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di Federico Punzi*
Episode III, la vendetta dei Sith
è migliore dei due precedenti, ma se non è del tutto pessimo, rimane
quasi pessimo (un 5-). La storia, se considerata nell'ottica dell'intera
saga, è intensa e avvincente, tutti i nodi allacciati nei primi due
episodi (e nei successivi tre) vengono al pettine, le forze ancestrali
che muovono i personaggi e le loro azioni, la tensione morale, sono le
stesse della prima trilogia. Il guaio è che molte cose sono stonate. Il
film è sceneggiato maluccio e recitato peggio. Secondo il settimanale
neocon Weekly Standard di qualche giorno fa la seconda trilogia "ha
fallito nell'aggiungersi per sempre nella mitologia di Star Wars...
Provate a nominare un personaggio, o un'immagine, o un dialogo da questi
prequels che fra trent'anni avranno la stessa risonanza culturale"
di quelli della prima trilogia. I dialoghi vengono definiti
“terribili”, “le scene con Anakin (Hayden Christensen) e sua
moglie Padmé (Natalie Portman), sono lavorate in modo così
incompetente da essere imbarazzanti per tutti i coinvolti”. L'uso di
scenografie virtuali a scapito di luoghi reali fa venire in mente i film
d'animazione. Insomma, una stroncatura è lapidaria.
Il passaggio di Anakin al Lato Oscuro della Forza è il tema centrale
del film, ma nel momento cruciale ci è sembrato piuttosto repentino.
Forse la scena - come molte di quelle più importanti - è durata troppo
poco ed è stata mal recitata. Il Consiglio dei Jedi si dimostra una
banda di fessi, soprattutto Obi Wan: pur avendo chiara la minaccia che
si nasconde nel cancelliere e in Anakin, si fanno fregare nel più
banale dei modi. Lo stesso maestro Yoda riconosce il suo fallimento,
“fallito il mio compito ho”. Si riferisce all'aver permesso che il
Lato Oscuro divenisse più potente, nell'aver permesso la perdizione di
Anakin, la caduta della Repubblica, la morte dei Jedi. Sulla necessità
che ciò accadesse non si discute, è l'evento da cui scaturisce
l'intera saga, ma un esito più combattuto e incerto avrebbe reso
maggiormente il senso di ineluttabilità degli eventi. Ora buttiamola in
politica. Ho contato tre scivoloni anti-Bush nella sceneggiatura. Un
vero peccato che un film che vuole essere epico scada in questo modo.
Momenti cruciali banalizzati da richiami fin troppo espliciti
all'attualità politica di oggi. Il primo: Padmé auspica la fine della
guerra, occorre ridare voce alla diplomazia, o questa guerra rovinerà
la Repubblica. Poi però non avverte la vera minaccia. Il secondo: se in
più occasioni Lord Sidious e Darth Vader si inorgogliscono per aver
riportato pace e stabilità nella galassia (le parole d'ordine di
pacifisti e realisti di oggi), è costante anche il loro richiamo alla
sicurezza della Repubblica. Il terzo, lo scivolone più eclatante, è al
momento del duello fra Anakin e Obi Wan: “Se non sei con me, sei mio
nemico”, dice Anakin. Pronta la replica politically correct di Obi-Wan:
“Solo i Sith ragionano per assoluti”.
L'unica frase indovinata che ricorderemo, ma che ho l'impressione di
aver già letto o sentito da qualche parte, la pronuncia Padmé mentre
il cancelliere Palpatine proclama l'impero tra gli applausi del Senato:
“È così che muore la libertà. Sotto applausi scroscianti”. Una
frase-monito, di grande impatto, che ci ricorda come democrazia e libertà
non siano affatto beni acquisiti per sempre ma richiedono il nostro
attivo e quotidiano coinvolgimento nella loro difesa. Detto questo,
l'impianto del film rimane senza dubbio quello originario della prima
trilogia. A quel filo rosso ideale che lega i sei film rimaniamo
affezionati e non può certo venire spezzato da qualche battuta
politicizzata. Rimane una saga epica che narra l'eterna lotta del Bene
contro il Male; anti-assolutista ma anche molto anti-relativista; senza
alcun pregiudizio sul potere, il male si annida piuttosto nelle passioni
umane più diffuse e all'apparenza innocue; è inserita in una nitida
cornice religiosa giudaico-cristiana. E perché no, visto che è di
moda, con qualche accento straussiano. A una lettura politicamente
orientata e ingenuamente ristretta all'attualità, la drammatica
trasformazione della Repubblica in Impero non può che apparire come la
più tragica rappresentazione delle teorie imperiali dell'influenza
americana nel mondo e della fondatezza di certe accuse che critici e
avversari rivolgono a Bush sul Patriot Act, Guantanamo, la guerra in
Iraq, l'influenza del pensiero neoconservatore. Se la relativa facilità
con cui nel film le istituzioni repubblicane vengono smantellate a
favore dell'Impero rappresenta un monito attuale sulla debolezza della
democrazia, tuttavia, adottando un'ottica storica più ampia, sono altri
i riferimenti che ci vengono in mente: il passaggio dalla libertas
repubblicana alla securitas imperiale di Roma, o la tragica fine della
Repubblica di Weimar.
Se proprio si volesse insistere a rintracciare nell'America di Bush il
pericolo di una deriva imperiale degli Stati Uniti, non dovrebbe
apparire fuori luogo interrogarsi sul futuro democratico dell'Europa.
L'evidente deficit democratico delle attuali istituzioni europee, il
carattere dirigista e arrogante, privo di visione, con il quale
oligarchie tecnoburocratiche e poteri finanziari conducono il processo
di integrazione sono alla base della diffidenza che i cittadini provano
nei confronti dell'Unione europea. Possiamo davvero escludere, con una
costituzione-trattato di 445 articoli, l'avvento di un nuovo
assolutismo, soft, burocratico e imperscrutabile? La caduta e la
perdizione. Tornando al film e all'intera trilogia, la loro forza sta
nella tensione morale della lotta del Bene contro il Male, i due aspetti
della realtà che si combattono; nell'affermazione anti-relativista
della possibilità di distinguere in modo netto il Bene dal Male;
nell'approccio anti-assolutista per cui il confine tra le due forze che
governano l'universo è molto labile, incerto, ma non precluso all'uomo.
Esiste il Bene, esiste il Male, esiste per gli uomini la possibilità,
quindi il dovere morale di saper discernere, ma al contempo queste due
entità si compenetrano, il Male si annida nel Bene, il Bene non viene
completamente annientato dal Male.
L'ambizione, la volontà di potenza, ma anche l'amore quando è forma di
egoismo, vissuto come possesso dell'altro e non come dono all'altro,
l'attaccamento per la vita terrena che porta a voler sconfiggere la
morte e possederne il mistero, sono le passioni umane che portano Anakin
ad abbracciare il Lato Oscuro della Forza. Come il serpente nel libro
della Genesi, o il demonio con Cristo, induce l'uomo in tentazione con
l'illusione di una conoscenza completa e definitiva delle forze che
agiscono nell'universo. È con il distacco quasi ascetico dalle passioni
umane che la “religione” Jedi insegna ad arginare il Lato Oscuro
della Forza che pulsa in ogni cuore umano, è affidandosi alla Forza
come entità fondante e regolatrice dell'universo che è possibile agire
per il Bene. E' nel ritorno alle virtù dell'antichità classica, alla
moralità pubblica e privata degli antichi, che è possibile preservare
un ordine democratico della convivenza tra gli uomini. Probabilmente il
motivo di maggiore soddisfazione in questo film è che alla fine ci
riporta per mano all'inizio della saga, allo Star Wars che amiamo. E,
usciti dal cinema, l'istinto di correre a casa e mettere nel lettore dvd
Episode IV è irrefrenabile.
01 giugno 2005
* Federico Punzi è il titolare del blog JimMomo
Fonte: http://www.ideazione.com/quotidiano/4.media/2005/2005-06-01_punzi.htm
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