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di Roberto Ciccarelli
Un
finale all'insegna della tecnologia, al festival della filosofia di
Modena. Dalla critica di Stefano Rodotà al controllo sociale reso
possibile dalla digitalizzazione dei dati personali all'apologia del
villaggio globale telematico di Derrick de Kerckhove
Un grido d'aiuto
viene lanciato da un'Italia preoccupata. Siamo forse diventati
l'appendice genetica dei nostri cellulari? Quale uso può fare il
governo dei dati telefonici che il disegno di legge del governo
Berlusconi permette di conservare per quattro anni? Il vago
presentimento di una tecnologia che invade la sfera della vita personale
e la cannibalizza è diventata preoccupazione dilagante quando, sabato
scorso, Stefano Rodotà ha concluso la sua lezione davanti a duemila
persone al festival della filosofia di Modena. «Si sta creando una
immensa raccolta di dati e di informazioni - ha detto l'ex garante della
privacy - attraverso questa raccolta è possibile ricostruire la
rete delle relazioni di una persona anche a distanza di anni». Il
controllo sociale, una volta imposto solo alle cosiddette «classi
pericolose», oggi ha cambiato scala e si applica all'intera società,
senza distinzioni di classe. «Gli Stati uniti - ha continuato Rodotà -
in nome della loro sicurezza nazionale stanno acquistando delle banche
dati sudamericane». Il corpo degli uomini e delle donne, la loro
storia, le loro relazioni quotidiane vengono comprate e vendute al
mercato delle identità elettroniche. «Noi non immaginiamo nemmeno
l'esistenza di questo doppio elettronico di noi stessi - ha avvertito
Rodotà - che circola indipendentemente dalla nostra identità reale».
Oggi non basta più al cittadino il rispetto delle leggi per evitare una
schedatura elettronica globale. C'è un grande orecchio sociale che ne
determina l'essere nel mondo al punto che, per Rodotà, le persone sono
diventate «oggetti a controllo a distanza localizzabili con tecnologie
elettroniche».
La matrice del controllo
Libertà di spiare e di essere spiati dunque. E
pensare che questo non è un incubo molto lontano dalla realtà. Solo in
Italia le intercettazioni telefoniche sono diventate un affare. Il
settore si sta allargando, già nascono le prime società specializzate
in cimici, microspie, incursioni spericolate per braccare il bersaglio e
registrarne le parole, le biografie e le relazioni inconfessabili.
Salite alla ribalta quest'estate nella vicenda Banca d'Italia-Popolare
di Lodi, in realtà le intercettazioni sono solo la punta di un iceberg
continentale emerso subito dopo gli attentati a Londra del 7 luglio
scorso. Charles Clarke, il ministro inglese degli Interni, ha imposto ad
esempio ai partner europei una regolamentazione che obbliga le
compagnie telefoniche di conservare i dati telefonici e i messaggi.
Chiamante, chiamato, orario, durata e luoghi della conversazione
finiranno tutti nel grande orecchio a disposizione degli investigatori.
In Italia Rodotà calcola, per approssimazione, che le «800 milioni di
telefonate e da 300 milioni di mail al giorno» saranno presto oggetti
disponibili per questo tipo di indagini. La minaccia è incombente,
quello che Rodotà teme è la limitazione della riservatezza personale e
la minaccia alle libertà civili.
Il messaggio è stato recepito immediatamente dal
pubblico di Modena. Quello del controllo totale delle informazioni
personali è un nervo scoperto. Il diritto non può garantire la libertà
delle persone perché è una forma di garanzia locale. Quando la
violazione del diritto diventa necessario per proteggere la sicurezza
nazionale contro eventuali attacchi terroristici, il sacro principio
liberale «non metteremo le mani su di te» sancito dalla Magna
Charta e riaffermato in tutte le costituzioni moderne non ha più
alcun valore. E questo fa paura. Tra il pubblico c'era infatti chi
temeva la diffusione incontrollata dei dati personali in caso di una
diagnosi medica negativa, oppure chi vede nel proprio telefonino uno
strumento di controllo indiretto degli «altri» sulla propria vita, al
punto da ritenere impossibile spegnerlo pena l'esclusione dal proprio
contesto comunicativo.
Una paura diffusa che rivela un immaginario
pessimista sulla tecnologia. Forse per l'umanesimo di cui è ancora
intrisa la nostra cultura, forse perché tutti sanno ormai che
Frankenstein ha fatto una brutta fine, o che qui o altrove c'è sempre
un apprendista stregone che gioca con la tecnica e finisce quasi sempre
per regalare la libertà di qualcuno alla gogna del controllo di un
potere che non può, né vuole, essere trasparente. Ma se tutto questo
si agita sullo sfondo dell'immaginario, Rodotà ha avuto il merito di
sottrarre il problema dalle fantasie dietrologiche che popolano Internet
e si guardano al cinema con Minority Report di Steven Spielberg.
Il problema è politico: «Il nostro paese - ha osservato Rodotà - vive
una schizofrenia istituzionale: nello stesso momento in cui si preoccupa
di regolare le intercettazioni telefoniche in nome del diritto di
cronaca, eleva a quattro anni l'accesso ai dati personali da parte del
governo».
Tutt'altra aria si respirava sempre a Modena nel
pomeriggio durante l'intervento di Derrick de Kerckhove. «Penso che la
politica del futuro - ha detto l'allievo di Marshall McLuhan - sarà più
aperta». Teorico delle trasformazioni antropologiche indotte dalle
nuove tecnologie e autore di alcuni libri fondamentali per comprendere
la natura della grande trasformazione in atto come La pelle della
cultura e Architettura dell'intelligenza, pur riconoscendo i
rischi del controllo totale, de Kerckhove ha rovesciato dosi massicce di
ottimismo sulla latente tecnofobia collettiva. Difficile immaginare come
la politica possa governare lo spazio globale digitalizzato quando ha
ancora lo sguardo rivolto al giardino di casa, ma oggi «non è esatto
dire che siamo al completo servizio della macchina un po' come si vede
in Matrix - ha detto de Kerckhove - penso invece che esista un
dialogo tra l'uomo e la macchina che supera le nostre volontà e andrà
avanti anche senza il nostro consenso». Più che la politica sono gli
artisti da Sterlac a Kevin Warwick a Usman Haque (le cui opere sono
visibili anche su Internet) e gli scrittori ad avere compreso
l'ibridazione crescente tra l'organico e il tecnico.
Populismo telematico
Che fare allora? Scegliere la strada
dell'eremitaggio elettronico non è ormai più possibile e allora perché
non guardare alla nuova epoca cognitiva (de Kerckhove la definisce «società
aurale») come alla possibilità di modificare e di estendere le capacità
percettive del soggetto? E la sua capacità di comunicare nel grande
caos globale dei flussi informativi con strumenti come il blog?
Qualcuno dal pubblico ha obiettato al sociologo canadese di sposare la
ricetta del populismo telematico: il blog dà l'illusione di dire la
propria, quando invece è vero il contrario: è solo una voce che affoga
nel magma del brusìo elettronico dominato da due o tre snodi della rete
che catalizzano miliardi di contatti.
Ma la democrazia della rete non dipende solo da
quello che ciascuno di noi pubblica su un blog, ha risposto de Kerckhove.
La rete ha permesso l'emersione di quella che Richard Florida ha
definito le «classi creative» per le quali il lavoro non è più
meccanico né individuale. E' il risultato di un'opera collettiva, che
nega l'esistenza di una proprietà intellettuale del prodotto ed allarga
le possibilità espressive della creatività. Salvo poi constatare, ha
detto qualcun altro dal pubblico, che il lavoro creativo è sottoposto
ad uno sfruttamento che nulla ha da invidiare a quello della fabbrica.
Fonte: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/20-Settembre-2005/art86.html
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