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Uno spettro si aggira per il mondo: l'urbanesimo



di Giulia Guerrera


La crescita smisurata dell'urbanesimo sta cambiando radicalmente le connotazioni delle comunità umane. Secondo dati recenti, oggi la maggior parte della popolazione mondiale vive in agglomerati urbani, alcuni dei quali superano i venti milioni di abitanti.
Città che vanno assumendo connotazioni mostruose e che sono abitate da masse che vivono per lo più in condizioni miserabili, di precarietà e abbruttimento.
Anche quando la situazione non si presenta con caratteri così drammatici, com'è finora per le città europee e italiane in particolare, ugualmente l'urbanesimo pone grossi problemi.
Dal punto di vista umano ci troviamo di fronte a società disgregate, dove si è dissolto il principio di solidarietà, in preda alla più desolante anomia, con individui che sopravvivono senza un progetto di vita e senza speranza.
Di questa realtà negativa anche le chiese devono tenere conto, quando si pongono il problema di come testimoniare, con la parola e con i fatti, l'evangelo. Se vogliamo, le chiese hanno già fatto in tempi relativamente recenti un'esperienza di questo genere, quando agli albori del Settecento nacque il metodismo, che in Inghilterra si trovò ad affrontare i problemi di un improvviso e incontrollato inurbamento, in concomitanza con la nascita della civiltà industriale. Solo che oggi i problemi di allora vanno moltiplicati in maniera esponenziale.
Il problema dell'urbanesimo montante è seguito con viva attenzione, e non potrebbe essere diversamente, dai sociologi, che tentano di individuarne le forme e i processi di sviluppo, anche per preconizzare i possibili modi di affrontarlo e contenerlo.
In questo campo è particolarmente attivo Marc Augé, antropologo e direttore all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Augé ha tenuto recentemente a Milano una conferenza, affrontando il problema delle periferie urbane nell'era globale. "Una realtà", l'ha definita il sociologo, "sempre più fragile, sempre più vulnerabile", destinata a diventare "la discarica della globalizzazione".
Qualche dato. Nell'ultimo cinquantennio la popolazione mondiale è più che raddoppiata e il sessanta per cento di questa crescita ha coinvolto proprio le aree urbane. Oggi, oltre 15 metropoli nei cinque continenti superano i 10 milioni di abitanti; nel 2015 saranno probabilmente 23, di cui 19 nei paesi in via di sviluppo.
Nei paesi meno sviluppati il numero dei cittadini è cresciuto di sei volte. Secondo il rapporto Onu "The challenge of Slums" (La sfida delle periferie), un'abitante su tre nel mondo vive oggi in una bidonville.
L'urbanizzazione del globo ha quindi trasformato in qualche decennio il volto del pianeta. Il fenomeno riguarda da vicino anche il nostro Paese. Anche in Italia l'urbanizzazione dovuta soprattutto alla spinta migratoria dai paesi poveri si manifesta come un processo doloroso e non privo di conseguenze sul piano sociale ed umano. Anche da noi il fenomeno accompagna il processo noto come globalizzazione, che significa in prima battuta ampliamento del mercat0 globale e sviluppo dei mezzi di circolazione della comunicazione. Ma quali sono le sue implicazioni?
Augé risponde con un apparente paradosso: la città è un mondo e il mondo è una città. "L'urbanizzazione esprime tutte le contraddizioni di un sistema come quello della globalizzazione, il cui ideale di libera circolazione dei beni, delle idee, delle informazioni e degli esseri umani è notoriamente condizionato dalla realtà dei rapporti di forza che dominano il mondo stesso", afferma il sociologo. Ragion per cui, l'urbanizzazione si presenta sotto due aspetti contraddittori, ma indissociabili come le facce di una medaglia: da una parte, il mondo è un'immensa città in cui lavorano gli stessi architetti, dove si ritrovano le stesse imprese economiche e finanziarie, dove circolano gli stessi prodotti e le stesse merci. Dall'altra, la grande città è un mondo dove si ritrovano tutte le contraddizioni e i conflitti del pianeta, conseguenza dello scarto crescente tra i più ricchi dei ricchi e i più poveri dei poveri, il terzo e il quarto mondo, le diversità etniche e religiose...". Uniformità da una parte, diversità dall'altra: "Il mondo-città e la città-mondo appaiono intrecciati in modo contraddittorio: il mondo-città rappresenta l'ideale e l'ideologia del sistema della globalizzazione, nella città-mondo si esprimono le contraddizioni e le tensioni storiche generate dal sistema".
Così, la città moderna ha al suo interno dei confini invisibili, muri trasparenti che di fatto separano il centro dalla periferia (in un caso, a Padova, il muro è diventato reale, come hanno raccontato passate cronache). Muri che creano dei vuoti incolmabili, che non sono dati dalla distanza fisica, ma da quella socio-culturale, sempre più marcata e drammatica. "Le nuove periferie diventano contenitori di disoccupazione e povertà", continua il sociologo, "una sorta di corona degradata e sterile, popolata da underclass, attorno a un centro ricco e produttivo con cui di fatto non c'è alcun legame. Dove si sviluppa la microcultura di giovani che non appartengono né ai luoghi della loro nascita, né a quelli del paese ospitante".

La parola che emerge come grande metafora di questa condizione è la parola"esclusione". In senso spaziale, significa la pressione alle frontiere delle persone originarie dei paesi poveri per entrare nelle regioni ricche del mondo. In senso sociologico, indica tutti coloro che all'interno dei paesi ricchi non beneficiano, o molto poco, di quella ricchezza, che appartengono geograficamente ai quartieri sfavoriti, il che sottintende che i poveri nella città e nelle sue periferie si ritrovino insieme, che costituiscano una massa, un gruppo, forse una minaccia. E la desolazione della città aumenta quando i commerci che di essa dovevano vivere facendola vivere, la abbandonano e non resta più nulla. L'ideale di radicamento lascia oggi il posto alle scoraggianti difficoltà del mercato del lavoro.
A questo quadro, si unisce un'altra consapevolezza, che un altro grande sociologo, il polacco Zygmunt Bauman, docente di sociologia nelle università di Leeds e di Varsavia, ha messo in luce nelle sue acute analisi sulla globalizzazione.

Nella precarietà che caratterizza il nostro presente, in questo tempo in cui tutto appare incerto e mutevole - la società degli individui è un'anomala comunità di persone sole e isolate, che temono di non avere le caratteristiche necessarie per avere successo. E' la "solitudine del cittadino globale" (dal titolo dell'omonimo libro, edito da Feltrinelli), le cui relazioni umane assumono una forma "liquida e volatile"(Amore liquido, Dentro la globalizzazione, Modernità liquida, tutti Laterza, 2006).
Bauman è convinto che la preoccupazione molto contemporanea di tutelare ad ogni costo l'identità sia la manifestazione del bisogno disperato di ritrovare ciò che sembra perso per sempre: la solidità dei rapporti interpersonali. E' anche questo un effetto collaterale del fenomeno della globalizzazione.
E il Grande Fratello -la trasmissione televisiva, non il controllore onnipotente, creato da Orwell nel suo "1984"- mostra il rapporto tra il singolo e gli altri: se non sei duro e senza scrupoli sarai fatto fuori, se non usi gli altri, gli altri useranno te. La televisione riflette così la tendenza sociale degli individui moderni condannati alla solitudine senza regole.
Frammentazione, vulnerabilità, isolamento, disagio. Come reagire?
"Se il pensiero unico neo-liberale porta ad accettare la realtà come immodificabile, dobbiamo riprendere a immaginare un mondo migliore e agire per migliorarlo", è il messaggio di Bauman. Smettendo di credere che non si possa fare nulla e lavorando per portare al centro della vita l'etica e la dignità dell'uomo.
Per parte sua, Marc Augé afferma che: "Dobbiamo ridare significato ai non-luoghi" di questi alienati agglomerati urbani e "parole alle persone" che li abitano. Ciò significa creare laboratori dentro le metropoli dei conflitti, territori di paure e di speranze, per ricostruire l'etica del vivere comune e tutelare e diffondere la giustizia sociale.
"La nuova utopia è la città", è il "grido" del sociologo francese. E questa è la sfida del nostro vivere, oggi, nel mondo. "Se non la perseguiamo e realizziamo", conclude, "arriveremo all'esplosione".

tratto da: Riforma e Risveglio

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