva permesso ai Cristiani di lanciare la Reconquista e le Crociate, era stata interrotta dal consolidarsi della potenza turca, che anzi nei secoli successivi avrebbe rilanciato la spinta propulsiva dell'Islam abbattendo Costantinopoli e dilagando nei Balcani. Dobbiamo arrivare alla nostra epoca per assistere ad un nuovo rivolgimento della situazione nel Vicino Oriente, con la crisi dell'Impero Ottomano e poi il suo crollo conseguente alla sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, in virtù del quale la Palestina passò sotto il "mandato" (cioè il dominio) britannico.

Naturalmente, il quadro della situazione nel 1918 si presentava molto differente da quello che avevamo lasciato, poco meno di un millennio prima. L'Islam, in primo luogo, non costituiva più una potenza, ma anzi - caduto anche l'Impero Ottomano - era completamente colonizzato dagli stati nazionali europei, ad eccezione della Turchia, che riuscì a salvarsi come paese autonomo. D'altro canto, anche la situazione degli Ebrei in Europa era decisamente cambiata: emancipati dalla Rivoluzione Francese, assurti ai massimi gradi della scala politica e sociale, alcuni ambienti ebraici avevano persino sviluppato una propria idea nazionale, e gettato lo sguardo sulla Palestina per realizzarlo. Ma andiamo con ordine.

Verso la metà del XIX secolo, quando quasi tutte le aspirazioni nazionali dei popoli d'Europa si sono realizzate o stanno per farlo, nasce anche tra alcuni intellettuali ebrei il desiderio di veder sorgere una nazione israelita. Il primo a parlare di sionismo (dalla collina di Sion a Gerusalemme) fu lo scrittore Birnbaum, nel 1895. Non ostante il tradizionale saluto alla fine della Pasqua ebraica ("l'anno prossimo a Gerusalemme!"), nel corso del Medio Evo e dell'Età Moderna gli Ebrei non avevano mai sentito il bisogno di creare un proprio stato nazionale. A dire il vero, il Sionismo fu una correnta minoritaria fino al 1945. Teodoro Herzl, l'ebreo austriaco massimo teorizzatore dell'idea sionista, predicò nel corso della sua vita ad una esigua minoranza, composta perlopiù da intellettuali e giudei dei ceti più abbienti. Herzl indicava due possibili alternative per situare questo stato ebraico prossimo venturo: o la vasta Argentina, allora in buona misura spopolata (la migrazione di massa degli Italiani doveva ancora cominciare), oppure la Palestina, descritta come la "terra degli avi". Peccato che la Palestina, in quei diciotto secoli, non fosse affatto rimasta spopolata: come abbiamo visto, una popolazione araba abitava ora quella terra, e da innumerevoli secoli, convivendo in pace con le minoranze ebree ed arie, giudee e cristiane. Inoltre, la Palestina era ancora sotto il controllo della Sublime Porta: pare che Herzl si recasse ad Istanbul per informarsi riguardo la possibilità d'acquistare per denaro quella regione. Ma il Sultano fu chiaro: quella terra sarebbe costata molto caro, perché si sarebbe pagata solo con il sangue! Per fortuna dei Sionisti, il sangue versato per il pagamento non fu il loro, ma quello degli Inglesi (e degli arabi loro alleati) che combatterono contro l'Impero Ottomano. Com'è noto, in quell'occasione l'Impero Britannico fece una doppia promessa: agli Arabi promise di dare, dopo la vittoria, una propria nazione in cambio dell'aiuto offerto in guerra; i potentati sionisti invece ottennero la famosa "Dichiarazione Balfour", con la quale il governo inglese assicurava agli Ebrei la creazione di un loro "focolare nazionale" in Palestina. Chiaramente l'intriganza inglese, una volta di più, aveva dato un colpo al cerchio ed uno alla botte, e nel 1918, a guerra conclusa, per sfuggire all'ambigua situazione, finirono col non mantenere nessuno dei due impegni! Infatti gli Arabi, lungi dall'ottenere una propria nazione secondo gli accordi presi con la Corona britannica, videro i propri paesi spartiti tra gli imperialismi coloniali di Francia e Inghilterra; gli Ebrei, dal canto loro, poterono trasferirsi sì in Palestina, ma solo a piccole quote annuali prestabilite, e comunque la regione rimaneva saldamente sotto il controllo inglese. Ad ogni modo, ai Sionisti era comunque andata meglio che agli Arabi: loro almeno avevano ottenuto qualcosa, e soprattutto beneficiavano ancora di un retroterra non colonizzato, cioè l'Europa e il Nordamerica, dove disponevano di considerevole potere politico e ancor più grande potere economico. Pian piano la regia sionista faceva penetrare ebrei in Palestina, sfruttando la propria preponderanza economica rispetto agli indigeni per acquistare dagli Inglesi la proprietà di grandi distese di terre coltivabili: nel 1914, a fronte di 500 000 tra musulmani e cristiani, si trovavano nella regione 85 000 giudei. Naturalmente l'aggressiva penetrazione sionista nella regione, fece sorgere seri contrasti tra Ebrei e Palestinesi, giacché i secondi vedevano i primi, appena arrivati, accaparrarsi grazie ai loro amici colonialisti quelle terre ch'essi avevano faticosamente coltivato per innumerevoli generazioni. Le tensioni sfociarono in violenze, man mano che l'afflusso di Ebrei aumentava, soprattutto dopo il 1933, a seguito della politica antisemita del Nazionalsocialismo. In effetti, Hitler e, più tardi, Mussolini, presero a cuore la risoluzione della questione ebraica, proponendo la creazione di un nuovo stato per gli Israeliti: non a caso una frangia di sionisti collaborò con l'Asse, anche durante la guerra e la deportazione in massa; va ricordato che fino ad allora la gran maggioranza degli Ebrei era rimasta tiepida di fronte alla prospettiva dell'emigrazione in un nuovo stato, e alcuni sionisti videro nella decisa e intransigente politica nazionalsocialista un alleato naturale. Inizialmente gli stessi Nazionalsocialisti fecero propria l'opzione Palestina, senonché temettero con ciò di favorire eccessivamente gli Inglesi (che tassavano lautamente ogni immigrante in entrata) e vanificare la propria politica filo-musulmana. Quando la Seconda Guerra Mondiale era già scoppiata, e in particolare subito dopo il crollo francese, sorse una nuova ipotesi: la creazione di uno stato ebraico nel Madagascar, colonia francese che era stata massivamente spopolata da una grave carestia. Senonché, l'ostruzionismo di Vichy e l'insicurezza dei mari, anche per l'entrata in guerra degli USA (alla fine del 1941), resero impraticabile anche questa opzione. Fu allora che la Germania si risolse per la celeberrima "soluzione finale": la deportazione degli Ebrei d'Europa verso l'Est, nell'area polacca di Auschwitz e degli altri grandi campi di concentramento.

E' indubbio che la dura persecuzione subita in quegli anni, e le drammatiche perdite subite con la deportazione in massa, convinsero moltissimi ebrei della necessità di creare un proprio stato nazionale. Ma è certo anche che ciò non sarebbe stato possibile, se qualcuno dall'esterno non ne avesse curato la realizzazione. Gli ebrei che uscivano dai campi di concentramento, erano indirizzati verso i porti mediterranei, soprattutto dell'Italia, dove trovavano già pronte imbarcazioni in gran numero per trasportarli in Palestina. Questo non poteva che essere il frutto di una meticolosa pianificazione, compiuta da ambienti economicamente dotati e politicamente influenti: probabilmente le potenti lobbies sioniste dei paesi anglo-sassoni. Fatto sta che nella Palestina ancora colonia britannica, gli Ebrei cominciarono ad affluire in massa, contendendo ai contadini e ai pastori del luogo ogni metro di terra fertile, ed ogni sorgente d'acqua fresca. Gli Inglesi chiusero non uno, ma entrambi gli occhi su ogni cosa, ma ciò non li salvò dall'attacco sionista quando cominciarono ad essere superflui alla loro causa. I Sionisti non digerirono la proposta britannica di creare due stati separati (che naturalmente era rifiutata anche dagli Arabi, i quali rivendicavano a ragione, dopo tanti decenni di colonialismo subito, la libertà su tutta la propria terra), ed iniziarono ad organizzarsi in formazioni terroriste per cacciare le truppe della Corona dalla Palestina, e sostituirsi ad essa come nuovo padrone.

Nel 1947 gl'Inglesi rinunciarono al mandato coloniale, e abbandonarono la patata bollente nelle mani dell'ONU. Allora sia gli USA che l'URSS erano piuttosto filo-sioniste, e perciò l'ONU riconobbe agli Ebrei il diritto di creare un proprio stato sul territorio dei Palestinesi, ma dividendo il paese in base al peso demografico dei due popoli. Anche l'ONU come gl'Inglesi si mostrava "cerchiobottista", così che Ebrei ed Arabi decisero di risolvere il problema con le armi: nel maggio del 1948 i paesi arabi, appena liberati dal giogo coloniale e dunque ancora poverissimi, inviavano le loro truppe in Palestina, mentre il 14 dello stesso mese gli Ebrei proclamavano la nascita di Israele, stato su base confessionale e razziale. L'esercito sionista, foraggiato dai potenti alleati esterni, riuscì ad imporsi sull'avversario, conquistando larga parte della Palestina e lasciando agli Arabi solo Gaza e la Cisgiordania. La condotta dell'esercito ebraico era stata contraria a tutte le convenzioni di guerra: memori di quanto fatto dai loro avi contro i Cananei, gli Israeliani radevano al suolo tutti i villaggi palestinesi che trovavano sul loro cammino, ne cacciavano la popolazione e vi costruivano sopra i propri insediamenti (è noto come anche i cimiteri arabi venissero rasi al suolo, per alimentare il mito della "terra senza popolo per un popolo senza terra"). Emblematico quanto fatto da truppe israeliane, comandate dal futuro presidente Menahem Begin, nel villaggio di Deir Yassin, ove i 250 abitanti, uomini, vecchi, donne e bambini, furono spietatamente sterminati per seminare il panico tra la popolazione civile palestinese ed indurla a fuggire "volontariamente" (di questo parlano spesso i propagandisti di casa nostra). Nel 1949, 725.000 palestinesi erano stati costretti a fuggire dalle loro case: è l'evento che quel popolo ricorda come an-Nakba, "la catastrofe". Ciò non ostante, i Sionisti non sono ancora soddisfatti: il loro sogno resta il "Grande Israele" dal Nilo all'Eufrate, e in due successive occasioni furono gli Ebrei ad attaccare proditoriamente l'Egitto, assurto a grande nemico dello stato ebraico soprattutto dopo l'ascesa al potere del nazionalista panarabo e socialista Nasser: nel 1956, con la complicità anglo-francese, gli Israeliani occuparono il Sinai e Gaza, ma furono gli stessi Stati Uniti, preoccupati per il contraccolpo creato con i paesi fornitori di petrolio, a convincerli a ritirarsi. Nel 1967, dopo che l'Egitto ebbe firmato un patto di reciproca difesa con la Giordania, l'esercito sionista scatenò un nuovo attacco a sorpresa, occupando in soli sei giorni il Sinai, Gaza, la Cisgiordania, parte del Golan siriano e Gerusalemme Est.

Questa volta l'ONU, di fronte ad una così palese violazione del diritto internazionale, si vide costretta ad intervenire per intimare il ritiro israeliano. Nel 1973 i paesi arabi, esasperati dal vile operato d'Israele, ricambiarono il "favore" sferrando un attacco a sorpresa durante la festa ebraica dello Yom Kippur: in quest'occasione gli Ebrei si trovarono in serissima difficoltà, a un passo dalla sconfitta che avrebbe significato la fine del sogno sionista e la liberazione della Palestina. Ma, provvidenzialmente per Israele, intervennero gli USA con una fornitura impressionante di materiale (ed assistenza) bellico d'ogni tipo. Norman Filkenstein, nel suo studio L'industria dell'Olocausto, fa risalire a quest'evento la presa di coscienza da parte della classe dirigente americana del ruolo di testa di ponte che Israele avrebbe potuto costituire in Medio Oriente, e dunque l'inizio del massiccio sostegno politico, economico e militare. Fatto sta che Israele riuscì a resistere all'avversario ed anzi contrattaccarlo nel Golan. Ormai i paesi arabi persero la speranza di contrastare il Sionismo, tant'è vero che guardarono senza reagire quando, nel 1978, l'esercito israeliano invase (condannato dall'ONU) il Libano meridionale. Ormai Israele era divenuta una grande potenza militare, dotata di tutti i più potenti armamenti statunitensi e di un proprio considerevole arsenale nucleare. Invece, i paesi arabi erano paesi di recente decolonizzazione, poveri e minacciati dalla postcolonizzazione. Il risultato fu, nel settembre 1978, la firma della pace tra Egitto e Israele, a Camp David (negli USA): il presidente egiziano Sadat, delfino di Nasser, rinunciò di fatto ad ogni contenzioso con gli Ebrei a patto che quelli abbandonassero il Sinai. Con la resa dell'Egitto, ormai lontanissimo dai tempi d'oro di Nasser, escono di scena buona parte dei paesi arabi, da quelli del Maghreb a quelli della penisola arabica, e persino la Giordania, che intraprese un cammino di progressiva filo-americanizzazione, il cui culmine è stato raggiunto con l'attuale tiranno regnante. Unici sostenitori della causa palestinese - considerata anche la crisi ormai irreversibile dell'Unione Sovietica - rimasero la Siria e l'Iraq baathisti, e l'Iran islamico (sostenitore degli Hizbollah), oltre naturalmente al Libano costantemente minacciato dall'espansionismo sionista.

Rimase però ancora qualcun altro, a non accettare la resa: il popolo palestinese. Essi non potevano dimenticare i massacri, gli stupri, le violenze, la distruzione dei loro villaggi, la profanazione dei loro cimiteri. Essi non potevano accettare di vivere in eterno in campi profughi, in condizioni d'indigenza spaventosa. Essi vollero continuare la lotta a tutti i costi, contro l'invasore, e lo fecero stringendosi attorno all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), creata nel 1964 dagli stati arabi coalizzati. Il suo più grande animatore si faceva chiamare Yasser Arafat, figlio di profughi palestinesi nato al Cairo (ma a suo dire fece giusto in tempo per nascere a Gerusalemme), che organizzò la guerriglia anti-israeliana nei Territori occupati della Cisgiordania e di Gaza, e curò le relazioni diplomatiche con i paesi stranieri. Per due volte Israele invase il Libano meridionale, dove l'OLP aveva la propria base: nel 1982 i carri armati ornati dalla stella di David giunsero fino a Beirut, costringendo alla fuga i vertici dell'OLP. Chi non poté fuggire alla furia sionista furono però gli abitanti dei campi profughi di Sabra e Chatila: le armate ebraiche comandate da Ariel Sharon circondarono i due bantustans, impedendo a chiunque di fuggirvi, mentre i loro alleati delle milizie cristiano-maronite vi penetrarono e, in 48 ore di sanguinosa tregenda, massacrarono senza pietà le migliaia d'abitanti disarmati, perlopiù donne e bambini, che vi sorpresero all'interno. Nel frattempo, il mondo assisteva impotente davanti alla Tv: agli Israeliani tutto questo era permesso!

Ma per Israele non è ancora il momento della vittoria: nel 1987 la popolazione dei Territori occupati, si solleva come un sol uomo contro l'invasore: è la famosa Intifada ("scossone"), condotta eroicamente da un popolo intero, che dagli uomini armati di kalashnikov, fino ai bambini armati di pietre, combatte con i pochi mezzi disponibili contro i potenti carri armati israeliani. La risposta degli Ebrei è feroce: il capo dell'esercito sionista, Yitzhak Rabin, ordina di spezzare le braccia a tutti i bambini palestinesi sorpresi a lanciare pietre. Ma questa volta l'eroismo può più dell'oppressione: le armate sioniste sono costrette a ritirarsi nelle proprie caserme e a difesa degl'insediamenti ebraici (punta di diamante del progetto di colonizzazione ebraica dei Territori palestinesi), Israele deve scendere a compromessi con l'OLP. Nel 1988 Arafat rinuncia ufficialmente alla lotta armata: molti in Palestina si oppongono a questo passo, vorrebbero proseguire nell'Intifada fino alla vittoria, ma il capo dell'OLP preferisce trattare, e nel 1993 ad Oslo firma i famosi accordi col primo ministro israeliano Shimon Peres. Israele ed OLP si riconoscono vicendevolmente in modo ufficiale, e inoltre lo stato ebraico s'impegna a ritirarsi, entro cinque anni, da Gaza, Gerico e da buona parte della Cisgiordania. Purtroppo le cassandre che si erano opposte ad Oslo, si rivelarono buoni profeti: dei Sionisti non c'era da fidarsi. Sette anni dopo, nel 2000, l'Autorità Nazionale Palestinese controlla appena il 65% della Striscia di Gaza e solo il 40% della Cisgiordania, oltretutto porzioni di territorio scollegate tra loro dalle colonie ebraiche e rinchiuse in una fitta rete di avamposti militari israeliani. Nel luglio 2000 Clinton chiama Arafat e il primo ministro sionista Barak a Camp David, per rilanciare gli accordi di Oslo, ma ormai è troppo tardi: gli Israeliani vogliono rimangiarsi la parola, concedere sì qualcosa all'ANP, ma meno di quanto precedentemente pattuito, e senza garanzie che, almeno questa volta, gli impegni siano mantenuti. Il Raìs rifiuta. Il 28 settembre 2000, il capo dell'opposizione israeliana più sionista ed anti-palestinese, Ariel Sharon - poi eletto alla carica di primo ministro - sfila provocatoriamente presso la moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme, quasi a voler ribadire il dominio ebraico sull'intera città. I Palestinesi, sempre più esasperati dai voltafaccia e dai soprusi israeliani, reagiscono con orgoglio scatenando la seconda Intifada. Le cose sono però cambiate rispetto a tredici anni prima. La fine del sistema bipolare e l'egemonia americana, permettono ad Israele di godere d'un appoggio incondizionato da parte di tutto il mondo, o per convinzione o per paura (tanto negli stati per timore d'essere aggrediti a loro volta, tanto nei singoli per tema di subire l'infamante accusa di "antisemitismo"). Inoltre, l'esercito israeliano ha avuto modo d'imparare dai propri errori, e non si fa trovare impreparato. In questi cinque anni d'Intifada, i Palestinesi hanno subito ingentissime perdite umane e materiali, senza però ottenere alcun significativo risultato militare: oltretutto, gli Israeliani hanno avuto carta bianca sul loro agire, e si sono esercitati in pratiche inaccettabili come la demolizione delle case palestinesi, la tortura e l'esecuzione dei prigionieri, l'assassinio dei dirigenti dell'Intifada e persino la costruzione di un muro che racchiude in un grande campo di concentramento i Palestinesi della Cisgiordania, condannati a fuggire o morire d'inedia. Come se non bastasse, poche settimane fa è piovuta come un macigno, sul capo del popolo palestinese, la morte dell'integerrimo condottiero, Yasser Arafat, che lascia orfano di sé uno stato non ancora nato e già semi-distrutto, in balìa dell'espansionismo sionista e d'una classe dirigente filo-israeliana capeggiata dai vari Abu Mazen, Abu Ala e Dahlan.  

La domanda che dobbiamo porci è: quale futuro ha, al momento, la lotta della Palestina? Una lotta che, ricordiamo, non è solo quella di un popolo oppresso contro l'invasore, né della Nazione araba perché questa finalmente nasca, ma è pure la lotta dell'Eurasia contro la penetrazione atlantista, e dunque la lotta di tutti i popoli del mondo oppressi dall'imperialismo. E', naturalmente, la lotta dell'Europa occupata e sottomessa dagli Americani. Il grosso problema è che la seconda Intifada si sta risolvendo in una relativa sconfitta militare. Volendo, l'unica tattica rivelatasi abbastanza efficace è stata quella di Hamas, rivolta però quasi esclusivamente contro i civili e, dunque, in fin dei conti inefficace sul piano propriamente strategico. L'operato di Hamas ha offerto soprattutto il destro alle violente rappresaglie israeliane, che tra l'altro hanno duramente colpito i vertici stessi dell'organizzazione: Ahmed Yassin e Abdelaziz Rantisi, uccisi a distanza di pochi giorni l'uno dall'altro. Oltretutto Hamas, che come è noto fu inizialmente finanziata dalle autorità israeliane, ha anche destabilizzato il potere di Arafat.

Ciò detto, non si possono ignorare le gravissime responsabilità che Al Fatah, l'OLP e i vertici dell'ANP hanno nel fallimento della seconda Intifada. Essi, a parte la Brigata dei Martiri di Al-Aqsa (il cui capo, Marwan Barghouti, è prigioniero degli Israeliani), non hanno mai operato a favore d'una risoluzione militare del conflitto, impegnandosi a parole a sedare gli animi tra i Palestinesi, e nei fatti a contendersi il potere interno: a ciò ha certamente giovato l'isolamento imposto a Yasser Arafat, ma la perseveranza quasi assurda colla quale i vertici dell'ANP (Arafat compreso) hanno sostenuto una ormai improponibile via diplomatica (per trattare bisogna essere in due, ma Sharon di trattare non ha mai avuto l'intenzione) sfiora l'idiozia, o per taluni l'aperto tradimento. Cosicché la conduzione militare dell'Intifada è stata lasciata al movimento Hamas, a formazioni marginali come Al-Aqsa e il FPDLP, o di dubbia affidabilità come l'ambigua formazione della Jihad islamica. L'inerzia delle Forze di sicurezza palestinesi, al contrario, ha messo a dura prova i nervi della popolazione, acuendo ulteriormente i contrasti intestini. A quanto pare, Israele sta vincendo su tutta la linea.  

Parrebbe interessante, allora, confrontare i risultati di questa seconda Intifada con quelli conseguiti finora dalla Resistenza in Iraq. Ciò che maggiormente salta all'occhio è come la seconda riesca ad affrontare con successo anche mezzi bellici del nemico contro cui i Palestinesi non riescono ad avere ragione: il riferimento è ai carri armati Abrams e agli elicotteri anticarro Apache. Il problema è semplice, e si risolve nella disparità d'armamenti: la resistenza palestinese non dispone dei lanciarazzi anticarro RPG, né dei missili terra-aria termoguidati. Cosicché gli Israeliani possono tranquillamente operare con questi due mezzi, praticamente senza temere alcun pericolo dall'avversario dotato solo di armi leggere o cinture esplosive. Questo fa riflettere su come il grande dramma dei Palestinesi, oggi, sia la solitudine: mentre gli Israeliani sono ampiamente foraggiati dal mondo intero, e dagli USA in particolare, i Palestinesi sono stati pressoché abbandonati da tutti, compresi i fratelli arabi, e con l'invasione statunitense dell'Iraq hanno perso anche l'ultimo importante alleato. Israele si è mossa accortamente in tal senso, influenzando a proprio piacimento l'operato della élite palestinese: bloccando i capi ostili all'occupante (l'isolamento forzato a Ramallah - e forse l'avvelenamento - di Yasser Arafat, la prigionia di Marwan Barghouti, l'assassinio dello Sceicco Yassin e di Rantisi), e favorendo i dirigenti corrotti (Abu Mazen e Abu Ala, la cui ascesa è stata fortemente supportata dalla "comunità internazionale", cioè dagli alleati mondiali del Sionismo). Laddove il Ba'ath ha certamente saputo organizzare l'Iraq per resistere al più forte esercito del mondo, riuscendo probabilmente ad ottenere la consulenza e l'aiuto degli esperti russi, l'ANP non ha saputo organizzare alcuna seria entità militare nei Territori, né guadagnarsi l'appoggio di potenze che pure avrebbero potuto supportarla: penso in primo luogo a Russia e Cina, ma anche all'Iran. Né la dirigenza palestinese ha saputo far fruttare gli aiuti economici, pur modesti, giunti dall'Unione Europea, lasciando invece il proprio popolo a combattere quasi disarmato contro il potente esercito israeliano. L'UE ha anche timidamente mostrato alcune aperture di simpatia verso la causa della Palestina, non ostante il ferreo ricatto imposto dalla preponderanza d'individui d'etnia ebraica e sentimenti sionisti tra i media (in Italia, si pensi a Paolo Mieli, Fiamma Nirenstein, Gad Lerner, Stefano Jesorum, Giuliano Ferrara, ecc.). Ma l'ANP non ha provato a cogliere neppure quelli: ad esempio, tentando di coinvolgere l'Europa quale mediatrice nel conflitto israelo-palestinese, almeno al pari degli USA - i quali essendo palesemente schierati, non possono che danneggiare la Palestina nel loro ruolo di pacieri.

Ciò detto, è inutile piangere sul latte versato, ma anzi cercare di mungerne quanto più possibile dalle vacche pur magre che la sorte ci ha destinato. In questo caso la vacca magra è Abu Mazen, il nuovo reggente delle (s)fortune di Palestina. Abbiamo detto ampiamente della sua relativa vicinanza ad Israele, però dobbiamo anche renderci conto che, non ostante tutto, Abu Mazen resta sempre un palestinese, e cercherà di operare anche per il bene del suo popolo. Del resto gli interessi di Israele e Palestina sono, in ultima analisi, inconciliabili: poiché i propositi sionisti non prevedono alcuna Palestina! Il nuovo dirigente dell'ANP ha già mostrato chiaramente alcune di quelle che saranno le sue priorità. In primo luogo, ha chiesto di fermare l'Intifada: la guerra è considerata persa - non senza responsabilità di chi, come lui, non ha fatto nulla per vincerla! - e vuole prenderne atto, nella speranza di limitare i danni. Inoltre, sembra un chiaro tratto della futura linea diplomatica il tentativo di stringere nuovamente le relazioni con gli altri paesi arabi. Senza illusioni (i regimi al governo in Egitto o in Arabia Saudita hanno ben poco da dare a sostegno della causa palestinese), plausibilmente spera di ottenere da questi un deciso appoggio presso il padrone americano. Trattare: probabilmente sarà questa la parola d'ordine di Abu Mazen. Realisticamente, cosa può ottenere la Palestina? Ben poco. Se l'Intifada cessa, significa che la Palestina ha perso la guerra, e dunque l'ANP tratterebbe da vinto con il vincitore. E' probabile che gli Israeliani siano disposti - anche per le pressioni americane in tal senso - a concedere una forma di organizzazione statale ai Palestinesi: ma a modo loro. E ciò, lasciando solo i terreni peggiori, garantendosi il possesso di tutte le fonti d'acqua e il controllo dei punti strategici. Inoltre, gli Israeliani tenteranno di spezzare l'unità politica dell'ANP, possibilmente separando la Striscia di Gaza dalla Cisgiordania; così prenderebbero due piccioni con una fava: da un lato dimezzerebbero la forza politica dei Palestinesi, dall'altro risolverebbero l'annoso problema del collegamento che avevano promesso ad Oslo tra i due territori. E' da intendersi che ciò che nascerebbe da simili accordi, sarebbero una serie di povere e deboli "riserve" palestinesi, probabilmente destinate a spopolarsi lentamente per la mancanza di risorse. Insomma, la fine della Palestina.

Se davvero Abu Mazen è deciso a trattare, ma nel contempo desidera il bene della Palestina, dovrebbe a mio parere comportarsi in questo modo: prendere tempo. Il che significa allora fermare l'Intifada, ma per non dare più pretesti ad Israele per attaccare l'ANP (le rappresaglie israeliane, non a caso, colpiscono prevalentemente le strutture di governo e della sicurezza palestinese, proprio per indebolirne l'autorità). Nella nuova situazione venutasi a creare, intavolare nuovi negoziati, ma non più con la sola America quale mediatrice, bensì coinvolgendo anche UE, Russia, Cina e Lega Araba: è dimostrato come quanto più l'assise si faccia ampia, tante più possibilità hanno le ragioni palestinesi d'affermarsi (vedi l'ONU), almeno a parole se non nei fatti. Senz'altro queste trattative non porterebbero a nulla di buono, se non il coinvolgimento di nuove potenze nella questione, ma nel frattempo l'ANP avrebbe tutto il tempo di riorganizzare i suoi territori. In particolare, una priorità sarebbe quella di riaffermare l'unità e la coesione dell'ANP, eliminando le spinte secessioniste a Gaza e riportando sotto la propria direzione le variegate anime della resistenza. Insomma, ripristinare l'autorità di un solo soggetto, in questo caso Al-Fatah, sull'intera Palestina. Fatto questo, organizzare dal centro gli apparati fondamentali dello stato, le forze di sicurezza, i collegamenti (per quanto possibile) e soprattutto le forze armate e la resistenza popolare. In tal modo, quando inevitabilmente la parola tornerà alle armi, i Palestinesi non saranno più semplice carne da macello per i cannoni israeliani. Chissà se anche Abu Mazen ha in mente tutto ciò...?

Purtroppo fatico ad essere ottimista, dunque affidarsi solo ai massimi sistemi non sembra una strategia consigliabile. Cosa possiamo fare noi Europei, intesi come singoli individui, dato che come entità politica siamo ancora inesistenti? Principalmente, non smettere di fare tutto quello che abbiamo fatto sinora: non cessare di sostenere la causa palestinese sui giornali, sulle riviste, su internet, al bar, per strada, ecc.; non cessare di sbugiardare le menzogne dei mezzi di disinformazione ufficiale; non permettere al regime collaborazionista e alla cosiddetta "società civile" di lanciare l'anatema su ogni forma d'opposizione ad Israele e di anti-sionismo equiparandolo all'antisemitismo e al razzismo. E poi organizzarci, laddove non si sia già provveduto, ed agire: creando siti internet, associazioni, opere d'assistenza, gruppi di pressione, movimenti civili, ecc. in sostegno della causa palestinese. Non dobbiamo dimenticare mai che la causa della Palestina è anche la causa dell'Europa, e che ieri come oggi l'olocausto dei Palestinesi si consuma a difesa di tutta l'Eurasia.

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