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Il teatrino della politica e l'inutilità del voto



di Lucio Garofalo


La rappresentazione della politica ufficiale come un grottesco teatrino di marionette è stata ampiamente convalidata e confermata nel corso di questa campagna elettorale.

La testimonianza più eclatante e, nel contempo, esilarante, proviene dal travestimento in scena di un professore bocconiano che, fino a ieri, si era proposto come una figura seria, moderata e credibile, dal contegno sobrio e compassato e dallo stile britannico.

E’ evidente che ieri l’esigenza di severità teutonica serviva ad imporre e a legittimare una politica di austerità e di rigore economico. Oggi, in piena farsa elettorale, serve un radicale mutamento d’immagine, un travestimento che risulta bizzarro e maldestro.

Ebbene, la finta “umanizzazione” suggerita dal nuovo “look” del professore (i cagnolini in braccio, l’uso di Twitter e di Facebook, il ricorso a vocaboli pseudo giovanilistici ed altre stravaganze simili) costituiscono solo gli effetti più vistosi, più eccentrici e comici di un camuffamento avvenuto in itinere e suggerito in funzione della farsa elettorale.

Tale metamorfosi esteriore avvalora la tesi secondo cui il ruolo della politica in un mondo in cui detta legge l’alta finanza, esige e comporta una totale mistificazione delle idee e dei contenuti, ma anche una contraffazione dei corpi, degli atteggiamenti, del linguaggio e della mimica gestuale, un mascheramento esibizionistico che rasenta il parossismo e il ridicolo. Ne è una prova la repentina trasfigurazione in pubblico del succitato professore bocconiano, che oggi somiglia ad una buffa caricatura di se stesso.

L’aver scaricato i sentimenti di disgusto e di malessere diffuso, le tensioni sociali contro lo stomachevole malcostume della “Casta politica”, a scopo in qualche modo diversivo da parte dei mezzi di distrazione di massa, si sta rivelando una sorta di boomerang, poiché la richiesta di moralità e di onestà morale investe in prima persona non solo le piccole bande degeneri della mala politica e della bassa finanza, ma si rivolge sempre più anche ai signori e ai padroni del capitalismo finanziario nel suo complesso. E neppure un agitatore populista di notevole abilità come Beppe Grillo, riesce a far convergere lo sdegno e lo schifo popolare solamente contro i corrotti, i parassiti, i grassatori e i truffatori della mala politica. E’ sempre più chiaro a molti, soprattutto ai lavoratori più coscienti, che non sono costoro (ossia i cattivi politici) la fonte primaria della crisi. Essi sono come quegli sciacalli che razzolano sul corpo delle vittime del potere del capitalismo finanziario internazionale che divora l’economia di interi Paesi. Questa “mala politica” è percepita sempre più come un’agenzia di sicari al servizio dell’alta finanza speculativa, per conto della quale infligge quantità sempre crescenti di miseria e disperazione ai popoli dell’Europa, somministrando dosi massicce di sacrifici inutili, dato che la sola via d’uscita dalla crisi del capitalismo si offre al di là del capitalismo stesso.

Da qui scaturisce l’inutilità del voto, espresso anche in termini di protesta o di presunta rottura rispetto ad un sistema politico che è indiscutibilmente corrotto e nauseabondo. (Lucio Garofalo)

 

nota redazionale:

pubblichiamo molto volentieri i "pungenti" articoli di Lucio Garofalo anche se alcune volte non ne condividiamo il suo punto di vista, come ad esempio non condividiamo in questo articolo quello di non andare a votare. Noi siamo dell'idea che bisogna andare SEMPRE a VOTARE, scegliendo ad esempio movimenti nuovi nati dal "basso", dalla società civile.

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Fonte: Lucio Garofalo