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di
Giuseppe Allegri
La
catena di montaggio dei call-center, gli «operai-tamagotchi», la
retorica sui lavoratori della conoscenza. Un incontro a Roma di giovani
narratori che hanno provato a raccontare il lavoro flessibile e
intermittente. E alla fine la proposta di un «laboratorio di scrittura»
Génération
69 , così titola un pamphlet francese del 2005 (Editions Michalon) sui
30/40enni, vittime di «una sorta di sindrome di Peter Pan». E il '69
è l' anno dei movimenti che, dopo il maggio '68, già si incamminano
verso l'autunno operaio. Ma anche l' année erotique del giovane,
impacciato Gainsbourg dell'era pre-Jean Birkin, mentre sbiadite e
surreali immagini rimandano le fasi dell' allunnaggio . C'era già tutto
in quell'anno: un misto di disincantata, divertita e naif «società
dello spettacolo», l'ultimo (ma davvero?) «conflitto di classe» del
'900, insieme agli scenari fantascientifici evocati dal cospirazionismo
à la Philip K. Dick o da Martin Landau, uno dei protagonisti del serial
tv Spazio 1999 , o dalla saga di Star Trek . Ecco gli albori che già
segnano i futuri sentieri interrotti della «generazione del labirinto»
(François Sand, I trentenni , Feltrinelli, 2006, euro 7,50), ovvero la
generazione precaria , dei «mille euro», low cost , liquida, ormai
quasi gassosa per la sua evanescenza. Dall'estate appena trascorsa in
poi un susseguirsi di pubblicazioni e inchieste, articoli di costume e
gossip, noiose analisi militanti e divertenti chiacchiere da doposcuola
hanno azzannato quei 25-40enni, nati dopo il '68 e prima del mundial di
Spagna. Ma «generazione» è qui usata nell'accezione elaborata da
Enrico Palandri nel suo struggente Pier. Tondelli e la generazione (Laterza,
2005): «il conflitto è ciò che separa, espelle. Il termine
generazione lo utilizziamo per riferirci a questi cicli collettivi di
rivolta e autoidentificazione nella storia». E se di conflitto e
rivolta questa generazione sembra averne vissuti pochi rispetto a «quelli
del '77» o a «quelli del '68», tuttavia molte donne e unomi di questa
generazione hanno attraversato il post-punk elettronico e dark, l'85
delle Mafalde, l'89 del «tutte/i a Berlino», la Pantera e i centri
sociali, la prima guerra nel Golfo, i primi attacchi psichici di Luther
Blissett, i rave e le performance queer, ma anche le dance hall
ragamuffin di Fuecu! , avendo un'ideale colonna sonora nel rapadopa di
Stop al panico o nel rap infuocato dell' OndaRossaPosse . Per arrivare a
Seattle, Praga, conoscere la mattanza di Napoli e la «Genova luglio
2001». Ed ora questi 25/40enni vogliono guardarsi negli occhi per
parlare di questa generazione «usata e gettata», asservita
all'insicurezza lavorativa, quando invece vorrebbe gioire di una
intermittenza del lavoro e di una continuità di reddito. Per questo non
si accontenta di ricette lavoriste e vorrebbe investire le istituzioni
di altre proposte: la definizione di un nuovo welfare , fatto di
reddito, servizi e garanzie sganciate dalla prestazione lavorativa, per
recuperare i 30 anni che ci separano dai modelli sociali di gran parte
d'Europa. E al contempo questa galassia di precari prova a sovvertire la
propria condizione di incertezza, superando l'isolamento in cui
vorrebbero schiacciarla, per creare transitorie, scriverebbe un filosofo
amante dei paradossi, «comunità di chi non ha comunità», basate
sulla condivisione dei saperi, la libera e autonoma formazione e
fruizione di cultura, innovazione tecnologica, agitazione politica.
Parafrasando lo scrittore americano Donald Barthelme questi precari «continuano
a muoversi, a giocare di rimessa», perché i «frammenti sono le uniche
forme in cui hanno fiducia» e finiscono per ritrovarsi più nelle
frammentarie narrazioni dei giovani «narratori precari(e)», che nel
vuoto chiacchiericcio della poitica istituzionale o sindacale. E' questo
il background che ha alimentato Incontrotempo 3 - festa delle precarie e
dei precari , che si è svolto al laboratorio occupato e autogestito
Acrobax. E all'interno di questo «happenig» era previsto un incontro
con giovani narratrici e narratori (tra presenti e non: Aldo Nove, Mario
Desiati, Alessandro Leogrande, Giorgio Falco, Francesco Dezio, Andrea
Bajani, Federico Platania, Christian Raimo, Roberto Carvelli, Valerio
Mattioli, Michela Murgia, Nicola Lagioia, Francesco Pacifico), invitati
ad un'affollata discussione su Letteratura a progetto - Come si scrive
precarietà? . Sono scrittori e scrittrici che hanno narrato storie di
ordinaria precarietà e la discussione ha cercato di sbrogliare la
matassa del perché e come parlare di un condizione lavorativa ed
esistenziale tanto evidente quanto sfuggente. Incontro euforico che
sigillato alla fine un primo impegno di lavoro in comune: creare un «laboratorio
di scrittura» propedeutico però alla costruzione di un condiviso
protagonismo sociale dei precari. Punto di partenza di questa composita
generazione è il rifiuto dei call center - le nuove catene di montaggio
delle industrie della telecomunicazione descritte con sarcasmo da
Michela Murgia e Giorgio Falco -, dei contratti a termine nelle
fabbriche post-fordiste dell'« operaio tamagotchi» (Francesco Dezio) e
il disincanto verso la retorica della società della conoscenza che
emerge dai blog dei «lavoratori immateriali». E questo, è stato più
volte sottolineato durante l'incontro, accade proprio quando le
politiche finanziarie creano il cuneo fiscale per i boiardi delle stesse
imprese e società di telecomunicazione che creano le gabbie dei
call-center . Per evitare di essere fagocitati da misere scelte
individuali, l'invito a stabilire un'alleanza intergenerazionale con «sorelle
e fratelli maggiori» non riconciliati e continuare a tessere una rete
sociale che blocchi il ritmo infernale della «ciclotimìa» (il
passaggio dal lavoro al non lavoro, da un contratto all'altro). Certo
anche così facendo i precari rimangono ai margini, ma creano però
un'eccedenza di relazioni sociali indispensabile alla costruzione di vie
di fuga dall'«esistenza precaria». Provano cioè ad essere sabbia e
non la «vaselina dei quartari», come direbbe Luciano Bianciardi. Con
creativa lentezza provano quindi a mettere in comune le loro
autonarrazioni , per fare il salto successivo: evocare una «cospirazione
precaria» pregna di intelligenza tattica e strategica. Anche per questo
vale la pena concludere evocando il brindisi della «Bologna partygiana»
di inizi anni '80, narratoci a suo tempo da Pier Vittorio Tondelli: «saluto
al talento della mia generazione»! Con in più l'auspicio dinamitardo
protagonista del Thomas Pynchon di V : teniamoci «al corrente degli
ultimi avvenimenti, sempre in cerca di qualsiasi notizia che ci faccia
presagire, seppur minimamente, il caos».
Fonte: http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/22-Ottobre-2006/art47.html
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