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Serie tv Usa: siamo tutti spiati?



di Mirella Poggialini


Come è possibile arginare i delitti? Ovvio: impedendo che si commettano. È l'idea che Philip K.Dick ha condensato in un suo romanzo, tradotto nel 2002 da Steven Spielberg
in un film con Tom Cruise, Minority Report. E J.J. Abrams ha ripreso il concetto per
produrre un telefilm, Person of interest, che su Premium Cinema ha esordito venerdì sera, proponendo una vicenda in cui dopo l'11 settembre uno scienziato costruisce un enorme calcolatore in grado di intercettare ogni cittadino e di analizzarne i comportamenti. Protagonista, con un suo piglio cupo e deciso, Jim Caviezel (il Gesù di Mel Gibson), che dopo un esordio repentino – è un reduce invelenito dalla guerra – si mette alla caccia di coloro che sono previsti come assassini o vittime degli stessi, per sventare piani e congiure. Il che, nei primi due episodi, resi con scandita tensione,
comporta una serie di frenetiche ricerche, attacchi violenti, lotte all'ultimo sangue, appostamenti e rincorse, spostando l'attenzione dello spettatore sull'azione più che sul concetto che la provoca.
È, considerando la ripetività inevitabile di questi intrecci, il rischio che si intravede nel futuro flusso degli episodi: che hanno invece il nodo nella considerazione per la quale oggi siamo tutti sorvegliati, intercettati, osservati, controllati. Dalle tessere fedeltà dei supermercati alle telecamere di sicurezza che ci occhieggiano per le strade, dagli oscuri intrecci che l'informatica costruisce per definire i nostri profili, interessi e azioni, la cosiddetta "privacy" è un fragile involucro per l'esistenza di ognuno, oltre che un augurabile mezzo di difesa. Nel telefilm
Reese/Caviezel si presenta come un giustiziere "buono", che con la massima violenza contrasta malvagità e congiure e difende i più deboli. Si annuncia tuttavia, nei dialoghi, un dubbio sulle modalità delle scelte: chi seguire, fra coloro che la macchina segnala? Solo i più noti e pericolosi o anche la gente comune, le potenziali vittime?

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