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"Glocale", temerari e sognatori



lettere al direttore (Avvenire)


Gentile direttore,

globalizzazione, mercato libero, moneta unica, Europa unita, miscela che ci ha portato alla precarietà se non alla povertà. È palpabile, non si può negare l’evidenza, abbiamo peggiorato il nostro vivere. Come si poteva concepire che derivasse un bene generale, l’aprire tutte le porte, l’abbattere tutti i confini? Pura utopia, idealismi che vanno bene finché non si applicano nel concreto. Come si può immaginare che la competizione debba essere globale, anche con quei Paesi in cui il tenore di vita è un decimo del nostro? Se in Cina si produce una camicia per un pugno di riso, noi dovremmo fare altrettanto, anzi di meglio per vincere la concorrenza, cioè una camicia per mezzo pugno di riso! Ma ci rendiamo conto dell’assurdità in cui siamo caduti per questo mercato libero e globale? Per ingrassare ulteriormente le multinazionali… Se potessi scegliere tra globalizzazione e autarchia, sceglierei la seconda. Roba d’altri tempi, è vero, ma prima di tutto curerei gli interessi della mia famiglia, facendo lavorare prima la mia gente e consumando prima i nostri prodotti, lasciando che altri corrano dietro alla chimera del globale, che altro non è che moderno comunismo.

Rosolino Peressini, Udine


Giusto e sbagliato, caro signor Peressini.

Non dobbiamo rinunciare a ciò che siamo (e che da italiani sappiamo concepire, produrre e fare). Ma non possiamo proprio “dimetterci” dal mondo (per noi cattolici, poi, popolo di una Chiesa che è universale di nome e di fatto, è un’idea semplicemente impossibile). Qualcuno dirà che così ripropongo una sorta di “quadratura del cerchio”, il solito problema sostanzialmente insolubile. E in effetti si può anche pensarlo. Qualcun altro dirà che evoco la soluzione del “glocale” (che punta a mettere assieme in armonia il globale e il locale), uno slogan e una direzione di marcia davvero azzeccati. Ma che sinora ha funzionato poco e male come direzione di marcia e moltissimo come slogan. Qualcun altro ancora concluderà che fare e stare bene da italiani e da cittadini di un mondo sempre più interconnesso e competitivo è poco meno di un sogno. E magari qualche ragione, oggi come oggi, ce l’ha.

Eppure, gentile amico, ci saranno sempre – e io spero che siano sempre di più – quelli che già credono, ragionano e vivono (provando e riprovando a fare) nella consapevolezza che bisogna davvero essere “glocali” – e un po’ temerari e un po’ sognatori – per saper tenere i piedi per terra, per non inseguire chimere, per capire che l’intera umanità per ognuno di noi – e sicuramente per chi ha incontrato Cristo – è «mia gente». Da cronista, per quel che so e posso, io lavoro anche perché ci si batta con le armi dell’intelligenza, dei comportamenti responsabili e della buona politica contro tutti coloro che vogliono dividerci e farci più soli e diffidenti, renderci cioè “sfamigliati” e anti-tutto, uomini e donne senza tradizioni e senza legami, senza morale e senza buone regole, senza differenze apparenti e senza dignità. Alla fin fine costoro puntano soltanto – proprio come dice lei – a «ingrassare» se stessi, rendendo tutto assolutamente convenzionale e commerciabile, a cominciare dalla vita umana: quella nascente e che è imprevista o ritenuta imperfetta, quella che sta terminando è che è di costo o d’impaccio, quella che si vuol manipolare e brevettare, quella da ridurre a docile ingranaggio di inesorabili apparati produttivi...

Forse mi dirà che lei non pensava a tutto questo o, al contrario, che ciò che scrivo rafforza la sua tesi: meglio chiudere la porta, e cercare di salvarsi in un mondo più piccolo. Ma tutto si tiene e nessuno si salva da solo, gentile signor Peressini. Pensi solo agli uomini e alle donne, originari della sua terra friulana, che hanno percorso e percorrono il mondo, nel nome di Gesù o per lavoro, lasciando ovunque un segno duraturo, buono e profondo. E consideri quale tesoro hanno portato e portano con sé, al ritorno.

Insomma, se potessi scegliere tra globalizzazione e autarchia – e c’è poco da scegliere, perché la globalizzazione non è una eventualità, è un processo in corso e bisogna governarlo – non avrei tentazioni solitarie. Vede, nonostante tutti i comprensibili timori che la crisi ci fa pesare nella testa e sul cuore, nonostante i vuoti e gli sbilanci nei conti pubblici e in quelli familiari, ho una seria fiducia nella capacità di noi italiani di saper essere all’altezza – in modo creativo, giusto e solidale – della questione nuova e antica che ci tocca risolvere. Credo, anzi, che questa crisi ci stia aiutando ad aprire gli occhi, a fare i conti con gli errori accumulati e a guardare davvero avanti recuperando il meglio della nostra tradizione e ritrovando la lucidità e l’orgoglio per pensare che non dobbiamo “approdare” in Europa o ricevere qualcosa dal mondo, ma che dobbiamo fare l’Europa con le nostre capacità e i nostri valori e dobbiamo aiutare il mondo a trovare giusto equilibrio. Mi creda, è un’essenziale e ragionevole speranza, non un’illusione. La dobbiamo a noi stessi e ai nostri figli.

Marco Tarquinio

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Fonte: www.avvenire.it