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La maggiore industria è lo
smaltimento dei «rifiuti umani» prodotti dalla globalizzazione.
Continua in due recenti saggi l'analisi della modernità «liquida» di
Zygmunt Bauman, questa volta sulle strade aperte dalla «guerra
permanente» e dalla crisi del welfare state C'è una sigla che Zygmunt Bauman trova scandalosa
e ipocrita. Si tratta dei «centri di permanenza temporanea», cioè
quei luoghi pensati per fronteggiare «l'emergenza rifugiati». Per lo
studioso polacco, di temporaneo hanno ben poco, perché sarebbe meglio
chiamarli «centri permanentemente temporanei». Chi entra lì, infatti,
oltrepassa la frontiera che separa la società dal mondo dei «rifiuti
umani», gli uomini e le donne che sono «scartati» dalla grande corsa
della globalizzazione o, come ama chiamarla Bauman della modernità
liquida. Un mondo, però, che ha un ingresso ma nessuna via di uscita:
chi è escluso una volta lo sarà per sempre, e sarà condannato a
vivere una realtà dove sono sospesi lo stato di diritto e l'insieme di
misure di «protezione sociale», d'altronde in via di rapida
soppressione in tutti i paesi europei, previste dal welfare state. La
critica alla condizione - giuridica, sociale, esistenziale - in cui sono
costretti a vivere i «rifiuti umani» è dunque condizione necessaria
per definire le caratteristiche salienti della globalizzazione, una
società che non punta a «integrare» chi è temporaneamente «in
esubero», bensì a tenerlo fuori. Lo stato-nazione, lungi
dall'estinguersi, ha dunque visto aumentate le sue funzioni e il suo
campo di intervento per garantire la «sicurezza» dei pochi che sono
ammessi alla tavola dello sviluppo economico. Le nuove funzioni
amministrative riguardano infatti la costituzione e la gestione dei «campi
di permanenza temporanei», ma anche il governo del mercato del lavoro
in base ai sacri princìpi della precarietà e della flessibilità,
elevate anch'essa a condizioni «permanentemente temporanee» della
forza-lavoro. Inoltre, lo stato nazionale ha il compito di elaborare
politiche di un pervasivo controllo sociale, con buona pace del rispetto
della privacy e dei diritti civili garantiti dal (defunto) stato di
diritto. Per questo, lo stato-nazione della modernità liquida sarebbe
preferibile chiamarlo «stato caserma» o «stato di massima sicurezza». Sono queste le premesse da cui parte la nuova
ricognizione sul campo della globalizzazione di Zygmunt Bauman,
sintetizzata in due recenti libri: Vite di scarto (Laterza, pp.
173, € 15) e Fiducia e paura nella città (Bruno Mondadori, pp.
79, € 10). Non è certo una novità che la definizione delle «logiche
profonde» della modernità liquida sia la «magnifica ossessione» di
questo studioso, ma questi due nuovi saggi vogliono fare il punto sullo
stato dell'arte dopo l'avvio della strategie della guerra permanente.
Una strategia da considerare come strumento di regolazione delle
relazioni internazionali date - gestione delle materie prime e controllo
del mercato mondiale -, ma anche come fattore costituente di un E tuttavia, seguendo Bauman nel suo ragionamento,
la distinzione tra politica interna e internazionale è oramai una
distinzione fittizia, un convenzione volta a legittimare le scelte dei
governi locali e delle organizzazioni internazionali per smaltire i
rifiuti - umani e non solo - della globalizzazione. Così gli interventi
militari all'estero hanno molte caratteristiche di operazioni di
polizia; all'opposto, molte delle politiche di pubblica sicurezza
interna hanno procedure che ricordano il controllo militare di un
territorio nemico. I due saggi di Bauman si snodano dunque lungo le
strade infernali aperte dall'attacco alle Twin Towers. L'intervento in
Afghanistan e in Iraq sono la manifestazione più evidente della
presenza ingombrante e imbarazzante dei «rifiuti umani». Così, ad
esempio, all'inizio della seconda guerra del Golfo, la Nato ha chiesto
all'esercito turco di sigillare le frontiere con l'Iraq non tanto per
prevenire una possibile escalation militare della guardia repubblicana
di Saddam Hussein, bensì per prevenire la ben più destabilizzante, per
Ankara e per l'Europa, invasione dei profughi iracheni in fuga dalla
guerra. Dello stesso tenore sono state le dichiarazioni di un ministro
laburista, e più recentemente anche del ministro degli interni
italiano, sulla necessità di istituire dei centri di permanenza
temporanei nei paesi africani coinvolti in teatri di guerra per
prevenire l'arrivo di «richiedenti asilo» e dunque di potenziali
terroristi nel suo paese. I «rifugiati» sono bene accetti solo in un
caso: quando chinano il capo di fronte alle necessità dell'economia
postfordista, che ha sempre bisogno di forza-lavoro a basso prezzo per
far svolgere «lavori sporchi» che gli indigeni non vogliono più fare,
con il beneficio aggiuntivo per le imprese occidentali che molti «richiedenti
asilo» hanno frequentemente lauree in materie tecnico-scientifiche. Ed è all'interno della costruzione politica di un
«dentro« e un «fuori» alla globalizzazione economica che trovano
posto i disagi sociali che tanto appassionano i quotidiani, in
particolare modo quando si interrogano sulla cosiddetta sindrome di «Peter
Pan» che colpisce tanti giovani uomini e donne, sulla crisi della
famiglia, sull'esplosione del fitness. E ciò che vale per gli
umani è applicato anche alla eliminazione dei rifiuti «solidi», come
dimostra il ciclo integrato della produzione e smaltimento dei computer. E' noto che i cantori della «rivoluzione
informatica» l'hanno presentata come il passaggio da uno sviluppo
industriale «sporco» a uno «pulito». Nel corso degli anni, però, la
produzione «sporca» non è affatto scomparsa, spostandosi nel Sud del
mondo, spesso in sweatshops controllati a vista da militari e
vigilantes privati per scongiurare rivolte e conflitti operai. Ed è
cronaca recente che intere regioni della Cina - ma questo vale anche per
l'India, il Vietnam o il Pakistan - siano state letteralmente invase da
rifiuti al silicio, al punto di diventare vere e proprie discariche a
cielo aperto. Al di là dell'efficace descrizione della
produzione di rifiuti umani, c'è un aspetto del libro di Bauman che
merita di essere sottolineato. Lettore puntiglioso e aggiornato, in
questi due saggi, lo studioso fa riferimento esplicito alle tesi sullo
stato di eccezione del filosofo Giorgio Agamben e alla figura giuridica
prima ancora che politica che incarna la sospensione della legge, l'homo
sacer, che nella interpretazione di Bauman coincide con il «rifugiato»,
«l'esubero», lo «scarto umano». Secondo Agamben, ma anche per
Bauman, lo stato d'eccezione coincide con un vuoto: di potere,
legislativo, ma anche di presa di parola da parte dell'homo sacer.
E' invece il contrario: lo stato d'eccezione riempie un vuoto provocato,
nel nostro caso, dalla crisi dello stato di diritto e dalle forme di
vita manifestatesi nella società moderna. In altri termini, per
comprendere il moderno stato d'eccezione servono semmai le riflessioni
di Foucault sulla «società disciplinare», ma anche quell'atto
politico di dichiarazione dello stato d'emergenza volto a costruire una
nuova sovranità sulle macerie di una costituzione materiale e formale
studiato da Carl Schmitt nei lontani anni Venti. Come testimonia
d'altronde lo stesso Bauman nel libro Fiducia e paura nella città, la
crisi della modernità liquida ha infatti il suo acme nella messa in
mora dell'insieme di leggi, istituzioni inscritto nel welfare state
e della mutazione, se non disintegrazione della costituzione materiale
alla sua base, dove la protezione sociale era garantita dallo
stato-nazione in cambio della sottomissione alle sue leggi. La
proclamazione dello stato d'eccezione ha però il suo sovrano nelle
forze economiche della globalizzazione capitalista. Ritornando ai temi dei due volumi di Bauman, «gli
scarti umani», così come i «centri permanentemente temporanei» sono
però stati d'eccezione prodotti per via amministrativa. Ma è l'assenza
di una analisi di questo movimento contraddittorio - uno stato
d'eccezione prodotto per via amministrativa: quindi senza dover mutare
la forma statale e le istituzioni ad essa collegate - che toglie forza
all'argomentazione di Zygmunt Bauman. Infatti, la conclusione implicita
nel suo ragionamento è un ritorno a un welfare state ovviamente
ripensato su scala globale. Non che quest'esito politico sia
disprezzabile. Ma sicuramente ogni progetto politico, e dunque anche
teorico, che si ponga il problema di intervenire in uno «stato
d'eccezione permanente» non può che partire dalla presa di parola
degli «scarti umani», cioè di chi è già escluso dal banchetto della
globalizzazione e di chi ha come destino possibile la sua «messa in
esubero».
Fonte: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/24-Marzo-2005/art97.html |
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