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di
Federico Punzi
C’è il
“rischio” di perdere di vista “i termini della sfida della
globalizzazione”, per un “nuovo ordine mondiale politico ed
economico” ma “soprattutto” per un “rinnovato umanesimo”. Un
rischio “fortemente rafforzato dall’immensa espansione dei mass
media” che “se da una parte moltiplicano definitivamente le
informazioni, dall’altra sembrano indebolire le nostre capacità di
una sintesi critica”. Papa Benedetto XVI ha voluto condividere questa
sua preoccupazione con i fedeli nell’omelia per la Messa
dell’Epifania, celebrata sabato scorso a San Pietro. Queste parole
rivelano lo stesso approccio e stato d’animo di quelle di
Bernard-Henry Lévy (Corriere della Sera, 30 dicembre): “La vera
disinformazione non è più nella mancanza, o nella scarsa informazione,
e nemmeno nella censura ma, al contrario, nell’inondazione, nel flusso
ininterrotto di notizie e commenti”. La “vera”, o la “sana”
informazione, sembra perdersi “nello tsunami di reti televisive, di
schermi, di nuovi supporti, di blog”.
E ancora, pare con rammarico: “E’ stato l’anno in cui si è capito
che i giornali potevano sparire perché tutti erano giornalisti,
ciascuno aveva il suo punto di vista, e tutti i punti di vista avevano
egual valore”. Simili punti di vista sono facili da comprendere. Il
progresso tecnologico, l’enorme quantità di dati e la facilità del
loro accesso, hanno indebolito la presa sul pubblico delle tradizionali
agenzie fornitrici di “senso”, quelle preposte a fornire al popolino
le “sintesi critiche” della realtà: tra queste fonti di “senso”
c’è senz’altro - da secoli - la Chiesa, ma anche il mondo
intellettuale a cui appartiene Lévy, che avvertono di esercitare
un’influenza minore. Il Papa rimpiange il tempo in cui le “sintesi
critiche” della Chiesa venivano adottate acriticamente dal pubblico.
Bisogna fare attenzione, perché quando il Papa parla di “nostre
capacità di una sintesi critica” ha in mente in realtà la “capacità”
della Chiesa. Vuole persuadere, o insinuare il dubbio, che a causa del
moltiplicarsi delle informazioni nessuno di noi sia più in grado di
“sintesi critiche”.
In realtà, non è che mancano “sintesi critiche”, ma - come detto -
con il progresso tecnologico e il moltiplicarsi delle informazioni
facilmente accessibili, ciascuno è in grado (teoricamente, ma il più
delle volte anche praticamente) di applicare la propria “sintesi
critica” a ciò che accade, senza dipendere da quelle offerte da altre
agenzie, ideologiche, politiche, religiose, o intellettuali. Ciascuno ha
il suo punto di vista, e tutti i punti di vista hanno (o meglio: hanno
in partenza) egual valore, per usare le parole di Lévy. Ciò è un
bene, che chiaramente presenta nuove sfide e problematiche. Comprendiamo
però lo smarrimento del Papa e di qualche intellettuale, che sentono di
esercitare una minore presa, rispetto al passato, su come la gente
comune percepisce la realtà che la circonda. Diciamo che c’è più
“concorrenza”: le loro analisi, la loro lettura del mondo, devono
vedersela con quelle di ciascuno di noi. Lévy in realtà fa sua la
teoria del “Data Smog”, di David Shenk (1997), secondo cui
l’enorme massa di dati, che grazie alle nuove tecnologie e alla
facilità di accesso raggiunge il pubblico come un fiume in piena o un
diluvio, ci rende incapaci di selezionare i dati utili dagli inutili,
non generando quindi vera informazione ma solo smog, inquinamento,
rumore di fondo.
La moltiplicazione dei dati provoca l’atomizzazione e la perdita di
senso del materiale informativo e, quindi la frammentazione della realtà,
impossibile da ricomporre “dal basso”. Una teoria che interpretata
in senso apocalittico contrasta e nega l’ipotesi di approccio
liberista, della “democrazia comunicativa”, secondo cui proprio la
moderna società dell’informatizzazione, grazie al progresso
tecnologico, al libero mercato, alla larga disponibilità di dati, alla
moltiplicazione delle fonti e all’agevole accesso, permette a chiunque
di soddisfare le proprie esigenze di informazione attingendo
direttamente i dati e ricomponendo “dal basso”, liberamente e
autonomamente, secondo le singole soggettività, la propria immagine
della realtà. A ben vedere le teorie, se non assolutizzate, non sono
affatto incompatibili, ma descrivono fenomeni probabilmente veri
entrambi. Da una parte, un dato più elaborato e ricco è più facile da
utilizzare, favorisce la ricomposizione della realtà, ma risulta anche
più cogente, offre una precisa opzione di senso del reale che limita la
possibilità di un punto di vista raggiunto autonomamente e liberamente;
dall’altra, il dato grezzo non è che un frammento in mezzo
all’enorme flusso, sembra offrire una libertà di ricomposizione assai
più ampia, ma richiede una capacità di elaborazione notevolmente alta,
abilità e bagaglio culturali non comuni.
La teoria del “Data Smog” ci avverte che se l’accesso ai dati e
alle fonti non è più un problema, né di risorse economiche, né
umane, né di tempo, tanto da indurre a parlare di “democrazia
comunicativa”, per le grandi opportunità che per ciascuno si aprono
di informarsi e farsi un proprio punto di vista autonomamente e
liberamente, di renderlo pubblico e farlo valere, tuttavia nuove sfide e
nuove problematiche si affacciano. Oggi la possibilità di informarci e
di elaborare un’immagine autonoma della realtà che ci circonda
dipende dalla nostra capacità nel ricercare e selezionare, ordinando i
dati per rilevanza e operando la ricomposizione del quadro. Vivendo in
una realtà sociale altamente complessa e indeterminata, è inevitabile
che attraverso aggiustamenti successivi continuamente si ricomponga
l’equilibrio fra complessità, che permette la ricchezza,
l’apertura, la libertà del sistema, e riduzione di complessità, che
permette la sua consistenza e intelligibilità. Ma per quanto questa
complessità possa atterrirci e darci la sensazione di essere perduti
nel mare dei dati disponibili, bisogna resistere alla tentazione di
tirare dalla parte della riduzione della complessità. Non c’è
dubbio, infatti, che la complessità dell’odierno sistema
dell’informazione, eliminando qualsiasi significato complessivo e
stabile della vita sociale, rispecchi in modo più fedele la precarietà,
la provvisorietà e la complessità della vita umana.
Così l’ipotesi della “democrazia comunicativa” minaccia le
identità e le visioni tradizionali dell’uomo e della società offerte
dalle varie agenzie di senso - come la Chiesa, il ceto politico e
intellettuale - negando la possibilità stessa di qualsiasi
semplificazione ideologica della realtà. Per questo si può concludere
che la moderna società dell’informatizzazione, pur sottoposta allo
stress del “data smog”, contiene in sé un connotato liberale, in
quanto proprio la sua complessità, l’inondazione e l’atomizzazione
dei dati, sfugge a qualsiasi pretesa di interpretazione sistematica,
etica, ideologica, totalitaria. E’ umanamente comprensibile che
qualcuno assuma uno stato d’animo pessimistico rispetto a tale
complessità. Siamo sempre stati attratti da sistemi politici che
tramite vincoli autoritari promettevano di eliminare l’insicurezza
relativistica, di reagire al presunto livellamento di tutti i valori, di
soddisfare il bisogno di ridurre la complessità del mondo moderno, e
persino di eliminare del tutto l’irriducibile incertezza connaturata
nell’esistenza umana, rivelandosi però esperimenti utopistici quando
non catastrofici. Prendendo in prestito le parole dello storico Karl D.
Bracher, ciò che ci viene richiesta è “la convinzione profonda della
relatività dell’esistenza umana e dei suoi ordinamenti, della loro
natura aperta e contraddittoria, cui soltanto la forma della democrazia
riesce in una certa misura a corrispondere”.
Fonte: http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=8&id_art=138&aa=2007
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