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La Turchia in Europa? Prospettive, problemi e opportunità



di Daniele Scalea


Uno dei temi geopolitici che maggiormente sta suscitando discussioni in Europa, è quello concernente l'opportunità o meno di accogliere la Turchia nell'Unione. Ambizione turca già di vecchia data, essa fu lo scorso anno fortemente rilanciata dalla promozione accordata da George W. Bush al vitale alleato anatolico; la stessa Unione ha infine acconsentito ad avviare dei negoziati che si prevedono molto lunghi (dieci-quindici anni probabilmente), ma che dovrebbero concludersi con l'entrata della Turchia nell'UE. Dato che la prolissità di tali negoziati, inevitabilmente, distoglierà l'attenzione dell'opinione pubblica da questo tema oggi molto caldo, tanto vale battere il ferro ardente, e cercare di riordinare e chiarirci l'idea.

Gli opposti schieramenti, di "turcofobi" e "turcofoni", non sono affatto ben delineati politicamente, poiché la questione offre innumerevoli chiavi di lettura e prospettive: identitarie, religiose, umanitarie, geopolitiche, sono solo alcune delle principali. E' per questo che, ad esempio, se in Italia le forze d'estrema destra o affini (l'Area antagonista di destra e la Lega Nord) hanno avviato un'intransigente campagna d'ostruzionismo anti-turco, in Austria il Governatore della Carinzia Jorg Haider, ad esse vicine politicamente, si è dichiarato favorevole all'entrata di Ankara nell'Unione Europea. Oppure potremmo notare il beneplacito di Berlusconi e dei suoi alleati cattolici in Italia, e la levata anti-turca verificatasi nella CDU tedesca. Insomma, la situazione è complessa, non certo riconducibile - come qualcuno vorrebbe - ad un problema del tipo "amici dell'Europa contro nemici dell'Europa". Proviamo ad analizzarla nei suoi singoli aspetti.

Uno dei campi di battaglia più frequentati è quello identitario-religioso, particolarmente battuto poiché trova terreno fertile nelle ancor fresche polemiche sorte al momento di varare la Costituzione europea. In effetti, è forse la più grave mancanza di Bruxelles quella di non essere riuscita a dare, insieme ad un'unità economica e (più o meno) politica, anche una comune e sentita identità all'Europa. Sicché l'UE è ancor oggi un colosso senz'anima, un golem non vitalizzato, una nazione in gestazione o, secondo i più pessimisti, già abortita. In tale gigantesco vuoto si sono facilmente inserite le rivendicazioni dei gruppi più disparati, che vorrebbero conferire una ragion d'essere all'Europa, che vada al di là di mere convenienze economiche. C'è chi la vorrebbe una mediatrice pacifica e disarmata, chi una fida vassalla del "grande fratello" americano, chi una superpotenza antagonista agli Yankees, e così via. Molti credono ch'essa debba fondarsi in maniera determinante sulla sua identità "occidentale" e "(giudeo)cristiana". Non voglio soffermarmi a esaminare la giustezza e veridicità storico-culturale di queste teorie: mi limito a sottolineare come una simile posizione, sostenuta anche da alcuni che vorrebbero dichiararsi alternativi alla globalizzazione unipolare, finisca inevitabilmente per appiattirsi sulle posizioni dei Nordamericani stessi. Infatti, se si stabilisce che l'Europa è "Occidente" - non nel senso geografico, poiché così non è, e comunque risulterebbe irrilevante, ma nella sua connotazione ideologica - la si pone inevitabilmente contro ciò che è Oriente e Meridione (Asia, Africa, Sudamerica), e cioè sola con gli Anglosassoni; dacché ogni rivalità con essi risulta essere una semplice bega tra amici o peggio congiunti, impossibilitando la costituzione d'una radicale alternativa, quale credo auspichino molti di coloro che stanno leggendo queste righe. Allo stesso modo, affermare che l'Europa s'identifichi nella Cristianità, oltre ad essere un errore di valutazione storico e culturale, è anche un riportarci alla condizione precedente, in cui il nostro Continente non può trovare altri alleati che i cristianissimi Stati Uniti nordamericani. Questi due casi implicano una pericolosa alienazione dell'Europa dal resto del Mondo, un suo ridursi a pura dialettica con gli USA, in un sistema di "vecchio" contro "nuovo", entrambi contro "il resto"; mentre la dimensione corretta dovrebbe essere quella di "antico" (o "naturale", o "tradizionale") contro il "degenerato", coinvolgendo in questa lotta l'intero pianeta. Ciò detto, torniamo al nostro problema.

Chi afferma che l'Europa sia Occidente, si trova nel bisogno di dover dimostrare questa sua asserzione fissando dei rigidi paletti, una "cortina di ferro" che separi l'Europa (Occidente) dall'Asia (Oriente), poiché questi non esistono naturalmente. In realtà esse sono inserite e relazionate in un complesso sistema eurasiatico, per cui gli Urali e i Dardanelli sono solo confini da geografi, cioè speculazioni mentali senza corrispondenza nella realtà: volendo dare una definizione d'Europa, essa può essere descritta come l'estremo lembo d'Asia, la terra ove i popoli provenienti dalle steppe incontrarono il mare, e dovettero lasciare i cavalli per l'aratro. Tenere dentro o fuori l'Europa paesi come la Russia e la Turchia, si riduce a una mera risoluzione ideologica, poiché esse, in effetti, sono a pieno titolo protagonisti della nostra storia. Rifuggendo da considerazioni ideologiche, possiamo cercare criteri oggettivi. Se l'Europa è occidentale perché "indoeuropea", allora essa - conformandosi rigidamente al principio etnico - dovrebbe escludere gli Ungheresi, gli Estoni, i Finlandesi e almeno mezza Russia, ma comprendere Iran, India, Pakistan, Inghilterra, USA, Australia e Nuova Zelanda. Volendo dirla tutta, la Turchia ne farebbe egualmente parte - poiché pare che la sua popolazione sia alfine più indoeuropea che turanica, così come l'Italia longobarda era comunque più latina che germanica - e lo stesso dovrebbe dirsi di Israele - perché se andassimo a verificare la "purezza etnica" che i suoi cittadini vantano, avremmo senz'altro delle belle sorprese, anche tra i sefarditi. Se invece, l'Europa volessimo dirla occidentale perché cristiana, ritorneremmo a una situazione similare, che escluderebbe non solo i Bosniaci e gli Albanesi, oltre alla Turchia e a un 30% della Russia - sempre includendo i "cari" Anglo-sassoni -, ma pure una significativa fetta di tutti i cittadini d'ogni paese europeo, che seguono culti differenti - Islam, Buddhismo, Induismo, culti tradizionali o altro - o semplicemente non ne seguono nessuno; inoltre, molte popolazioni africane e tutte quelle sudamericane potrebbero ambire a farne parte, ricordando il debito coloniale che ci siamo colà lasciati. E neppure intersecare uno  o entrambi questi due principi con un criterio geografico renderebbe le cose più lineari, anche per quanto già detto riguardo alla convenzionalità di tali confini. Il risultato sarebbe sempre quello: una gran confusione all'interno e un legame indissolubile con gli USA all'esterno. E allora tanto varrebbe dire: l'identità europea è quella dei locali paesi colonizzati dagli statunitensi, e così risolvere il problema. Ma chiudiamo qui questa parentesi molto generale sul problema dell'identità europea, e scendiamo sul particolare del problema turco.

La Turchia potrebbe essere l'avamposto di una "invasione islamica" o "turcomanna" in Europa? A dire il vero, i musulmani in Europa ci sono già - e non stiamo parlando solo degli immigrati -, sono numerosi e, se escludiamo l'interpretazione confessionale dell'UE, abbiamo già risolto il problema. Del resto, anche fosse, essa non sarebbe poi molto distante dalla "invasione cristiana" che, duemila anni fa, sommerse l'Europa pagana! Ma non sarà. E' vero che tra la Turchia e i paesi turcomanni dell'Asia Centrale (Kazakhistan, Kirgyzistan, Turkmenistan, Tajikistan, Uzbekistan) vige la libera circolazione delle persone, ma ciò non significa automaticamente che 120 milioni di turcomanni o giù di lì decidano di trasferirsi in massa in Europa... i tempi di Tamerlano sono passati da secoli, e chi denuncia seriamente una simile fantasiosa eventualità, dovrebbe forse rendersi conto che i Turchi non sono più una popolazione nomade da molti, molti anni! Del resto, una simile situazione avrebbe potuto avvenire anche nel 2001 con l'ingresso dei paesi dell'Europa Orientale nell'Unione; tanto più ch'essi sono di parecchio più vicini a noi, e soprattutto i loro flussi emigratori tradizionali vertono proprio sui nostri paesi e non, come per i Turcomanni dell'Asia Centrale, sulla Russia. La verità è che l'UE ha anche degli strumenti e delle regole per tutelarsi da una simile eventualità. Anzi, potrei persino ipotizzare che, con la Turchia nell'Unione Europea, gli immigrati in entrata nel nostro paese potrebbero diminuire sensibilmente. Infatti, una Turchia più ricca e integrata nel sistema economico europeo diventerebbe la meta ovvia per gli immigrati arabi che, oggettivamente, preferiranno trasferirsi in un paese musulmano piuttosto che in uno cristiano. Potremmo così concludere che, a ben vedere, ci sono maggiori probabilità che una Turchia europea faccia diminuire, anziché aumentare, il numero degli immigrati musulmani nei paesi dell'Europa occidentale.

Inoltre, da un punto di vista squisitamente culturale, potrebbe essere interessante scoprire che, in fondo, la Turchia è parecchio più vicina all'Europa di quanto lo siano gli Stati Uniti d'America: a tal fine rimando agli interessanti saggi realizzati da Claudio Mutti (alcuni, come "La Turchia e l'Europa" e le conseguenti "Risposte" a Milà e Steuckers circolano facilmente su Internet, mentre lo studio "Roma ottomana" è stato pubblicato pochi mesi fa su "Eurasia", nr.1/2004).

Veniamo ora al problema di gran lunga più importante che si presenta in riferimento alla probabile (sicura) entrata della Turchia nell'Unione Europea: quello geopolitico. Molti si oppongono - o semplicemente dubitano della sua opportunità - all'ingresso turco nell'UE perché essa potrebbe costituire una sorta di "cavallo di Troia" nordamericano: tale ipotesi non è affatto peregrina, tutt'altro; ma si deve considerare che la faccenda è complessa e difficilmente riducibile a schemi troppo semplicistici. Va innanzitutto notato, a conferma di questo timore (espresso in particolare dall'estrema destra e dall'estrema sinistra - cioè coloro che in Italia s'oppongono più o meno apertamente al dominio americano sul nostro paese, ma pure da elementi politicamente più "moderati" o meno "schierati", in Italia e soprattutto in paesi come Francia o Germania), che la Turchia è un alleato di lunga data degli USA, avendo abbracciato la NATO durante la Guerra Fredda. Seppure tale forte legame sta scemando a partire dalla disintegrazione dell'Unione Sovietica - che ne costitutiva la ragion d'essere - la Turchia ha comunque rilanciato il suo ruolo di testa di ponte occidentale in Medio Oriente, con l'alleanza stipulata con Israele in tempi relativamente recenti. E benché Bush sia stato il principale fautore dell'adesione europea turca, spalleggiato da larga parte delle fazioni collaborazioniste nel Continente, le due alleanze di cui sopra appaiono sempre più scricchiolanti. Il giro di boa è stato rappresentato dall'ascesa del partito musulmano moderato di Erdogan, i cui militanti mostrano una chiara ad acuta insofferenza verso la protezione americana, che ha finora utilizzato la Turchia in funzione anti-europea e anti-russa, lusingandone le vecchie ambizioni pan-turaniche che l'hanno portata a destabilizzare i Balcani e l'Asia Centrale. Oggi la situazione è però diversa: i Balcani appaiono molto più tranquilli, e largamente in mano agli Europei - mentre gli USA si sono ridotti a fomentare il terrorismo albanese -, mentre la Russia sta rapidamente riconquistando le posizioni perse nei paesi turcomanni asiatici, sfruttando lo stallo nordamericano in Iraq. Inoltre la classe dirigente turca sta ripensando radicalmente la sua condotta geopolitica, poiché ha finalmente realizzato che il suo ruolo nel Nuovo Ordine Mondiale americanocentrico non andrebbe al di là del gendarme custode del "Grande Medio Oriente" - e in ciò si è trovata in piena sintonia con l'opinione pubblica, che non vuol perdere la sua tradizione nel grande pentolone del melting pot globale. E' per questo che, dopo una rivalità sorta in tempi immemorabili, i rapporti tra Ankara e Mosca si vanno rapidamente sviluppando verso una riconciliazione storica. Di più, Erdogan ha speso tutte le energie possibili per accelerare l'entrata nell'UE. Infine, segnali di tensione neppure dissimulati sono apparsi con USA e Israele. E' noto come Ankara abbia duramente stigmatizzato la politica di repressione attuata dagli Ebrei nei territori occupati, arrivando addirittura a ritirare momentaneamente l'ambasciatore da Tel Aviv e ad annullare le consuete esercitazioni militari congiunte. Inoltre, il "cavallo di Troia americano", a differenza di Londra, Madrid, Roma, Varsavia, Amsterdam, Kiev, ecc., si è rifiutato di partecipare all'invasione dell'Iraq: un'operazione, tra l'altro, che la danneggia non poco, giacché sta portando alla formazione a ridosso dei suoi confini, d'un forte e ostile stato curdo nutrito d'irredentismo anti-iracheno, anti-turco, anti-siriano e anti-iraniano. Inoltre il piano del "Grande Medio Oriente", il quale verte proprio sull'asse Israele-Turchia, è molto pericoloso per il paese anatolico, poiché ne accentua il marcato isolamento internazionale dai suoi vicini Arabi, Europei e Russi. Il declino dell'egemonia americana, anche se a lungo termine, si profila sempre più nitido all'orizzonte; ma quando questo arriverà, non saranno certo gli USA - ben protetti da due oceani - a subire la vendetta di tutte le loro vittime, bensì i loro alleati in loco. Il risultato è che Ankara si sta ora guardando in giro, alla ricerca d'un serio progetto alternativo alla globalizzazione unipolare promossa dagli USA, che possa garantirgli un eguale ruolo di potenza regionale, senza però costringerla a snaturarsi sul piano socio-culturale o a scontrarsi con tutti i paesi vicini. La Russia può offrire un progetto eurasiatico, che è però ancora in fase di costituzione e dunque molto fragile; in compenso Mosca, da quando è finito il regime comunista, non si permette più di ficcare il naso negli affari interni dei suoi alleati, e questo l'ha già resa più appetibile degli USA per governi come quelli dell'Asia Centrale. L'Europa ha un progetto già in atto, cioè l'Unione Europea, ma non ben definito; però pacifico e, seppure anche l'UE imiti gli USA nel cacciare il becco negli affari altrui, non pretende - perché non può - d'essere presa sul serio e ascoltata: paradossalmente, questa sua debolezza la rende più desiderabile della federazione nordamericana. In questo momento la linea di condotta della Turchia sembrerebbe essere questa: aprire alla Russia come interlocutrice, alleggerire il peso dell'alleanza con Washington e Tel Aviv, integrarsi nell'Unione Europea. E per noi resta da vedere - ed è questa la domanda fondamentale di tutta la faccenda - quale ruolo la Turchia vorrà ricoprirvi: fare asse con Londra e affossare definitivamente l'UE sotto il tallone statunitense, oppure schierarsi con Parigi, Berlino e Madrid per fare dell'Unione un vero soggetto geopolitico autonomo? In breve, è l'alternativa già individuata da Tiberio Graziani (vedi "Turchia, dall'Impero all'Eurasia", nel già citato numero della rivista "Eurasia").

Insomma, la partita si gioca tra gli assi Londra-Washington e Parigi-Berlino, per accogliere la neofita Turchia nelle proprie file. Gli atlantici partono in vantaggio, eppure l'asse europeo può confidare nell'evoluzione impressa dal governo Erdogan. La debole Unione Europea di oggi, con l'aggiunta di una Turchia forte e sensibile ai reali interessi comuni col nostro Continente, si tramuterebbe immediatamente in una potenza (in questi termini si è espresso anche Alexandre del Valle, "ideologo" degli identitaires francesi, ricordando loro che, ammettendo la Turchia, si "corre il rischio" di cancellare la "coerenza geopolitica dell'UE", cioè la sua sudditanza agli USA): la Turchia ha una posizione dotata d'un valore strategico che pochi altri paesi hanno: collega l'Europa al Vicino e all'Estremo Oriente, controlla due dei corsi d'acqua più importanti del mondo (Tigri ed Eufrate, che hanno le sorgenti sull'Altopiano anatolico) e inoltre ospita un'importante via di rifornimento energetico per l'Europa. Quest'ultimo fatto dovrebbe far riflettere coloro che mirano a difendere quel poco d'autonomia di cui oggi gode l'Europa, e anzi incrementarla: i principali oleodotti e gasdotti che alimentano il territorio dell'Unione entrano uno dagli stati baltici, uno dall'Ucraina e uno dalla Turchia. Ora, com'è noto, Estonia, Lettonia e Lituania sono tra i membri più zelanti della "Nuova Europa" collaborazionista; come avranno visto tutti, l'Ucraina sta scivolando nella sfera d'influenza nordamericana; infine, come abbiamo ripetuto fin qui, la Turchia è alleata degli USA. Qual è il risultato? Che gli Anglo-sassoni controllano più o meno fortemente tutte e tre queste importanti linee d'approvvigionamento energetico per l'Europa. Nel corso della storia millenaria se ne sono viste di tutti i colori, ma mai uno stratega degno di questo nome è stato tanto inetto da rinunciare a occupare o difendere le vie vitali per i suoi rifornimenti: pena l'essere assediati e presi per fame. Ad esempio, l'antica Atene poteva permettere che i Lacedemoni devastassero ogni anno i campi dell'Attica, poiché essa controllava la Tracia, dove trovava il legname, e l'Ellesponto, da dove arrivava il grano; ma quando gli Spartani riuscirono a bloccare lo Stretto, la "patria della democrazia" (e dell'imperialismo) non esitò a consegnare la città in mano agli oligarchici e a chiedere la pace tante volte rifiutata. O per restare a tempi più recenti, l'Intesa vinse la Prima Guerra Mondiale soprattutto perché la flotta britannica bloccava ogni rifornimento alla Germania. Se un giorno l'Europa alzasse la testa, allo stato attuale Washington non dovrebbe far altro che qualche telefonata per riportarla all'era pre-industriale. Ma se, ad esempio, la Turchia fosse membro dell'Unione, essa sarebbe divisa tra due fedeltà, e nessuno può dire quale delle due avrebbe la meglio. Ma almeno nel secondo caso si avrebbe una possibilità.

Inoltre, la Turchia porterebbe l'Unione a confinare direttamente con una zona vitale quale quella del Vicino Oriente e, inevitabilmente, potrebbe finalmente dire la sua. Chi dice che l'UE non potrebbe difendere quei confini "caldi", si macchia del grave reato d'imbecillità: la Turchia ha un moderno esercito di 800.000 uomini in servizio attivo, e quello basta e avanza per difendere i suoi confini da qualsivoglia nemico della regione. Ma ciò che più importa, è che l'Europa entrerà con più forza nell'irrisolto conflitto israelo-palestinese e, nessuno potrà negare, persino Bruxelles sarebbe un mediatore più imparziale della Casa Bianca. Non a caso molti sionisti sono preoccupati dalla prospettiva di ritrovarsi il loro "amico" nell'UE. Il commercio con la Turchia è vitale per Israele, a dispetto d'ogni aiuto americano; l'analista ebreo Vuk Zlatan mette in guardia i suoi compatrioti, perché con la Turchia l'Unione Europea acquisirebbe un eccezionale potenziale contrattuale da usare verso Tel Aviv, se non per fare giustizia in Palestina, almeno per normalizzare la situazione.

Molti movimenti e individui sinceramente europeisti si stanno mobilitando contro l'entrata della Turchia nell'UE. La mia modestissima opinione, per tutto quanto finora detto, è che essi potrebbe essere cento volte più utili alla causa dell'Europa proprio appoggiando l'entrata della Turchia. Se i governi di Parigi e Berlino tratteranno con Ankara dalla forte posizione contrattuale in cui si trovano, anche le organizzazione politiche e sociali possono fare molto collegandosi ai loro pari turchi, e coordinando un'azione politica di base volta a fare della Turchia non un cavallo di Troia, ma un tassello fondamentale della Grande Europa, libera e indipendente.

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Fonte: Tratto da Rinascita. Quotidiano di liberazione nazionale